Personaggi e interpreti di questa storia: nei panni dell’epurato, il professor Marco Gervasoni, storico, saggista, e titolare alla Luiss del corso di Storia comparata dei sistemi politici (Gervasoni insegna anche in un ateneo pubblico, l’Università del Molise); nei panni del “censore” politicamente corretto, il direttore del dipartimento di Scienze politiche e fondatore della Luiss school of government Sergio Fabbrini, definito da Matteo Renzi nientemeno che “uno dei pensatori più importanti del panorama europeo”. Ambientazione: la Luiss, università che fa riferimento alla Confindustria, e che ha proprio nel dipartimento di Scienze politiche il suo autentico fiore all’occhiello, un’eccellenza vera, va detto.

Che è successo? Che il professor Gervasoni, l’estate scorsa, non avendo (ancora) perso i diritti politici, la libertà d’espressione e l’uso dei social network, si è espresso in modo ruvido sul tema dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani, rilanciando una proposta di Giorgia Meloni e twittando in modo chiaramente provocatorio: “Ha ragione Giorgia Meloni, la nave va affondata. Quindi Sea Watchbum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso”. Uno potrà dire: si può essere d’accordo o meno sulla sostanza, magari dissentire sulla forma, ma non si vede in cosa possa essere sacrificata la libertà d’espressione di un docente che – nelle ore di lezione – non si è mai sognato di ammorbare gli studenti con comizi politiciIn ogni caso, i primi a indignarsi furono quelli dell’Anpi Molise (se non lo sapevate, esiste): tale Loreto Tizzani, rappresentante dell’organizzazione, si augurò che “comportamenti così gravi (…) fossero adeguatamente valutati dall’università del Molise”. E infatti Gervasoni ebbe buon gioco a chiudere la polemica rivendicando tutta intera la sua libertà d’espressione: “Non si capisce cosa c’entri la mia attività di docente con le mie opinioni politiche espresse liberamente al di fuori, a meno di non avere come modello di libertà l’Urss, a cui l’Anpi sembra rimasta legata”. Tra l’altro, non si vede come un tweet – di tutta evidenza scritto a titolo personale – potesse o possa “impegnare” un ateneo.

Incredibilmente, però, a raccogliere la richiesta censoria dell’Anpi Molise è stata la Luiss, che si tenderebbe a immaginare come una fucina di pensiero liberale. Dapprima Fabbrini ha chiesto spiegazioni per iscritto a Gervasoni. Il quale ha provveduto a rispondere, non solo rivendicando il proprio diritto al free speech, ma sottolineando di non aver mai fatto politica in aula.

Ma la risposta non è servita a nulla. Infatti, è stato convocato in fretta e furia il consiglio di dipartimento che, a maggioranza fabbrinesca, ha defenestrato Gervasoni, sollevandolo dal corso. Intendiamoci bene: un ateneo privato ha certamente diritto ad allontanare chi crede. Tutto legittimo. Ma altrettanto legittimo è discutere il carattere discrezionale della scelta, dal quale è difficile distinguere una sgradevole sfumatura di attacco al free speech e una preoccupante commistione tra la valutazione dell’attività didattica di un docente e l’analisi delle sue dichiarazioni pubbliche e extrauniversitarie.

L’imbarazzo di fronte a una decisione oggettivamente censoria appare palpabile: la comunicazione sulla sua defenestrazione non è arrivata a Gervasoni per iscritto, ma solo con una telefonata (non sarebbe stato facile, forse, lasciare nero su bianco le motivazioni di una simile decisione), e casualmente la notizia gli è giunta dopo il voto di fiducia ricevuto dal Conte bis. Sicuramente una coincidenza.

Daniele Capezzone, La Verità, 20 settembre 2019