Primo capitolo: fanfare e fanfaroni.
Expo apre. Tutti i VIP si sono tirati a lucido, sembrano l’argenteria di famiglia. I palazzi, in qualche caso ancora vuoti all’interno, sono davvero belli. Nel cielo sfrecciano le Frecce Tricolori dell’Aeronautica Militare. Ecco un’Italia che, come dopo un colpo di bacchetta magica, sembra un’altra Italia. Tutto bello, tutto perfetto, tutto organizzato in modo da fare vedere una vetrina internazionale davvero rutilante.
Meno male, quasi quasi non ci aspettavamo più qualche buona notizia.
Ma, sotto sotto, gli italiani sono sempre gli italiani. Almeno, gli italiani di oggidì. E come nella parabola evangelica anche in questo caso compaiono i sepolcri imbiancati.
La facciata festosa di EXPO pilota il solito plotone di inutili idioti, quelli pronti – per vacua piaggeria – a complimentarsi con il valvassino di turno. Nel frattempo i dipendenti dell’augusto sito si agitano, e lo fanno senza sapere bene che cosa fare né a chi chiedere qualcosa. Ai cancelli i pass per gli operatori sanitari delle emergenze non ci sono. Le guardie non vogliono farli entrare, poi li fanno entrare tutti, senza nemmeno identificarli. Insomma, in una prima fase sembra che avessero paura anche di chi porta una bombola d’ossigeno, nella seconda sarebbe stato possibile trasportare anche un ordigno nucleare. Il sistema di sicurezza è andato subito in tilt, quello organizzativo probabilmente non è mai nato.
Ma alla gente piace così: ignorare e non raccontare i guai, così ci si può convincere che non esistano. In modo da poter ammirare solo i lustrini, anche se chi lavora dentro a quel manicomio è già sulla via dell’esaurimento nervoso.
Gli unici veramente serafici sono i i turisti giapponesi, quelli fotografano tutto… e si accontentano così.
Secondo capitolo: la festa dell’EXPO.
Nell pomeriggio, due ore dopo l’inaugurazione, si concentrano a Milano migliaia di teppisti di sinistra. Dimostrano contro EXPO, in quanto quella kermesse, a loro, non piace affatto. Ma vogliono davvero comunicarcelo, d’altra parte vivono nel mondo della comunicazione!
I loro metodi espressivi sono i soliti, quelli di Genova, quelli di tutto il mondo. Spaccano vetrine, imbrattano strade, bruciano automobili, mandano all’ospedale poliziotti. Una guerriglia infernale che dura alcune ore e che provoca una valanga di danni. Oltre all’umiliazione di una città, quella che dovrebbe essere la più organizzata in Italia.
Eppure tutto si sapeva prima. Si sapeva della manifestazione che è stata permessa. Si sapeva che erano bellicosi perché la polizia nei giorni precedenti aveva sequestrato un numero infinito di armi contundenti e bottiglie molotov. Si sapeva perché è la Weltanschauung di questa gentaglia la quale, a dir la verità, aveva anche annunciato tutto. Per filo e per segno.
Ma le varie autorità, quasi tutte ridicole e tutte desiderose solo di conservare la propria poltrona, il giorno dopo hanno fatto finta di essere stupite. Hanno la faccia dei generali americani all’indomani dell’attacco a Pearl Harbor, improvviso, inaspettato, effettuato nel silenzio e nel segreto più totale (ma prevedibile per i cervelli di QI almeno medio). Peccato che la nostrana Pearl Harbor sia stata la Zona Magenta a Milano e che di segreto non ci fosse assolutamente nulla. Tanto è vero che gli stranieri militanti dell’ultrasinistra, arrestati alcuni giorni prima, sono stati bellamente rilasciati – e non espulsi – dal tribunale che, in loro, evidentemente non ha visto alcunché di minaccioso. Anzi, probabilmente, ha visto in loro delle schiette e trasparenti forze democratiche. Quelle che forse picciono alla Boldrini.
Ma a che serve un ministro dell’Interno come Alfano? Evanescente, sfrontato, menzognero fino al ridicolo. E, per aggiunta, pavido ed arrendevole politicamente come i personaggi di una gag di Gianni e Pinotto.
Uno normale – non pretendiamo uno con gli attributi – avrebbe comandato al prefetto di vietare la manifestazione, avrebbe schierato tutte le forze di polizia possibili per impedire che il divieto fosse violato. Uno appena, appena, normale (visto che questo poi i cittadini vogliono) avrebbe ordinato alla polizia di impedire sin dall’inizio l’assembramento. Perché, uno normale, avrebbe saputo come una volta costituito il corteo diventa veramente difficile scoglierlo senza creare morti e feriti. Tutto questo, per chi non è un analfabeta di ritorno, si chiama prevenzione.
Terzo atto, quello dei cattivi.
Il 29 aprile, sempre a Milano, era prevista la consueta manifestazione con corteo per ricordare i morti della destra. Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani sono i nomi che quel mondo politico, da sempre, commemora quel giorno con un corteo ed una fiaccolata. Una manifestazione che, per la verità, in 39 anni non ha mai creato un problema, se non nelle coscienze sporche ed imbrattate d’odio dei sostenitori di una resistenza buona che non è mai esistita.
Ma questo banale ed elementare ragionamento alle nostre autorità non è stato sufficiente. Neanche è stato sufficiente considerare che, proprio nel quarantesimo anniversario, vietare un corteo poteva essere una provocazione. E talmente forte da far diventare la consueta semplice, pietosa e commovente commemorazione, un’occasione per scatenare delle violenze.
Eppure l’hanno vietato lo stesso. Una scelta inspiegabile, forse dettata da insipienza o, facciamo i maligni, dalla voglia che accadesse qualcosa provocata da fascisti cattivoni. E gli ingredienti c’erano tutti….
Ma i giovani e i meno giovani della destra, di tempra ben diversa dai pagliacci descritti nei capitoli precedenti, non hanno accettato la provocazione. Hanno fatto quello che dovevano fare: commemorare i loro morti e basta. Le paure di questo stato vile ed imbelle si sono sciolte nel comportamento di un mondo che è sempre stato messo in un angolo, al quale è stato tentato di sottrarre anche i propri eroi. Quelli mai celebrati delle istituzioni.
Una messa ed uno splendido concerto hanno risolto il problema. Sergio Ramelli, Carlo Borsani ed Enrico Pedenovi sono stati ricordati come si meritavano. Ed ancora una volta, come ogni 25 aprile, la sinistra ha avuto solo la possibilità di dire di avere una superiorità morale. Ma, ancora una volta, ha avuto la certezza di non avere alcuna morale.