Il “ Giorno del Ricordo”, che si celebra il 10 febbraio, è stato istituito soltanto il 30 marzo 2004. Il provvedimento approvato dal Parlamento a maggioranza ( i comunisti non l’hanno votato) ha lo scopo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Questa tragica vicenda è stata (e lo è tuttora) una storia volutamente nascosta o omessa non solo dai partiti ma soprattutto dagli storici (quasi tutti di sinistra). Spetta a noi ristabilire la verità ripercorrendo le tappe storiche di questa immane tragedia che ha colpito il nostro Paese.

Le prime stragi degli italiani sono avvenute all’indomani dell’8 settembre 1943 dopo che il maresciallo Pietro Badoglio aveva annunciato alla radio la firma dell’armistizio con gli Alleati, gettando l’Italia nel caos.

In precedenza, lo sbarco degli Alleati in Sicilia (9 luglio) aveva spinto il re Vittorio Emanuele III, i vertici delle Forze armate e Dino Grandi con altri membri del Gran consiglio del fascismo, ad accelerare il disegno di rimozione di Benito Mussolini. Cosa che si era concretizzata nella notte tra il 24 e il 25 luglio, quando il Gran consiglio aveva approvato a maggioranza un ordine del giorno di Grandi nel quale si chiedeva al capo del governo di rivolgersi al re affinché assumesse l’effettivo comando delle Forze armate. Il re aveva nominato Badoglio capo del governo e poi fatto arrestare Mussolini che si era recato da lui in udienza. Ma il crollo del regime fascista aveva provocato un generale e caotico processo di disgregazione. Infatti per quarantacinque giorni il nuovo governo di Badoglio si era mosso in bilico, tra la conferma dell’alleanza con i tedeschi che, preoccupati della nuova situazione e non fidandosi del re continuavano a fare affluire truppe nella penisola, e la conduzione di trattative segrete con gli Alleati.

La firma dell’armistizio, seguita subito dopo dalla fuga del re, di Badoglio e dei capi di Stato maggiore, da Roma verso Pescara e infine verso Brindisi dove saranno posti sotto la protezione degli Alleati, aveva aumentato a dismisura lo sfacelo del Paese e in particolare delle Forze armate.

I militari italiani di stanza nella Venezia Giulia e nelle “nuove” province slave si erano dispersi, anche per non cadere nelle mani dell’esercito tedesco che aveva già predisposto, dopo la caduta di Mussolini, un piano di occupazione dei territori non ancora in mano agli Alleati. Ma non tutti i nostri soldati, demoralizzati, sbandati e confusi da ordini contrastanti, erano riusciti a sfuggire ai tedeschi che in quello scacchiere operavano con la Wehrmacht (si calcola che siano stati fatti prigionieri ben cinquemila militari). I tedeschi avevano occupato Trieste, Fiume, Pola, Monfalcone, Gorizia ed altre zone strategiche della Venezia Giulia, dove a seguito dell’armistizio si era creato un vuoto di potere. Altre parti della regione erano rimaste scoperte. Ed è proprio in questi territori che i partigiani slavi, in breve tempo, potevano riversare sugli italiani il loro odio .

Centinaia di italiani erano stati fucilati e gettati nelle vaste voragini carsiche. Ai partigiani si erano aggiunti i contadini croati del luogo che  si erano abbandonati, latitante ogni autorità civile e militare, a sanguinose incursioni, incendiando e assaltando le proprietà italiane. In alcuni casi, prima delle esecuzioni, venivano allestiti dei “processi farsa” da improvvisati “tribunali del popolo”. Per processare un italiano, era sufficiente che fosse etichettato come “nemico del popolo”.

Davanti ai “giudici” erano comparsi, prima d’ogni altro, ex dirigenti ed iscritti al Partito fascista, poi funzionari ed impiegati statali e comunali, carabinieri, guardie forestali, proprietari (anche piccoli) terrieri, impiegati o dirigenti di industrie minerarie, industriali e cantieristiche. Nelle foibe erano scomparsi commercianti, insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici, vale a dire le figure più visibili delle comunità italiane, che vennero aggredite in quanto tali per provarle della loro classe dirigente. Ma non bastò ancora: in alcune zone il gruppo etnico italiano fu colpito senza alcuna distinzione, allo scopo di distruggerne sentimenti nazionali, modelli di vita e di costume.

Nelle prime settimane di occupazione, i partigiani  slavi, i contadini del posto che odiavano gli italiani o che avevano motivi di rivalsa, senza remora alcuna, caricavano i prigionieri su autocorriere o su autocarri requisiti, portandoli preferibilmente di notte nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati i polsi sul davanti, con filo di ferro stretto da pinze, e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il viso con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull’orlo della foiba a gruppi, si provvedeva all’esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto delle vittime: i corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro.

