Trump ha vinto e buoni tutti. Ha vinto perché tutti i media mondiali (mondialisti?) l’hanno dato per settimane per morto, ci hanno spiegato che i tweet/post/storie instagram delle celebrità democratiche hanno spostato il voto dei millenials, ci hanno detto che l’aumento dell’affluenza favoriva i democratici rispetto ai repubblicani.

E invece.

E invece ha pareggiato, anzi avrebbe perso, ma ha pareggiato perché tutti erano (di nuovo) contro di lui e non è stato un’urgano, ma un’acqua alta (al massimo). Quindi ha vinto.

Il trionfo di Trump è che mentre Obama nel 2008 aveva vinto grazie ai social, lui ha compreso i social, è entrato nell’algoritmo, lo ha plasmato. In un mondo in cui i nuovi media spingono alla radicalizzazione dell’esperienza creando bolle di filtraggio quasi impenetrabili, Trump ha inteso che non c’è più destra contro sinistra, ma radicalizzazione contro altra radicalizzazione; che l’accordo, il compromesso, non hanno più valore in sé e che solo il valore ha ancora valore.

Ne consegue un rilancio continuo, iperbolico, eppure efficace.

Trump ha vinto perché i repubblicani premiati nelle urne sono soprattutto quelli che hanno scelto la sua linea, i suoi temi, i suoi toni; e anche tra i democratici, i più interessanti e futuribili sono quelli più centrifughi, i sandersiani, i socialisti – termine quasi tabù, fino a poco fa, negli USA: insomma, quelli che potenzialmente aiuteranno di più Trump a radicalizzare l’elettorato.

Nel frattempo, però, i dem non hanno eletto un vero avversario. Se guardiamo i nuovi senatori e i nuovi rappresentanti della camera bassa, non vediamo nessuno che possa comunicativamente competere con The Donald.

Tutto il resto è distrazione. L’ondata rosa, l’ondata gender, l’eletta afghana, l’eletta gay nativa: tutte aggiunte significative, statistiche, simboliche, ma nessuno di questi è una vera minaccia per il repubblicano atipico alla casa bianca. Anzi, la maggioranza alla camera bassa consegnerà un facile alibi al rosso rispetto alle promesse non mantenute consentendogli inoltre di scegliere – attraverso attente, strategiche, concessioni – il proprio sfidante. Che se, ascoltando i media liberal, sarà davvero Nancy Pelosi, sarà una nuova versione (scarsa) della Clinton già umiliata e sconfitta.

Insomma, c’è proprio poco da ridere per i democratici e i loro fan. Forse questa è la loro unica speranza: prenderla come una sconfitta, capire che la situazione è davvero grave e correre realmente ai ripari.

Che ad oggi significa solo: convinciamo Michelle Obama a correre nel 2020.