Una volta, mi raccontò un soccorritore volontario su un’ambulanza, capitò un fatto strano, forse incredibile.

Un uomo era steso per terra, su un marciapiede, in arresto cardiaco. I soccorsi arrivarono tempestivamente ed un rianimatore praticando un massaggio cardiaco ed usando il defibrillatore, riuscì a riportare in vita l’uomo ; costui, appena ripresosi , invece di ringraziare i soccorritori si mise a gridare :” Perché mi avete salvato ? Stavo così bene dov’ero! Perché lo avete fatto?” Forse fu quella concitazione ad aggravarlo, fatto sta che tornò in arresto cardiaco e questa volta le manovre rianimatorie non ebbero successo.

Altrettanto inspiegabile fu la storia di cui io fui testimone. Un mio paziente cadde in coma per una emorragia cerebrale e vi rimase per ben quattordici anni. Un giorno suo fratello, minore di qualche anno , si ammalò di un tumore al cervello e dopo qualche mese morì. Senza che avesse in qualunque modo potuto apprendere la notizia, il paziente in coma, dopo una sola settimana dalla scomparsa del fratello, senza una qualsiasi crisi premonitrice, si arrese ed il suo cuore cessò di battere. Sembrava quasi che i due fratelli avessero voluto insieme percorrere il nuovo tratto di strada che li attendeva.

Entrambe queste vicende non hanno una spiegazione univoca, ognuno può darvi l’interpretazione che vuole e nessuno avrà ragione o torto. Perché ci vuole tanta fede a credere quanto a proclamarsi ateo.

Cercare di rinchiudere in una legge quel sottile confine così misterioso tra la vita e la morte appare quasi sacrilego.

Molti insistono per firmare il testamento biologico : dicono che quando saranno in uno stato di malattia avanzata e non saranno in grado di decidere, non vorranno alcun accanimento terapeutico. Ma allora saranno le stesse persone di oggi ? Avranno la stessa tranquillità, gli stessi affetti, gli stessi ricordi?

Negli anni 70 andava di moda tra i ragazzi, sotto l’influsso della guerra del Vietnam, portare al collo una collanina con appesa una targhetta di metallo, stile marines, con impresso il proprio gruppo sanguigno.

Chi lo faceva era convinto di essere più sicuro in caso di un incidente, perché i soccorritori avrebbero subito saputo quale sangue trasfondere; in realtà quella targhetta non valeva niente e nessun pronto soccorso al mondo si sarebbe fidato di quello che c’era scritto . I preparati per intervenire in un’anemia acuta ci sono ed il sangue lo si trova. Nessun magistrato accetterebbe come scusa quella di un soccorritore che ammettesse di essersi fidato del gruppo sanguigno dichiarato su una targhetta, in caso di morte per una trasfusione incompatibile.

E’ possibile accettare un testamento biologico in cui la firma è stata apposta venti anni prima ?

Circa un mese fa una mia paziente mi chiedeva se si poteva togliere la vita al marito, un ultranovantenne affetto da Alzheimer. Affermava che i figli sarebbero stati d’accordo e che lei non ce la faceva più a vederlo in quello stato, lui che era stato una mente raffinata, un geniale inventore, depositario di molti brevetti. Le risposi che non avrei nemmeno saputo da dove cominciare ; le proposi un ricovero di sollievo, una soluzione temporanea per far riprendere fiato ai familiari, concessa dal sistema sanitario regionale. Mi rispose che ci avrebbe pensato. Trascorsero un paio di settimane e la paziente si presentò in studio per annunciarmi che aveva deciso di tenere in casa il proprio marito, perché era giusto così, anche se la cosa le costava molta fatica.

Perché se è duro portare il fardello di un coniuge affetto da demenza ogni giorno, è altrettanto gravoso sostenere il peso di avere la sua morte sulla coscienza.

Nel film “Million dollar Baby” Clint Eastwood affronta il tema dell’eutanasia e propone un caso molto simile a quello del dj italiano Fabo. In quella storia , un patto segreto, molto intimo, tra la ragazza condannata a vivere in un letto d’ospedale, tetraplegica, tracheotomizzata e senza lingua ed il suo allenatore, porta costui a provocarle la morte di nascosto, in un atto d’amore paterno concordato.

L’umana pietà spingeva quell’anziano allenatore a fare qualcosa che era contro i suoi principi ; cosa ben diversa dall’esercitare un diritto. A nessuno appartiene il diritto di decidere la morte di un altro essere umano.

Ogni medico, all’atto della dichiarazione di laurea, presta il giuramento di Ippocrate che recita : “ Non somministrerò ad alcuno, anche se richiesto, alcun farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.”

Ora dobbiamo decidere se abolire il giuramento, se stravolgerlo togliendo queste frasi o se tenerlo tale e quale , come è stato per secoli. In questa epoca di relativismo morale, in cui anche il clero è complice, anche i giuramenti valgono un po’ sì ed un po’ no, come conviene al pensiero dominante.

La parola data deve tornare ad essere sacra, secondo un principio di lealtà che non va scalfito, e che ha portato l’umanità alla civiltà : non possiamo quindi chiedere al medico prima di giurare, poi di spergiurare.

Ciò che temo non è l’eutanasia in sé, ma la sua banalizzazione burocratica. Con la legge 194 sull’aborto, si dichiarava che la donna che voleva essere sottoposta all’interruzione volontaria di gravidanza, doveva prima sottoporsi a dei colloqui psicologici per valutare seriamente il suo intendimento e solo in caso di conferma dei suoi propositi si procedeva all’intervento. Oggi la donna che chiede l’IVG, un acronimo per evitare la parola aborto, la ottiene, spesso senza molte altre procedure.

Proviamo ora ad immaginare un reparto ospedaliero italiano con una legge sull’eutanasia.

Il dottor Rossi, giovane medico appena assunto, viene avvicinato dalla caposala al suo arrivo in reparto la mattina presto.

“Dottor Rossi, il primario mi ha appena detto che oggi tocca a lei il giro per l’eutanasia ; mi raccomando, stanze 13 e 25 , le mando un’infermiera. Non faccia come il dottor Bianchi che la settimana scorsa ha confuso il 23 con il 22, e poi abbiamo dovuto aggiustarla in qualche modo con i parenti.”

Questo io temo nell’Italia di oggi ; e qualcuno le chiamerebbe lo stesso “conquiste”.