A volte i condannati venivano posti l’uno di fianco all’altro, spalla contro spalla, e legati all’altezza delle braccia con il filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti. Ammassati sul ciglio, si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero con sé tutti gli altri ancora vivi.

Per impedire ogni possibile opera di ricerca e di identificazione delle vittime, talvolta i prigionieri venivano condotti sul luogo dell’esecuzione del tutto nudi; altre volte, invece, dopo averli infoibati si facevano brillare delle mine in prossimità dell’apertura della voragine, ottenendo in tal modo il franamento e l’ostruzione della cavità.Spesso, i “giustizieri”, utilizzavano le cave di bauxite. Le persone da uccidere venivano portare sul fondo delle cave e poi fucilate. Dopo il rituale dell’esecuzione, venivano lanciate delle bombe a mano sulle pareti delle cave, in modo che i cadaveri fossero ricoperti dal terreno roccioso. Nei pressi delle coste, invece, una volta eseguite le esecuzioni, i cadaveri venivano gettati in mare, zavorrandoli con grosse pietre legate ai piedi.

Qual è il numero delle vittime dell’autunno 1943?  Secondo  le più attendibili ricerche il numero dovrebbe oscillare su un migliaio di unità, tra infoibati, gettati in mare, “scomparsi”, ecc. Il macabro e feroce “rituale” delle uccisioni degli italiani, da parte dei partigiani comunisti di Tito, proseguirà anche nei mesi successivi ed anche a guerra terminata.

Nella primavera del 1945, la IV Armata jugoslava, forte di otto divisioni per un totale di 50 mila uomini, comandata dal generale Petar Drapsin,  si era diretta verso Fiume, l’Istria e Trieste. Come supporto all’Armata, agivano il VII e IX Corpus dell’esercito di liberazione sloveno, presenti nelle aree ancora in pugno ai tedeschi. E’ una corsa contro il tempo perché Tito vuole occupare la Venezia Giulia prima dell’arrivo degli Alleati, trascurando almeno per il momento Zagabria e Lubiana dove si trovano reparti dell’esercito tedesco. Dava per scontato che in caso di vittoria, le due città sarebbero state annesse alla Jugoslavia. Il 20 aprile 1945 i partigiani sloveni avevano raggiunto i confini della Venezia Giulia e tra il 30 aprile e il 1 maggio, il IX Corpus aveva invaso l’Istria e Trieste, mentre a Gorizia  doveva fare i conti con il battaglione  di bersaglieri “Mussolini”.

Accanto all’esercito jugoslavo che aveva il compito di occupare militarmente territori e città, operava l’OZNA, la polizia segreta jugoslava che agiva nella più completa autonomia. L’OZNA non solo arrestava gli italiani ma anche gli antifascisti che si opponevano alle mire espansionistiche di Tito.

Nel maggio 1945, erano iniziati pertanto i massacri di centinaia e centinaia di persone in tutta la Venezia Giulia (Trieste, Gorizia, Istria e Fiume). Da rammentare l’eccidio di 87 militi della Guardia di Finanza di Trieste che, invece di essere dirottarli in un campo di concentramento (com’era stato assicurato) erano stati avviati a Basovizza dove erano stati infoibati.

Solo il 12 giugno gli eccidi a Trieste e Gorizia erano cessati, con l’arrivo degli Alleati. Nei giorni scorsi, su iniziativa della Fondazione Destra Protagonista di cui è presidente Maurizio Gasparri, é stato proiettato a Roma il film “Red Land (Rosso Istria), unico film che parla apertamente e con documentazione inoppugnabile del massacro perpetrato dai comunisti titini contro gli italiani. Nel film viene descritto il caso della giovane universitaria Norma Cossetto, di Santa Domenica di Visinada, un paese vicino Visignano, torturata, violentata e uccisa perché figlia di Giuseppe, facoltoso possidente, che aveva ricoperto l’incarico di segretario del fascio locale.

All’inizio di ottobre, Norma era stata legata ad un tavolo, denudata, seviziata e stuprata ripetutamente dai suoi aguzzini (slavi ed anche italiani).

La vicenda delle violenze carnali sarà poi raccontata da una donna che abitava davanti all’ex caserma. Sentendo dei lamenti, la donna si era avvicinata alle imposte socchiuse della stanza da dove provenivano i gemiti. Qui aveva visto una ragazza, legata ad un tavolo, con le vesti stracciate, mentre alcuni uomini la violentavano a turno. Era subito rientrata nella propria abitazione, disgustata e sconvolta.  Aveva udito la ragazza lamentarsi e invocare il nome della mamma con voce flebile. Non poteva intervenire perché aveva paura che i carcerieri potessero fare del male anche a lei.

