La scena pubblica nostrana è affollata di papi non solo cattolici ma anche laici, che, comunque a differenza del “presidente del Consiglio”, espongono idee proprie, sostengono concetti propri, anticipano obiettivi propri ed intenzioni proprie.
Accanto, per altri sono addirittura più importanti, al pontefice Francesco, contiamo e vantiamo almeno altri quattro Pastori, Paolo, Eugenio, Giacinto (detto Marco) e Giorgio. Le loro omelie richiamano, attirano e concentrano, con la stampa a loro tanto legata ed i canali televisivi, di cui sono ospiti quasi quotidiani lusingati ed ossequiati, l’attenzione generale del paese dagli asili nido alle case di riposo per arrivare ai cimiteri.
Giorni è stato il turno dell’ex direttore de “Il Corriere della Sera”, che “ex cathedra” ha illuminato le italiane e gli italiani con un sermone “alle destre”, originato dalle vicende inglesi di queste settimane.
Queste povere destre bistrattate, calpestate, per proprio conto cariche di errori, sorprendentemente sono riuscite ad attirare l’attenzione di un Dottore, come S. Agostino o S. Tommaso, rigorosamente laico, caduto nell’equivoco, insistente ed incancellabile, di classificare “a destra” il “nobile decaduto” milanese, in verità mai definitosi tale e soprattutto mai consideratosi tale. Come dimostrano le incredibili quanto deleterie e chissà perchè tanto deleterie vicende romane, Berlusconi a torto si ritiene e viene ancora ritenuto il “padre padrone” di uno schieramento, polverizzatosi dopo il sacrosanto rifiuto della Meloni e di Salvini di un candidato debole e definitosi “vecchio democristiano”. E alla destra, settore radicato e tradizionale nella capitale, vuole imporre la sua volontà magari designando per i suoi sparuti nostalgici, rimasti nella “ridotta” di via del Plebiscito qualche signore dai forti trascorsi di sinistra.
Questo è l’uditorio cui Mieli ha propinato una predica basata sulle negazioni, sui passaggi e sulle opzioni da rifuggire senza delineare ipotesi o indicazioni positive e proficue.
Nella sintesi della enciclica Mieli si dice stupito che “Forza Italia si accanisca sul governo, con argomenti da opposizione irriducibile, tanto da apparire in contrasto con la propria storia [che parolone!]”.
La conclusione è ancora più eclatante, in linea e conforme al resto dell'”epistola agli italiani” fino a paventare “un preoccupante sbilanciamento dell’intero sistema”. A questo dei 5 pontefici non sono noti i sondaggi , che segnano una stagnazione , se non un assottigliamento dei consensi di FI, che, pare lo si dimentichi, ha subito (?) due scissioni di eletti, corsi ad allinearsi tra i peones della maggioranza illegittima.
E’ all’orizzonte un “Partito della Nazione”, a cui – a voler faticosamente estrarre elementi utili – Mieli auspica di fatto il concorso della ormai esangue pattuglietta berlusconiana.
Della strisciante adesione alle posizioni governative sono segno le ripetute note antireferendarie apparse su “Il Giornale”, le assenze nei dibattiti e nei voti parlamentari e da ultimo la scusa del mancato voto di Berlusconi nella consultazione del 17 aprile. Il presidente del Milan non si è recato al seggio, seguendo di fatto l’ordine dei “centri di potere”, dopo aver appreso i deludenti dati delle prime rilevazioni, forieri di sconfitta troppo umiliante per un elettore “ritrovato” dopo la sospensione del diritto.