“La sveglia è chiamata poco dopo le 5. Fa freddo, l’erba è umida e c’è una nebbiolina brinosa tutto attorno. Riteniamo opportuno iniziare la giornata con un sorso di whisky, che fa l’effetto di una fiammata in gola” scrive Almerigo Grilz il 18 maggio 1987 sul suo diario di guerra dell’ultimo reportage in Mozambico. “In pochi minuti la colonna è in piedi. I soldati, intirizziti nei loro stracci sbrindellati raccolgono in fretta armi e fardelli. (…) Il vocione del generale Elias (…) li incita a muoversi: “Avanza primera compagnia! Vamos in bora! In no time siamo in marcia”. Per Almerigo sarà l’ultimo giorno di appunti. All’alba del 19 maggio, il proiettile di un cecchino gli trapasserà la nuca mentre filma la scomposta ritirata dei guerriglieri della Renamo respinti dai governativi nell’attacco alla città di Caia. Grilz è il primo giornalista italiano caduto in guerra dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Oggi sono passati 33 anni, ma sembra ieri che Almerigo ci ha lasciato per sempre. Per me era un fratello maggiore, un compagno d’avventura all’inizio del percorso romantico e affascinante del giornalismo di guerra partito da Trieste.

“Why not?”, perché no, usava dire Almerigo nelle situazioni più impensabili, quando si trattava di mangiare una brodaglia ammuffita fra i ruderi di Beirut, non essendoci altro da mettere in pancia, o davanti all’obbligato travestimento musulmano, tanto di turbante e lunghe tuniche, per entrare clandestinamente nell’Afghanistan occupato dall’Armata rossa. “Why not” divenne un motto, che assieme a Gian Micalessin ci portò a viaggiare in mezzo mondo raccontando la cosiddetta “pace” degli anni Ottanta, ovvero guerre terribili e spesso dimenticate, ultimi bagliori dello scontro senza quartiere fra le superpotenze.

Almerigo era il migliore di noi a tal punto che riuscì ben presto a scrivere in inglese per il Sunday Times e le immagini che filmava andavano in onda sui più grandi network televisivi americani. Pure in patria si difendeva con memorabili reportage, per esempio sull’Europeo, ma firmati con pseudonimo perchè era stato un dirigente del Fronte della gioventù, la parte sbagliata per fare carriera nel giornalismo nostrano.

Fra i tanti ricordi di Ruga, il suo nomignolo, mi resta soprattutto una foto, un’immagine bellissima, scattatagli dai guerriglieri etiopi. Almerigo è in primo piano, seduto in mezza alla foresta, sporco e sudato, ma con i capelli perfettamente all’indietro e la barba nera, che gli incornicia il volto, quasi curata. Dietro a lui un paio di temibili miliziani, appoggiati ai loro mitra, con una fascia rossa in testa che stride con la pelle scura come il carbone.

Forse ancora oggi Grilz è un caduto sul fronte dell’informazione di serie B, a parte alcune lodevoli eccezioni come Ossigeno per l’informazione. O comunque una vittima sopportata a denti stretti dalle istituzioni della casta giornalistica e sempre trattata con la puzza sotto il naso, se non addirittura ignorata, dai giornaloni e dai premi ai soliti noti, anche quelli alla memoria di altri giornalisti italiani uccisi in zone di guerra. Per questo scrivo più che volentieri e direi con orgoglio il ricordo di Almerigo per Ossigeno, il giorno dell’anniversario della sua scomparsa di 33 anni fa.

E prendo come esempio le lapidi bianche alte come un uomo, che segnano il percorso della memoria in mezzo al verde della periferia di Bayeux, la prima cittadina francese liberata dagli alleati dopo lo sbarco in Normandia. Tanti parallelepipedi, divisi solo per anno, dal 1944 a oggi. Nel marmo sono incisi i nomi di oltre duemila giornalisti caduti per il loro lavoro, la gran parte in prima linea nelle guerre dal D-Day in poi. Il primo italiano è Almerigo Grilz e trovare il suo nome sul marmo bianco è stato un tuffo al cuore. A Bayeux lo ricordano come tutte le altre vittime sul fronte dell’informazione senza chiedersi come la pensava, se fosse di destra o di sinistra.

di Fausto Biloslavo, giornalista e amico di Almerigo Grilz,  “Ossigeno – Cercavano la verità”