Negare che esista il tema della collocazione europea della destra italiana sarebbe infantile. Ma allo stesso tempo sarebbe semplicistico liquidarlo con un’acritica adesione al fronte delle forze anti-Ue che Marine Le Pen sta cercando di coagulare attorno al suo Front National.

 

Noi ci sforziamo di partire dai contenuti. Abbiamo aperto l’Officina per l’Italia a cui hanno aderito molte personalità della politica e della cultura: una parte consistente del documento finale  è incentrato sul concetto di sovranità e su una proposta forte. Dobbiamo rinegoziare tutte le condizioni del nostro permanere in Europa e nell’Eurozona: Fiscal compact e patto di stabilità, contributo al Mes e al bilancio comunitario, ruolo della Bce, politica dell’immigrazione e dell’asilo, tutela delle produzioni di qualità. Lo abbiamo definito un manifestoeurocritico“.

 

L’europeismo acritico supino alla Merkel e alla tecnocrazia di Monti, Letta e Alfano ci fa inorridire; la distruzione del processo di integrazione europea non può convincere chi, come noi, è cresciuto portando nel sangue l’ideale di un’Europa dei popoli con al centro le identità nazionali, mentre non preoccupa chi scopre tardivamente autori e tematiche care alla destra e non si riconosce nel concetto di Italia. Qual è allora il posto migliore per gli Eurocritici nel prossimo Europarlamento? Le “destre” europee hanno un forte carattere nazionale e per queste ragioni le specificità e gli elementi di differenza tra le une e le altre sono marcati.

 

Nell’agitato panorama delle destre anti-Euro e/o anti-Ue si muovono personaggi contraddittori come Gert Wilders del Pvv olandese, contro l’Euro ma a favore dei matrimoni gay. Tema sul quale dissente da Marine Le Pen che sostiene la Manif pour tous. Si muove il cliccatissimo Nigel Farage, leader dello Ukip inglese, che però la Le Pen non vuole saperne di imbarcare nell’avventura euroscettica. Non mancano poi i Conservatori inglesi e il partito polacco di Kazcinsky che animano il gruppo Ecr (Conservatori e riformisti) e che nulla vogliono avere a che spartire con Ukip (loro acerrimi avversari a Londra) o con il Fn (inglesi e francesi non si prendono). Altre “destre” siedono oggi nel Ppe, penso ad esempio al Fidesz del premier Viktor Orban che ha difeso la sovranità ungherese dalla Troika.

 

Questo panorama magmatico rende la scelta della collocazione europea della destra italiana tutt’altro che banale. È di tutta evidenza che c’è un grande spazio anche in Italia per un messaggio forte ma non siamo abituati a fare scelte sull’onda di emozioni o tendenze giornalistiche. Non siamo in posizione attendista ma di attenta valutazione. La nostra unica bussola è e l’interesse nazionale in un’Europa che vogliamo radicalmente diversa dall’Ue che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Sceglieremo il percorso che meglio ci permetterà di tutelarlo. C’è spazio per questo percorso costruendo un fronte più vasto di opposizione dentro il Ppe, che rimarrà il gruppo più importante del prossimo Parlamento europeo? C’è spazio per ricostruire una presenza autonoma delle destre, come fu con il gruppo Uen (Unione per l’Europa delle Nazioni)? C’è spazio per un percorso comune con i Conservatori, ai quali ci unisce una battaglia contro l’eurocrazia ma dai quali ci divide la necessità di difendere la qualità dei nostri prodotti da un mercato globale senza regole?

 

Ha senso confinare la posizione eurocritica nell’ambito di gruppi anti-Ue che, a dispetto della loro consistenza, verranno realisticamente tagliati fuori dai giochi del prossimo Europarlamento e in cui ci sarà meno possibilità di difendere tutti i giorni l’Italia? Sono tutte domande non banali cui vogliamo rispondere perché abbiamo il dovere di dire agli elettori che il loro, nelle elezioni europee più importanti della storia, non deve andare sprecato ma deve rafforzare un progetto credibile per cambiare l’Europa e salvare l’Italia.

 

Ps: ho letto aggettivi ingenerosi sull’esperienza di Fratelli d’Italia. Abbiamo chiesto le primarie del centrodestra prima che tutti se ne riempissero la bocca. Abbiamo detto No a Monti leader del centrodestra quando Berlusconi lo propose. Abbiamo rischiato tutto perché ritenevamo finito il PdL e ce ne siamo andati quando il Cav era ancora forte. Dopo le elezioni, non abbiamo votato la riconferma di Napolitano e siamo andati all’opposizione del governo Letta perché non avrebbe mai risolto i problemi della Nazione. A distanza di undici mesi abbiamo avuto ragione su tutto. Niente male per un partito “velleitario”.