Un tempo gli europei erano coraggiosi, avventurosi, imperiali e (perchè no?) imperialisti. Erano fieri di esserlo. Gli inglesi, soprattutto gli inglesi fecero la loro parte, con cupidigia, pragmatismo e, talvolta, onore.
Forti di coraggio, armi e sterline, costruirono nel tempo un impero globale. Una lunga, contradditoria quanto gloriosa storia che i britanni d’oggi, racchiusi nelle loro isola multicolore, preferiscono scordare.
Per fortuna vi sono ricercatori e studiosi come Niall Ferguson che cercano di recuperare e salvare (senza sconti, ma con obiettività) la muliebre eredità dell’impero dalla follia del “politicamente corretto”.
Poi, ogni tanto, vi è qualcuno che racconta storie lontane, dimenticate. È il caso di “Civiltà perduta” — un sorprendente intreccio tra “Fitzcarraldo” di Herzog e l'”Apocalypse Now” di Coppola.
La pellicola, diretta da James Gray,narra la vicenda (vera) di Percy Fawcett, ufficiale britannico che nel primo Novecento esplorò — per ordine del governo di Sua Maestà e, poi, per sua iniziativa la Bolivia profonda. In cerca di un sogno.
Tutto iniziò nel 1906 quando Fawcett partì per il suo primo viaggio in compagnia del professor Henry Costin per fissare i confini tra Bolivia e Brasile (e indagare il quadro geopolitico e le risorse del luogo). Nel loro lungo viaggio i due incontrarono popolazioni indigene a volte ostili, altre volte accoglienti, ma poi furono travolti dalla bellezza dei luoghi. Ma non solo. Miglio dopo miglio gli esploratori si convinsero d’aver trovato la strada per la mitica “citta d’oro”, la civiltà perduta, l’ossessione dei conquistadores spagnoli. L’Eldorado. Chissa?
Seguirono altri due viaggi. L’ultima spedizione fu nel 1925. Fawett e il suo figlio maggiore scomparvero nella profondità dell’Amazzonia. Un mistero ancora irrisolto ma terribilmente intrigante. Su Netflix.