Che cos’è la Nato? Esiste un “rischio Cernobyl” che riguarda l’intera Toscana occidentale? Domanda oziosa, naturalmente. Il 4 aprile 2019 si celebrerà, presumibilmente in modo solenne e in tutti i paesi aderenti, il settantesimo anniversario del patto militare denominato North-Atlantic Treaty Organization, fondato appunto a Washington sette decenni or sono. In quell’occasione si racconterà, specie ai ragazzi delle scuole, che la N.A.T.O. ci ha protetti e ci ha garantito – specie negli ultimi anni, con il mondo che vola in pezzi – un lungo periodo di sicurezza e dunque di pace.

Dorebb’essere ormai noto che le cose stanno altrimenti: che, se quel patto ha potuto sopravvivere – sia pure attraverso molte crisi – fino all’inizio degli Anni Novanta, è stato perché in un modo o nell’altro si riteneva necessario e inevitabile assicurarsi uno scudo protettivo contro un patto analogo presente “dall’altra parte”, il Patto di Varsavia (fondato del resto  appunto per costituire un antemurale rispetto appunto alla N.A.T.O), dopo la fine dell’Unione Sovietica la sua sopravvivenza si è presentata appunto come equivoca e sospetta, i suoi scopi poco chiari a chi cercava di considerarli dal di fuori e soprattutto il suo assetto e le sue caratteristiche largamente segreti e sottratti non solo all’autorità e al controllo, ma perfino alla conoscenza (salvo ristretti e a loro volta insindacabili e incontrollabili ambienti) delle società civili interessati alla sua attività e tenuti ad ospitarne e in qualche misura anche a sostenerne le basi militari – che tuttavia, qualcuno commentava e commenta, “offrono posti di lavoro” (il che è diventato ormai una formula magica inappellabile). L’attività della N.A.T.O., che in molte occasioni ha riguardato anche le forze armate e parte delle popolazioni dei paesi europei ad essa aderenti, si è dispiegata in più occasioni in modo discutibile quando non addirittura allarmante (si pensi alla penisola balcanica o al Libano); e, soprattutto, è stata costantemente sottratta al giudizio dell’opinione pubblica che volta per volta ad essa sarebbe stata interessata.

Della N.A.T.O. non si parla mai ufficialmente; le sue operazioni e la sua stessa esistenza non vengono mai messe in discussione; partiti e media evitano di menzionarla e comunque di criticarla, la sua realtà viene accettata come un fatto naturale e normale, come l’alternarsi del giorno e della notte, la pioggia, il vento e così via; le pubbliche delibere che la riguardano si assumono sulla base di discussioni parlamentari rapide, talvolta frettolose e regolarmente concluse da voto all’unanimità; quando riguardano (il che accade spesso) pubbliche spese da sostenere, le voci contrarie o dubitose vengono con rapidità messe a tacere;  libri e articoli critici sull’organizzazione hanno in genere vita editoriale o mediatica breve, non  vengono fatti oggetto di discussione e magari spariscono presto dalla disponibilità editoriale. Perché questa catena di omertà?

Finché esisteva la “guerra fredda”, che ha pur mutato aspetto e  caratteristiche dalla fine degli Anni Quaranta a quella degli Anni Ottanta, c’erano se non altro delle discussioni e addirittura della manifestazioni al riguardo: tutti i non più giovani ricordano bene lo slogan “Fuori d’Italia dalla N.A,T.O. – fuori la N.A.T.O. dall’Italia”: ma queste sono ormai Mémoires d’Otutretombe. Eppure il problema continua a sussistere: da Vicenza per la Dal Molin (base aperta in spregio a un referendum popolare che quasi coralmente la rifiutava), da Aviano alla Maddalena fino a Camp Darby presso Pisa, siamo in presenza di basi della N.A.T.O. e/o dell’esercito statunitense ermeticamente chiuse ai non addetti ai lavori (qualche rituale apertura ai visitatori è semplice polvere negli occhi), chi chiede ad esempio di sapere che se basi ospitano o no materiale nucleare – in un paese che all’energia nucleare ha rinunziato – rimane senza risposta. Lettere, denunzia, interpellanze e interrogazioni firmate anche da migliaia di cittadini e dirette agli amministratori, ai politici e alle pubbliche autorità di aree di emergenza radiologica conseguente al rischio nucleare rimangono   regolarmente senza risposta: e non c’è prefetto, non c’è difensore civico, non c’è corte costituzionale che tenga.

