L’esito dell’assegnazione dell’Agenzia Europea per il Farmaco (EMA), oltre a rappresentare per l’Italia un mancato sviluppo economico quantificabile in svariate decine di qualificazioni ai Mondiali di calcio, obbliga le istituzioni a rivalutare il modo di stare nell’UE e determinare le opzioni che nel prossimo breve periodo dovremo essere in grado di rappresentare nel contesto comunitario.

Due i dati emersi, il primo di carattere tecnico, l’altro di ordine politico.

Il primo elemento offre il segno della totale inadeguatezza dell’impianto dirigenziale dell’Unione, dove tecnicismo e burocrazia prevalgono su analisi di efficienza, convenienza ed opportunità. Milano, anche grazie ad una positiva credibilità acquisita in ambito internazionale con l’organizzazione di Expo 2015, aveva – a detta di tutti – presentato il miglior progetto per ospitare la sede di EMA ed era accompagnata da uno dei più solidi distretti industriali al mondo di produzione del farmaco. Non a caso, la candidatura era stata riconosciuta come la migliore in prima, in seconda e – sia pure a pari merito – in terza votazione. Il fatto che la decisione, invece che essere rinviata ad un supplemento di programma da far presentare ai contendenti, sia stata affidata ad un sorteggio, la dice lunga sulla ormai insanabile distanza che separa l’eurocrazia dal buonsenso. Su questo, prima che sia troppo tardi, tutti gli Stati che non si siano già consegnati al nuovo pangermanesimo devono intervenire senza indugi.

Il secondo dato, tutto politico, riguarda invece l’Italia in particolare: con l’uscita di Londra, sarebbe stato lecito attendersi un conseguente aumento di peso dell’Italia – storico fondatore e contribuente attivo dell’UE – al tavolo decisionale. Ieri si é invece celebrata la nostra definitiva retrocessione a livello dei “paria”. Se é vero che i voti si contano e non si pesano, non possiamo però non rilevare come – a sostegno della candidatura di Milano – si siano espressi Grecia, Malta, Cipro, Slovenia e Romania. Ma Berlino, Parigi e Madrid hanno fatto quadrato contro di noi e, pur di sminuire il nostro ruolo nello scacchiere continentale, hanno privilegiato una intesa politica dalla quale siamo esclusi.

Un fallimento della nostra storia, che sarebbe stato egualmente grave pure se il bussolotto estratto fosse stato quello di Milano.

Di fronte a tali drammatiche evidenze – e al netto di ogni speculazione politica di parte – é un fatto che l’Italia debba, con il tempo residuo di questo governo e con l’esplicito impegno di quello che verrà dopo le elezioni, rideterminare peso e ruolo della propria presenza in Europa, partendo dalla negazione di ogni ulteriore cessione di sovranità sino alla rinegoziazione di accordi e trattati.

La traccia – a voler semplificare il lavoro – già c’è, ed è costituita da quanto l’Europa era disponibile ad accordare alla Gran Bretagna perché non uscisse. Ciò che era possibile per gli inglesi allora, deve diventare prassi per gli altri adesso. In difetto, l’Europa non può avere futuro.