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Le due metropoli dell’Italia centromeridionale interessate al turno amministrativo, presentano caratteristiche sostanzialmente diverse rispetto a quelle delle due grandi città dell’Italia settentrionale, la milanese e la torinese.

Iniziamo dalla consultazione per il ripristino del consiglio capitolino , interessato prima alla contestata esperienza di Alemanno, conclusa tra polemiche e strascichi giudiziari velenosi, tale da vedere coinvolto il partito di destra nella sua intierezza. Quindi è stato registrato il traumatico scioglimento legato alla crisi (giugno 2013 – ottobre 2015) del modello Marino, il presuntuoso quanto inconcludente “marziano”, di fronte al quale il partito, nonostante l’atteggiamento guascone (con Renzi nulla è serio) del microscopico “uomo della provvidenza” , del tutto fare “presidente consiglio – segretario” e suoi messi, è andato incontro ad una sconfitta di dimensioni enormi, ad una catastrofe epica ed indimenticabile, consegnata agli annali della città bimillenaria. In questo quadro è del tutto retorico e fuorviante esaltare la novità assoluta della “prima donna sindaco di Roma”, condita da un femminismo banalizzato e tutto sommato inutile, in cui si sorvola sul fatto che uomo o donna fosse l’alternativa, avrebbe comunque vinto fino a trionfare.

Tanta e tale è stata la delusione dei romani, che non potevano non ricorrere (con prospettive quanto mai incerte e nebulose) allo scossone grillino, accompagnato da un elevato quanto eloquente astensionismo.

I due schieramenti consueti si sono dimostrati (per molti romani e non) addirittura confermati incapaci di costruire una organizzazione con alternative credibili ed esaustive. In una nota della edizione locale di un quotidiano a tiratura nazionale si osserva che il PD sembra “prosciugato sia dal punto di vista della rappresentanza sia dal punto di vista della rappresentanza che dal punto di vista del consenso elettorale”.

L’esperienza commissariale del nunzio renziano si chiude nella maniera più deludente e, come in altre occasioni, improduttiva e farsesca. Destano al solito fastidio e noia le espressioni recitate in III persona dal guitto toscano. “Renzi ha perso perché non ha fatto abbastanza Renzi”, “Ha rottamato troppo poco”. Ma i suoi “bravi” (non si offendano i bravuomini manzoniani), dopo oltre due anni dall’impossessamento del potere di palazzo Chigi, preceduto dall’investitura delle primarie, si sono dimostrati, a Roma a livello speciale, ma anche in ambito nazionale scadenti e conformisti, legati ai soliti giochi e giochini del sottobosco parlamentare. Un caso è quello del supersconfitto Giachetti, che esclama tra il confuso e il presuntuoso, “mi sarebbero serviti altri due mesi per finire di scalare la montagna e arrivare in vetta”, come se il distacco fosse stato minimale e non abissale.

Ai romani non sarà sfuggita la palese irritante contrapposizione dei programmi presentati dalla Raggi, da Giachetti, da Marchini ed, in misura assai più ridotta, dalla Meloni. In presenza di una situazione quotidiana e non occasionale da VI mondo nei servizi pubblici e nella vita di relazione, si è cominciato, con la spocchia loro innata, dai due maestri del pensiero, quali Malagò (Megalò) e Montezemolo, a decantare il progetto delle Olimpiadi, dopo gli indimenticabili episodi di “Roma ‘90”.

Ma un elettorato identitario e ben radicato, come quello della destra romana, non poteva davvero digerire la candidatura, con l’obiettivo consueto del danno da infliggere di Berlusconi, del nipote di “Arfio carce e martello”, personalmente legato ad ambienti della sinistra capitalista. E’ confluito allora al I turno sulla Meloni, lasciando consensi risibili a Storace, Alemanno e Fini, e i suoi militanti “duri e puri”, appassionati al voto quanto ostili geneticamente alla sinistra rossa, per una contrapposizione reale ai vassalli di Renzi, hanno appoggiato la Raggi. Non dice poi nulla la designazione al Campidoglio di una nuova Mussolini, Rachele, distinta dall’ormai usurata e più che mai deludente sorella, Alessandra?

Sul tema delle “liste civiche” converrà tornare specificatamente perché esse nelle città medio grandi o sono camuffamenti per gli sherpa oppure elementi di confusione, destinate a sciogliere l’indomani delle votazioni o fonti di ulteriore avvilimento dei partiti ormai alla deriva.

De Magistris, da parte sua, alle prese con un elettorato, che ha preferito non ascoltarlo sui temi naturali amministrativi e, nonostante questa “stranezza”, gli ha assegnato una maggioranza schiacciante rispetto al suo sfidante, appoggiato dall’armata Brancaleone, tipica del “polo” classico. L’anticipazione sul disegno di “fare di Napoli un soggetto autonomo, una forza politica nazionale e internazionale”, lascia speranze esigue, se non minime, per l’esame e per la soluzione dei problemi autentici e cronici della città, primo fra tutti il disordine sociale.

Alla radice di questa confusione rimane vivo quanto velleitario un revanscismo borbonico, illogicamente caldeggiato da certa destra fuori dal tempo e dalla storia, quanto non è inedita la mentalità da capopopolo di un certo “Masaniello” e di un certo Achille Lauro.