Tutto ciò, badate, non accede né in Honduras, né in Birmania, né in Gabon. Succede in Italia. Tanto per dare un esempio, l’uso di camp Darby tra Pisa e Livorno è fuori dalle stesse regole pattuite dal “Patto Atlantico” e nelle acque portuali di Livorno può accedere naviglio (sommergibili e portaerei) a propulsione nucleare e/o con armamento nucleare. Sappiamo da una lettera del gennaio del 1917 emessa dalla prefettura di Livorno che esiste un rischio di emergenza radiologica in tale area e che il prefetto ha provveduto alla stesura di un Piano di Emergenza Esterna (PES) che però non può essere diffuso in quanto “classificato”. D’altro canto la  prefettura di Pisa non ha risposto a specifica lettera del marzo 2018 che chiedeva se vi fossero specifici rischi radiologici per la presenza nella base di Camp Darby di “depositi speciali”; esistono al confine tra le province di Pisa e di Livorno 125 bunker che fungono da deposito di munizioni e di esplosivo ad alto potenziale. I sindaci della zona, raggiunti da una petizione popolare firmata da molti cittadini al proposito, non hanno dato segno di essere stati informati e rassicurati dalle prefetture competenti: ma la mancata informazione su possibile emergenza, sollecitata esplicitamente dai cittadini, contravviene alle disposizioni di legge.

Da un certo tempo esiste in Italia un “Comitato No Guerra – No N.A.T.O.” (N.G.N.N.) animato da alcune decine di cittadini che volontariamente e gratuitamente se ne occupano, anzi che autofinanziano al loro attività, e al quale liberamente aderiscono ormai altri 35.000 cittadini costantemente informati della sua attività. Esso ha tenuto una conferenza organizzativa sabato 12 gennaio scorso nei locali della Società di Mutuo Soccorso del piccolo centro di Peretola, nell’area suburbana a ovest di Firenze adiacente all’aeroporto. La cosa è passata in apparenza “inosservata”, anche perché al N.G.N.N. viene in genere negata – col ben noto sistema del “muro di gomma – qualunque forma di visibilità mediatica: ma appunto ciò è sintomo del fatto che l’attività di esso, lungi dall’essere ignorata come sembra, è seguita con grande cura.

Sono andato alla riunione del 12 scorso: mi sono trovato dinanzi alcune decine di persone, qualcuna molto interessante, animate da buona volontà e disposte a lavorare per ristabilire un minimo di trasparenza a proposito di un problema che potrebbe anche riguardarci tutti da vicino: se succedesse qualche incidente a Camp Darby, Pisa e Livorno – ma probabilmente anche Grosseto, Piombino, Portoferraio e perfino Firenze – potrebbero trasformarsi in una Cernobyl toscana. Mi sono trovato in un ambiente caratterizzato da una discussione pacata e da pareri competenti (a parte l’eccellente cucina del semplicissimo, familiare ristorante gestito dalla Società di Mutuo Soccorso di Peretola, che raccomando). 

In tale occasione, tra le altre relazioni e discussioni, mi ha colpito l’intervento di un amico livornese al quale ho chiesto di riassumere per iscritto quanto da egli esposto: egli mi ha fatto avere due successivi documenti, complementari fra loro, che vi trasmetto così come sono salvo le omissioni di alcune espressioni fraseologiche o di cortesia. Ovviamente  mantengo riservate le generalità  dell’autore di questi appunti,  il carattere del quale è del tutto privato ma sulla serietà del cui contenuto mi sento di poter garantire. Lo scopo di tutto ciò è molto semplice. Chiedo amichevolmente a quanti seguono da tempo i Minima Cardiniana  se non sia arrivato il momento di chiedersi a chi giovi la permanenza del nostro paese nel quadro di alleanze della N.A.T.O., chi lo gestisca, quanto economicamente costi ai cittadini italiani e a quali rischi li esponga. Ritengo sempre politicamente sconsigliabile e moralmente condannabile “far la guerra in contro terzi”; ma addirittura farla senza nemmeno accorgersene  è del tutto demenziale.

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