Liberi tutti. O meglio «porti aperti per tutti». Il povero Matteo Salvini sembra ormai un Capitano suonato. Aggrappato alla plancia del Viminale urla e strepita che «leggi e confini vanno rispettati», ma laggiù in mare non se lo fila più nessuno. E cosi prima la nave Eleonore della Ong Lifeline di Dresda e poi la Mar Jonio, l’ex-rimorchiatore portabandiera dei centri sociali di Luca Casarini, possono rifilare all’Italia i loro carichi di migranti irregolari.

Il primo a intuire che le ultime barriere sono ormai cadute è, guarda caso, un suddito di quella Germania impegnata a sussurrare, assieme all’Europa, amorosi consigli al vassallo Giuseppe Conte e al valvassino Nicola Zingaretti. Ieri mattina – dopo aver tentato per giorni di approdare a Malta – il capitano tedesco Klaus Peter Reisch, comandante della Eleonore con a bordo 104 migranti, cambia repentinamente rotta e punta la prua verso l’Italia. Ascoltate le notizie e annusata l’aria il teutonico capitano ha capito che la scelta più semplice è forzare il blocco fregandosene, come già fece la connazionale Carola, dei divieti, dei blocchi e delle multe minacciati da un ormai impotente Matteo Salvini.

Da lì in poi è la solita commedia all’italiana. La Guardia di Finanza, anch’essa in attesa, probabilmente, del nuovo inquilino del Viminale, si guarda bene far rispettare il blocco imposto dal ministero dell’Interno e si limita a notificare veti e divieti all’ingresso del porto. E i soliti giudici firmano il solito mandato di sequestro. Un mandato indispensabile quanto utile, nell’immediato, per far sbarcare i migranti, ma immediatamente revocabile non appena un altro magistrato deciderà di riaprire all’Eleonore le porte del mare. Ad agevolare lo sbarco degli ospiti della Mar Jonio ci pensa invece la Capitaneria di Porto di Lampedusa che approfitta di un presunto sciopero della fame dichiarato dai migranti solo 24 ore prima per aggirare i decreti del Viminale e far scendere gli ospiti di Casarini. Il tutto con la benedizione di una Commissione europea che a differenza della plantigrada lentezza con cui esaminava le richieste di Salvini fa capire, per bocca della portavoce Natasha Bertaud, di aver già individuato «un certo numero di Stati membri» pronti a farsi carico degli ospiti della Eleonore.

Nella scia dell’Eleonore e della Mar Jonio naviga intanto anche la Alan Kurdi di Sea Eye pronta, pure lei, ad accomodarsi in un comodo «porto sicuro» tutto italiano. Ma quella è solo un’avanguardia. Dietro veleggia una flotta di almeno altre sette navi Ong pronte anche loro sfruttare il nuovo e imminente 8 settembre italiano. Un 8 settembre che nel nome di un ribaltone e di un inciucio chiamati «discontinuità» cancellerà dal panorama politico Matteo Salvini e tutte le misure da lui assunte per arginare l’immigrazione irregolare. Così mentre Luca Casarini si vanta di aver «ripristinato la legge del mare» e il coro buonista esulta, l’Italia si prepara a rivivere un incubo ormai dimenticato.

Neutralizzato Salvini, vanificati i suoi decreti ci prepariamo a regredire non all’era del governo Gentiloni-Minniti, ma a quella assai più tristi e imbelle dell’esecutivo RenziAlfano. Un’era in cui l’Italia consegnava i suoi porti alle Ong mentre queste garantivano ai trafficanti di uomini la tratta finale del commercio di uomini e lavoravano, per trasformare la penisola nel campo profughi dell’Europa. Il tutto per la gioia delle cooperative del Pd che nel nome dell’«accoglienza» s’arricchivano alle spalle dei cittadini e degli stessi migranti. Ora la chiamano «discontinuità», ma è lo stesso incubo. Ed è già rincominciato.