“Salute e diritti sessuali e riproduttivi”. Apparentemente un titolo innocuo, quasi suadente. Ma chi conosce meglio ciò che avviene nei palazzi di Eurolandia sa che questa formula è stata adottata costantemente negli ultimi anni dalle lobby gender e pro-choice per indurre surrettiziamente nei pronunciamenti europei degli elementi di condizionamento politico nei confronti degli Stati membri.

Già, perché stando ai trattati, la bioetica e il diritto di famiglia rientrano tra le competenze esclusive di ogni singolo Paese, in base al principio di sussidiarietà.

 

E allora non ci dovrebbe essere discussione, ci dovremmo addirittura fermare alle premesse. Invece, con cadenza sempre più intensa, una maggioranza di blocco che va dai liberali (in Europa più simili ai radical-libertari all’americana) ai comunisti tenta di forzare la mano condannando quegli Stati che non si allineano alle magnifiche et progressive sorti. Niente di vincolante ma pur sempre uno strumento di forte pressione politica e di condizionamento delle opinioni pubbliche nazionali.

Lo stesso doveva avvenire con la risoluzione di iniziativa proposta dalla parlamentare socialista portoghese Edite Estrela. I beninformati dicono che questo testo fosse stato redatto secondo le indicazioni di Vicky Claeys, presidente della sezione europea della potentissima organizzazione abortista International Planned Parenthood Federation. In questa risoluzione le lobby del relativismo non si erano fatte mancare niente: aborto libero come metodo di pianificazione delle nascite, lotta all’obiezione di coscienza, fecondazione artificiale estesa a tutti indipendentemente dall’orientamento sessuale, teoria del gender. Già nei “considerando” si affermava la filosofia di fondo che regge tutta la teoria: “i diritti sessuali e riproduttivi sono diritti umani” e come tali diritti giuridicamente riconosciuti. Non riconoscerli, o anche approcciarsi ad essi con buon senso e senza fanatismi ideologici, equivale a bigottismo, maschilismo, sessismo, ecc ecc. E infatti si «esprime preoccupazione per le restrizioni all’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva nei paesi in via di adesione».

 

Tali restrizioni sono da addebitarsi a due colpevoli. Da una parte la Chiesa: «la salute sessuale e riproduttiva e i relativi diritti […] non dovrebbero subire restrizioni per motivi religiosi, per esempio concludendo concordati». Dall’altra i medici obiettori che non vogliono praticare aborti: si «sottolinea che gli Stati membri dovrebbero regolamentare e monitorare il ricorso all’obiezione di coscienza» dal momento che «il diritto all’obiezione di coscienza è un diritto individuale e non una politica collettiva». Insomma, uno o due obiettori vanno bene, ma non di più. Naturalmente la libertà individuale e religiosa deve cedere al credo abortista: la proposta di risoluzione infatti esprime «preoccupazione per il fatto che il personale medico sia costretto a rifiutarsi di prestare servizi per la salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti negli ospedali e nelle cliniche di stampo religioso in tutta l’Ue». Che esistano medici costretti ad obiettare è davvero notizia nuova. Il documento spaziava poi su teorie strampalate, come quella secondo cui meno figli si hanno e più tempo si ha per «consacrarsi ad attività quali l’istruzione e l’occupazione, il che contribuisce all’uguaglianza di genere, alla riduzione della povertà e allo sviluppo sostenibile per tutti».

 

Si proseguiva con un sillogismo inappuntabile: se diritti sessuali e riproduttivi sono diritti umani devono essere riconosciuti a tutti e a qualsiasi età. A tutti: si auspica che l’aborto sia pratica diffusa anche oltre i confini dell’Europa. A qualsiasi età: porte aperte da una parte ad aborto selvaggio anche per le giovanissime e dall’altra ai corsi scolastici che spieghino come accedere alle suddette pratiche «insegnando ai giovani ad assumersi le proprie responsabilità rispetto alla loro salute sessuale e riproduttiva» perché in tal modo «si ottengono effetti positivi a lungo termine e che durano tutta la loro vita, con ripercussioni positive sulla società» e perché  «è meno probabile che le madri adolescenti conseguano il diploma di istruzione secondaria, mentre è più probabile che vivano in povertà». Da notare la rigorosa scientificità dell’analisi.

Si continuava sostenendo che «le percezioni stereotipate della femminilità e della mascolinità in generale, […] rappresentano un grave ostacolo al raggiungimento della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti». Il binomio donna-madre è dunque un retaggio stereotipato del passato da abbandonare. In merito alla fecondazione in vitro, la risoluzione «esorta gli Stati membri a garantire l’accesso ai trattamenti per la fertilità e alla procreazione medica assistita anche per le donne senza un partner e le lesbiche». Una sezione sul gender non poteva mancare: «oggi le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali (LGBTI) continuano a essere vittima di discriminazione, violenza e rappresentazioni non obiettive della loro sessualità e identità di genere in tutti gli Stati membri». Si invitavano pertanto gli stati membri a diffondere informazioni relative al cambiamento di sesso. L’ “educazione sessuale e affettiva” e quella di genere – “scevra da tabù” – dovranno poi essere materie obbligatorie alle elementari e medie. In particolare si «ricorda agli Stati membri il loro obbligo di garantire che i minori e i giovani possano avvalersi del loro diritto di richiedere, ricevere e impartire informazioni relative alla sessualità, anche per quanto riguarda l’orientamento sessuale, l’identità di genere e l’espressione di genere». Ciò comporta l’inclusione della «comunicazione di un’opinione positiva riguardo alle persone LGBTI, così da sostenere e tutelare efficacemente i diritti di giovani LGBTI». Cioè, secondo questa teoria non solo saresti obbligato a parlarne ma sei tenuto ad esprimere un’opinione positiva. Siamo a un passo dallo Stato etico, anche se al contrario. Eppure, se oggi commentiamo l’accaduto utilizzando l’imperfetto e il condizionale e non l’indicativo presente lo si deve ad un’impennata di orgoglio del centrodestra europeo che, dopo essersi per anni rassegnato all’ineluttabilità della sconfitta su questi temi, questa volta ha combattuto ottenendo il rinvio del testo in Commissione.

Il Ppe nella sua quasi totalità (con tutti gli italiani), il gruppo ECR dei conservatori inglesi e polacchi, gli euroscettici di EFD e persino tanti liberali preoccupati per questa deriva incontrollabile e questa palese violazione dei trattati… Finalmente una maggioranza che, sia pure molto differenziata al suo interno, ha voluto ribadire i valori della Vita, della Famiglia come società naturale formata da uomo e donna e finalizzata alla procreazione nonché come agenzia educativa primaria che non deve essere conculcata o rimpiazzata dallo Stato. Ora il testo tornerà in Commissione Femm e magari lì avrà un nuovo pronunciamento a maggioranza. Ma vi assicuro che la botta di oggi le lobby del relativismo non la dimenticheranno facilmente.