Non bastano tutti i guai che abbiamo. Ci mancava anche questa brutta botta. Chiude L’Unità! Il giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, mente elevata. Ma guastato da Walter Veltroni. Mente fertile di iniziative costose ed inconcludenti.

Intendiamoci, quando chiude un giornale è sempre un lutto. Sbagliano gli editori affaristi di oggi a credere che un giornale sia solo un prodotto commerciale. Un giornale è l’unica cosa inanimata che ha un’anima. Anima composita ed affollata da quelle dei giornalisti, dei linotipisti e dei collaboratori che lavorano come matti per farlo uscire in edicola. Si aggiungono le anime dei lettori, che se sono degni di questo nome, dal loro giornale pretendono. E non accettano supinamente le regole del mercato.

L’Unità, una volta, l’anima l’aveva davvero. Ed era quella della verità leninista, condita con la paranoica rigidità cerebrale stalinista, che accompagnava gli articolisti ed i lettori per l’intero arco della  vita. Era la loro Weltanschauung, e ne godevano.

Ma questo oliato meccanismo ha cominciato a fare acqua quando il direttore Veltroni si è messo in testa che quel giornale poteva diventare anche una macchina per far soldi. E, come capita alle cose di Veltroni, si è avverato l’inverso. Tramutandosi in un’operazione che ha mandato completamente in frantumi questo glorioso giornale, secondo solo all’Agenzia Tass nella produzione continua delle balle.

Così L’Unità è finita nelle mani degli affaristi. Sciocchi imprenditori del niente che hanno osato credere che chi nacque per ingannare col fumo potesse dare dei frutti reali.

Un’utopia simile al pretendere di fare una bella discussione con le Muse Inquietanti di De Chirico. Quindi, per essere precisi, la veglia funebre de L’Unità è stata celebrata parecchi anni fa. Quella che chiude oggi non è altro che una sorta di morto vivente, addirittura più impressionante dei manichini del noto film americano.

Ma, indipendentemente dallo scarso dispiacere che ci affiora nel cuore, è giusto che L’Unità abbia suo epitaffio, che venga celebrata in articulo mortis, proprio come si fa per gli illustri – anche se disprezzati in vita – defunti. Ma che, proprio perché illustri, sul sagrato della chiesa l’ipocrita fervorino se lo beccano comunque.

Quindi facciamolo anche a L’Unità, questo fervorino. Era il più coerente organo di stampa italiano, non c’è dubbio. L’unico che, senza falli, si è dimostrato dannoso fin dall’inizio della sua storia. E nato esclusivamente con l’intento di veicolare la teoria della doppia verità leninista, quella che da una parte vede come sono andate le cose e dall’altra le racconta in funzione della convenienza politica. Con il bel risultato di prendere per fessi i gonzi che lo leggevano e che votavano per il partito che ne era proprietario. Tutto questo è proseguito per decenni. La produzione di balle de L’Unità era inarrestabile, così come lo era la produzione nazionale dei fessi i quali, di elezione in elezione, se non aumentavano, quantomeno rimanevano stabili nel numero. Però, paragonare gli Ingrao ed i  Fortebraccio di allora ai poveracci delle ultime direzioni è veramente blasfemo. Quindi non lo facciamo e lasciamo tutti gli onori alle direzioni ed ai corpi redazionali degli anni ‘50, ‘60 e ‘70.

Solo loro sono riusciti a fare grande L’Unità. Solo loro potevano attivare la fervida fantasia del grande Giovannino Guareschi per beccarsi una serie di vignette dal rituale titolo: “Contrordine compagni, la frase pubblicata su L’Unità contiene un errore…”. E solo loro, così raffinati nella ricerca e nella pubblica diffusione delle bufale, potevano essere capaci di titolare, il giorno della morte di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più tradotto dal mondo, la notizia del decesso con un titolo che è passato alla storia. E che rimane come sempiterna onta all’intelligenza di tutti gli italiani: “è morto uno scrittore che non è mai nato”. Facendo così stramazzare dal ridere l’Anima del grande Giovannino, quello che per decenni aveva ridicolizzato L’Unità, facendo ridere almeno due generazioni di italiani. Quello che, con ragione, aveva detto: “Non muoio neanche se mi ammazzano”.

Buon ultimo viaggio, quindi, cara Unità. Siamo certi che ci mancherai. Le tue colonne, allora, ci allietavano le giornate con le celebrazioni dei baffoni di Stalin o con i disperati tentativi di dimostrare che Togliatti era veramente Il Migliore.

Oggi la sinistra ci propina Renzi. Certo, anche lui le balle le spara grosse. Ma sarà sempre una comparsa. Gli manca la classe e lo stile dei grandi comunisti firmaioli de L’Unità. Vassalli così untuosi nei confronti dell’ideale più sconfitto della storia, non ne vedremo più. E rideremo un po’ meno di allora.