Nella notte tra il 4 e il 5 ottobre, Norma era stata condotta con altri venticinque prigionieri sulle pendici del monte Croce, tra Montreo e Antignana: legati gli uni agli altri, erano stati fucilati e fatti precipitare nella foiba di Villa Surani, profonda 135 metri. Due mesi più tardi, quando i cadaveri, ormai in avanzato stato di decomposizione, saranno riportati alla luce dal distaccamento dei vigili del fuoco di Pola, guidati dal maresciallo Arnaldo Hazarich, si scoprirà che a Norma erano stati recisi i seni e le è era stato conficcato un pezzo di legno nella vagina; si accerterà inoltre che altri due corpi di donne, recuperati nella stessa foiba, avevano subito violenza carnale. Frattanto il padre di Norma, Giuseppe Cossetto, rientrato al suo paese, si era messo alla ricerca della figlia assieme ad un suo parente, Mario Bellini. Saranno uccisi il 7 ottobre dai partigiani ed i loro corpi gettati in una foiba.

Un altro cruento episodio è quello dell’assassinio delle tre sorelle Radecchi, Albina (21 anni), Caterina (19 anni) e Fosca (17 anni). La prima è in stato di gravidanza. Lavorano in una fabbrica di Pola ed ogni sera- al ritorno dal lavoro-  si soffermano a parlare con alcuni militari del vicino distaccamento di Fortuna, nei pressi di Altura, dove sono di base reparti della Regia  Aeronautica.

Fermate nella zona di Fasana, nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, esse vengono costrette per alcuni giorni alle mansioni di cuoche e di sguattere in un’improvvisata cucina da campo, e ripetutamente violentate dai loro sequestratori. E’ probabile che la motivazione del sequestro sia da ricercarsi nella frequentazione dei militari di Fortuna.  All’improvviso le tre sorelle scompaiono, forse anche per il biasimo espresso da un commissario politico sul comportamento del gruppo che le tiene prigioniere. I loro corpi saranno ritrovati nella foiba di Terli, nel comune di Barbana d’Istria, a 125 metri circa di profondità, assieme ad una ventina di altre vittime. Al momento del recupero delle salme si constatò che tutte e tre le sorelle erano state violentate prime di essere uccise e che i corpi di due di esse, Caterina e Fosca, avevano il cranio fracassato ma non presentavano alcun segno di arma da fuoco. Le due giovani donne erano state gettate vive nella foiba.

Furono ben 350 mila gli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia costretti a lasciare le loro terre, quasi il 60%  secondo i dati statistici dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati e delle prefetture: 80 mila fuggirono nelle Americhe, in Canada e in Australia, 100 mila furono accolti nella regione Friuli Venezia Giulia mentre gli altri vennero sistemati nelle baracche di 120 campi profughi dal Carso alla Sicilia. Nel Lazio, ad esempio, soprattutto a Roma e Latina, arrivarono circa 10 mila esuli. Come si può constatare si trattò di un esodo biblico.

Non può essere dimenticato un ulteriore aspetto di questa immane tragedia. Gli esuli, scampati alle angherie dei comunisti jugoslavi, furono costretti a subire le umiliazioni e le angherie dei comunisti italiani. A Venezia i portuali si rifiutarono di scaricare i pochi bagagli dei profughi  che furono accolti, al grido di “fascisti andatevene”, con insulti e sputi. Ostile accoglienza anche nel porto di Ancona dove attraccò la nave “Toscana”, con un carico di settecento profughi che provenivano da Pola. Sulla banchina si trovavano centinaia di persone. Gli esuli ritennero che fossero lì per salutarli e dare loro il benvenuto. Poi si accorsero che sventolavano non tricolori ma bandiere rosse. I profughi sbarcarono tra bordate di fischi e irrepetibili insulti. Ma la via crucis non era terminata.  Salirono su un treno che doveva portarli a Bologna. Giunti nella stazione del capoluogo emiliano, gli esuli, tra cui donne e bambini, avrebbero dovuto consumare un pasto caldo predisposto dalla Pontificia opera assistenza. Ma i il sindacato dei ferrovieri, minacciando uno sciopero se fosse stato distribuito il pasto, costrinse il treno a ripartire. Il latte caldo riservato ai bambini fu versato tutto sui binari. Un altro particolare: il convoglio  del dolore e della disperazione (gli esuli avevano lasciato nelle loro case ogni avere, persino gli indumenti) già prima di entrare nella stazione era stato bersagliato da una nutrita sassaiola. Anche a La Spezia i profughi, concentrati nella caserma in disuso “Ugo Botti”, subirono ogni tipo di violenza morale. Un dirigente della Camera del lavoro genovese arrivò ad affermare “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”.

Il Pci ha sempre continuato la sua campagna di intolleranza e persecuzione contro gli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia. Con la sua forte presenza nel panorama politico italiano ha sabotato ogni ricerca storica e giudiziaria su ciò che è accaduto dal settembre-ottobre 1943 al maggio-giugno 1945.