Queste brevi riflessioni derivano dalla visione di alcuni documentari “sul campo” trattanti le forze militari in Afghanistan di tre nazioni: “Restrepo”, di Tim Hetherington e Sebastian Junger, su un Plotone di paracadutisti USA nella valle del Korengal, “Armadillo” di Janus Metz, su un reparto degli Ussari della Guardia danesi, e “La bolla di sicurezza”, di Paolo Giordano, sui militari italiani: e mi concentrerò non tanto su chissà quali ficcanti analisi geopolitiche rinfocolanti le annose diatribe tra fan dei “camerati islamici” e gli “America uber alles” neoatlantisti, ma banalmente proprio sui soldati intervistati; su come sono rappresentati e come si autorappresentano davanti alle telecamere in questi documentari di guerra dell’era 2.0.

Ebbene, la visione di “Restrepo” e “Armadillo”, consegna allo spettatore il tormento interiore, lo choc della brutalità del combattimento e delle vittime civili, il dolore per la morte dei propri commilitoni dei soldati americani e danesi, in questo simili al di là delle evidenti differenze tra Europa e USA, ancora resistenti all’attacco del Mondialismo, ma anche quella identica spavalderia guerriera, quella guasconaggine soldatesca che sembra trasferitasi indenne e immutata nel corso dei secoli dal Lanzichenecco di von Frundsberg all’Ussaro del ‘700: quello stile Europeo, Occidentale di combattere, e di mettere in gioco la propria esistenza con un tiro di dadi, senza rimpianti. Due fotogrammi valgono più di mille parole: un giovane capopezzo danese, barbuto e a petto nudo, con uno Tscahko in testa e sciabola in pugno, che comanda l’aprite il fuoco ai suoi mortaisti al grido di “Dove sono quei bastardi? Fuoco!”, prendendosi gioco con la sua tenuta decisamente non regolamentare del nemico e della Morte, e un team leader sempre danese dall’attitudine redneck che, poco prima che una serie di bombe cada su dei talebani nascosti in un gruppo di case, spazzandole via in una nube di polvere assieme probabilmente a tutti gli abitanti civili, seppellisce tonnellate di propaganda sull’“esportazione della democrazia” e sull’“aiuto agli afghani” con un sarcastico: “Non è per aiutarli che siamo qua… Questo [riferendosi all’azione che si stava svolgendo] non aiuta un cazzo di niente!”. Ma d’altronde, “C’è chi fa un lavoro come un altro, e noi siamo guerrieri”.

Il documentario italiano è, invece, purtroppo, la versione terrestre della Marina Militare Italiana e del suo “favoreggiamento” dell’immigrazione prima e dopo Mare Nostrum… il documentarista, il mediocre scrittore Paolo Giordano, realizza infatti un prodotto appositamente confezionato per lo spettatore “democratico”, renziano-bergogliano ante litteram: i soldati italiani “cercano il contatto umano con gli afghani”, il cappellano militare sottolinea come i nostri soldati combattano sì, ma “con coscienza”, la donna ufficiale medico con le extension che assiste i bambini afghani e parla dei “grandi ragni che soffiano” come se parlasse dei buffi inconvenienti di una vacanza “tutto incluso” alla vicina di casa, e i militari che, dopo aver manovrato qua e là un mortaio da 120 mm, vengono informati di quando “c’è la mensa”. Immancabile poi la serata nella tenda-disco col karaoke, seguita poi, la mattina dopo dalla santa, cattolica e apostolica, messa cantata. Il soldato italiano costruito secondo gli stereotipi della commedia italiana, “italiano brava gente”, condito di un po’ di boldrinismo; gente che ha la divisa perché “tiene famiglia”; e se non fosse a combattere “con coscienza” sarebbe al centro commerciale.

Insomma, il Tramonto e il Kali Yuga incombono per tutti noi Occidentali, ma sembra che ci sia chi sappia tramontare con un certo stile, secondo il motto “noi europei sappiamo come comportarci”, e chi no.