In questi anni , su queste colonne, abbiamo parlato spesso di medicina e ci possiamo vantare, per il momento, di non aver sbagliato alcuna previsione. Quando nel governo dei fenomeni, presieduto dal triste premier Monti, il ministro della sanità, l’avvocato Balducci, annunciò che gli ambulatori di medicina di base sarebbero presto rimasti aperti al pubblico 24 ore al giorno, scrivemmo che non sarebbe stato possibile per ragioni di costi e di disponibilità dei professionisti. Era una cosa ovvia, ma tutti gli organi d’informazione presero sul serio questa balzana proposta. Poco meno di un anno fa l’assessore regionale alla sanità della Lombardia lanciò il piano della presa in cura dei malati cronici da parte di fantomatiche associazioni sanitarie, con l’intento di fatto di togliere ai medici di famiglia la responsabilità dei propri pazienti più problematici ; noi rassicurammo i nostri lettori che l’esperimento sarebbe miseramente fallito e così accadde, con solo un venti per cento di adesioni al progetto. Sempre da queste colonne, due anni fa , scrivemmo che presto gran parte dei medici di famiglia sarebbe andata in pensione senza un adeguato avvicendamento, lasciando circa 19 milioni di italiani senza medico : ora se ne sono accorti tutti e si cerca di rattoppare la falla senza idee chiare in testa.

Così il governo nell’ultima finanziaria ha proposto l’abolizione del numero chiuso per far fronte ad una domanda di circa ottantamila medici nei prossimi dieci anni. Già ora , in Lombardia su trecento aree carenti di medicina generale solo poco più di trenta medici si sono presentati all’appello. I medici milanesi che avevano per contratto un massimale di 1500 assistiti ora si trovano con 1800 pazienti e presto, se accetteranno, potranno raggiungere i 2000.

Negli anni 70, quando mi iscrissi a Medicina, non esisteva il numero chiuso ; eravamo in piena influenza post sessantottina, con la cultura del 6 politico che dominava nelle università. Pretendere un qualsiasi test d’ingresso o numero chiuso significava esprimere una scelta reazionaria ed antidemocratica, perché la parola selezione apparteneva ad un vocabolario “revisionista”. Molte famiglie di impiegati ed operai avevano accettato con entusiasmo la scelta dei propri figli diplomati di intraprendere gli studi in medicina, perché avere un figlio “dottore” rappresentava una forma di rivalsa sociale. Questi studenti di umili origini erano i più determinati ed assidui nelle lezioni, puntuali agli esami, attenti alla media dei voti perché i loro corsi erano spesso finanziati da borse di studio. I figli di papà invece giocavano a fare i rivoluzionari di sinistra, tanto poi per loro la sistemazione era garantita, come i fratelli Boeri e tanti altri hanno dimostrato negli anni.

Se ci fosse stato il test d’ammissione a medicina dubito che lo avrei superato, nonostante quell’anno fossi stato il concorrente più giovane di Rischiatutto. Troppe le domande trabocchetto, in cui sei indotto all’errore perché credi che nella domanda ci sia nascosto qualche inganno, troppe le domande senza attinenza con gli studi che devi intraprendere. Mi sfugge che senso abbia per un futuro medico sapere la data dei Patti Lateranensi o mettere in ordine cronologico i nomi di alcuni premi Nobel.

Non esiste test al mondo che sappia far emergere invece il grado di motivazione di un giovane ad intraprendere gli studi di medicina e la carica di umanità necessaria per affrontare la sofferenza altrui ogni giorno tutti i giorni.

Quando ero studente vidi molti miei compagni di studi mollare nei primi tre anni, dove l’esame di anatomia e quello di fisiologia rappresentavano gli inesorabili filtri, per un terzo di loro insuperabili. Quegli esami ed anche altri erano il nostro numero chiuso.

Purtroppo le università , ottime nella teoria, non erano preparate a formare gli studenti sotto il punto di vista della pratica ; quando un giorno mi trovai in reparto a fare la coda per auscultare un torace, realizzai che dovevo organizzarmi per conto mio per imparare a visitare un malato. Così iniziai a frequentare un ospedale di provincia, dove i medici erano preparati ma non se la tiravano come gli universitari. Allora la caposala dove frequentavo io era suor Bernardina, che dava una testimonianza di amor cristiano ed era esempio di professionalità ; ci redarguiva bonariamente ma fermamente se sprecavamo garze, cerotti o fili di sutura, però imparavamo tutti il valore delle piccole cose. Una mia grande soddisfazione fu quando suor Bernardina mi disse, dopo il mio matrimonio, che aveva fatto indire con le sue consorelle una messa tutta per me. Oggi le suore in corsia non ci sono più, siamo tutti progressisti, laici e filo gender, ma se una anziana si inzuppa il pannolone rischia di aspettare ore e ore.

Poiché la proposta dell’abolizione del numero chiuso è arrivata, confusa, da questo governo, il riflesso pavloviano di molti soloni è stato di rifiuto. Il vero problema è che esiste comunque un imbuto più a valle, dopo la laurea, ed è rappresentato dalle scuole di specialità, non in grado di accogliere tutte le domande. Lì sì che c’è un altro test ben più severo ; se un neolaureato supera quel mega esame può accedere ad una specializzazione ; spesso però prende quel che trova, non la specialità per cui era predisposto ed aveva studiato. Esiste poi un problema generazionale : molti giovani colleghi, bravissimi a comunicare per via telematica, vanno in crisi quando debbono affrontare un interlocutore, un paziente, con cui si debbono rapportare secondo il grado di malattia, di sofferenza, di cultura, di intelligenza. Ho visto bravi giovani medici scegliere radiologia o anatomia patologica o medicina legale per non dover parlare con i “vivi”.

Io ho conseguito la specializzazione in chirurgia lavorando duro in reparto, i primi tempi in sala operatoria, spesso bloccato in una contorta posizione anche per cinque ore di fila in piedi a tenere i divaricatori, senza vedere quasi nulla dell’intervento ma cominciando a capire quale resistenza e spirito di sacrificio si debbano acquisire per entrare nella giusta mentalità chirurgica. D’altra parte ho conosciuto colleghi che si sono specializzati senza mai entrare in sala operatoria. Il cardiochirurgo Gaetano Azzolina non conseguì alcuna specializzazione in Italia ma sapeva operare al cuore come pochi, avendo fatto fruttare le sue esperienze negli ospedali USA , dove conta molto la pratica e non si attendono gli anni prima di prendere in mano un bisturi.

Abolire il test d’ingresso può essere utile per soddisfare la domanda di medici in Italia e cercare di risolvere il problema della medicina generale dove le nuove convenzioni latitano e tra qualche anno il problema non sarà più rimandabile. Ma occorre rivedere tutti i corsi di studio e di specializzazione e questa può essere l’occasione giusta. Perché se i giovani medici emigrano non è per disperazione ma perché altrove trovano più organizzazione e più rispetto per il valore del titolo conseguito in anni di studio e di sacrificio.