Petrolio, energia, sovranità nazionale ed economica. Su questi scenari la Nuova Rivista Storica, la bella, densa rivista diretta dal professor Eugenio Di Rienzo, ha dedicato un importante numero monografico significativamente intitolato: ”Eni e la fine dell’età dell’oro”. Con accuratezza e maestria, Di Rienzo e i suoi collaboratori hanno analizzato un periodo cruciale — quanto misconosciuto— della storia repubblicana, il biennio 1973-74, quando  l’Italia, dipendente per l’85 per cento dalle forniture di energia provenienti dall’estero, fu una delle nazioni del blocco occidentale più colpite dalla prima vera crisi petrolifera.

Un passo all’indietro. Tra il 1973 e il 1974 la bilancia commerciale passò improvvisamente da un deficit di 2134 a 5521 miliardi di lire. Uno choc pesante per un paese in piena e tumultuosa trasformazione politica e sociale. L’improvvisa rottura ebbe effetti effetti devastanti e fissò nell’immaginario dei più la fine del “miracolo economico”, determinando un crollo verticale della fiducia nelle istituzioni e nella solidità dell’economia. Nell’immaginario collettivo sono rimasti i clamorosi (e spesso inutili) provvedimenti che toccarono la vita quotidiana degli italiani: il divieto di circolazione per le auto private nei giorni festivi, la chiusura anticipata di cinema e teatri, la riduzione dell’illuminazione pubblica, addirittura la fine anticipata delle trasmissioni serali della tv. Un intreccio di dati micidiali che finì per legittimare agli occhi dei più giovani (e non solo) anche quella “guerra civile a bassa intensità” che spezzò un’intera generazione.

Come sempre i motivi e le ragioni erano più complesse. Come scrivono Massimo Bucarelli e Silvio Labbate nel saggio introduttivo di NRS, la crisi energetica, aggravata dalla guerra “del Kippur” — il drammatico conflitto dell’ottobre 1973  tra Israele, Egitto e Siria —fu la conseguenza di “due fenomeni politico economici”: da un lato la “volontà dei Paesi produttori di petrolio di fissare autonomamente il prezzo del greggio senza subire imposizioni e limitazioni da parte delle grandi compagnie petrolifere occidentali (in gran parte anglo americane)”, dall’altro “una sempre maggiore presenza dei Paesi produttori nella proprietà delle attività petrolifere, in alcuni casi culminata in vere e proprie nazionalizzazioni delle società titolari di concessioni locali”.
In quel lontano 1974 la questione energica divenne così la principale emergenza che il timido governo di Mariano Rumor dovette fronteggiare. Eppure, anche se pochi lo ricordano, proprio nella prima metà del 1974 venne varato un importante piano per modificare le nostre politiche energetiche, imponendo momenti di discontinuità importanti nella nostra politica estera. Il risultato fu una serie di accelerazioni e proiezioni che — malgrado le debolezza dei governi del tempo e la fragilità del sistema Italia — infastidirono non poco gli alleati occidentali e le loro potenti centrali economiche e finanziarie.

Fu un’operazione necessaria, indispensabile per la tutela degli interessi nazionali. Il merito fu principalmente dell’Eni. In quel contesto drammatico l’azienda dimostrò — una volta di più in sintonia con l’eredità di Mattei — lungimiranza e coraggio. L’Ente nazionale idrocarburi convinse il traballante governo ad “intensificare la ricerca mineraria in Italia e all’estero”, a proporsi in termini innovativi nel Africa sub sahariana, nel Mare del Nord e in Indonesia e — soprattutto — obbligò il pavido Rumor a ristabilire rapporti forti con i Paesi produttori. Senza tener conto degli schieramenti geopolitici e delle contigenze del momento. Ecco allora i rapporti con il controverso Iran dello Scià, con l’Arabia Saudita, con l’Iraq di Saddam Hussein e gli accordi con la Libia gheddafiana e l’Algeria, allora filosovietica.  Un’autonomia che Washington, Londra e Parigi non gradirono. Pagine queste su cui attendiamo ulteriori indagini dal “laboratorio Di Rienzo”. Nel frattempo apprezziamo l’importante sforzo di Nuova Rivista Storica per illuminare finalmente una pagina di storia italiana su cui vale la pena di riflettere. Oggi più che mai.