Complici l’invasiva presenza di un potere spirituale che nei secoli non ha mai smesso di allungare gli artigli su quello temporale colpevolizzando il “gregge”, e di una formazione culturale marxista cui chi prometteva di limitarla ha dolosamente concesso il bello ed il brutto tempo, l’italiano medio è ancor oggi un acritico tifoso del passaggio del cammello dalla cruna dell’ago.

Una effimera rivalsa mentale con cui chi “non arriva” legittima il proprio livore e l’espressione della peggiore invidia sociale verso chi produce e possiede.

Così, nella standardizzata ipocrisia generale, siamo rimasti il paese più miseramente socialista dell’Occidente; quello in cui riuscire è una colpa, e mostrare gli esiti del proprio successo è più disdicevole che inseguire un minorenne in sacrestia.

E si perdono il senso della realtà, e della storia stessa dell’uomo. Che se sin dai nostri più lontani antenati non avesse immaginato, provato, rischiato, per cambiare e per crescere, oggi ancora gireremmo coperti da pelli di animali braccati a scopo alimentare, ci ripareremmo in umide caverne scaldati dalla legna ardente, e passeremmo la vita senza conoscere persone, luoghi e realtà lontane più di un giorno di cammino dal nostro luogo natio.

Fortunatamente l’uomo, a dispetto dei teorici della decrescita felice, è sempre stato “homo oeconomicus”; ha applicato la propria razionalità per progettare, costruire, produrre, risparmiare, reinvestire e migliorare in continuazione, secondo un circolo virtuoso che nessun sacerdote del pauperismo potrà mai separare dalla nostra natura.
Trasporti, sanità, assistenza, servizi, previdenza sono cresciuti con lo sviluppo dell’uomo, grazie alla sua capacità di produrre ricchezze e destinarle al miglioramento delle condizioni di vita della propria specie.

Oggi invece, il benessere in Italia è malvisto, salvo che ciascuno poi cerca di perseguire il proprio addebitandone i costi ad una impersonale società; che poi – secondo la più classica definizione del socialismo, significa campare alle spalle altrui predicando l’egualitarismo, ovvero il sistema per abbassare i capaci al livello dei mediocri e dei fannulloni.

Ecco, a me tutta ‘sta roba FA SCHIFO.

Io credo in chi rischia e produce; mi batto perché possa godere dei risultati del suo impegno; affermo il diritto alla disuguaglianza ed all’ambizione ad arrivare più lontano degli altri. E nego i mantra su cui si fonda il dibattito odierno, in cui le peggiori “bufale” assurgono a ruolo di verità inconfutabili.

Qualche esempio?

“Tagliare le tasse è sbagliato, e se proprio si deve, si cominci dai redditi bassi”.

Ora, non c’è bisogno di essere docenti di diritto tributario per sapere che in Italia, tra fasce di esenzione, detrazioni e sconti, chi ha poco paga quasi nulla. Ma bisogna essere ipocriti per non riconoscere il diverso effetto che si avrebbe sull’economia generale di tutti, se anziché regalare 960 € all’anno (ma guarda, sono 80 €/mese…) a chi paga poche o zero tasse si abbassasse di diversi punti percentuali il prelievo a chi – individuo, famiglia, o azienda che sia -avendo in tasca una quota maggiore del PROPRIO denaro potrebbe generare un consistente aumento dei consumi.

 “E’ necessario redistribuire il reddito”

Tradotto, significa alimentare l’idea che si possa stare anche a casa a far nulla, tanto da qualche parte c’è lo scemo di turno che rischia, lavora e produce, cui poi si sequestreranno i risultati per spartirsi il bottino.
E’ la logica, aberrante (e drammaticamente caldeggiata in qualche occasione pure a destra) del “reddito di cittadinanza”, secondo il quale lo Stato schiavizza l’elettore del quale conquista il voto assicurando una rendita purchessia come se – ancora una volta – i soldi dello Stato fossero prodotti in proprio e non provenissero dalle tasche di chi li ha generati.

 “Bisogna introdurre la patrimoniale”

A parte che la tassazione di immobili e rendite finanziarie GIA’ costituisce una patrimoniale, ci siamo mai chiesti cosa rappresenti una imposizione di questo tipo? Significa far pagare le tasse su beni che si sono cumulati negli anni, sommando i risparmi sui quali anno per anno si è già abbattuta la scure del fisco. Si tratta, in altri termini di ripetere ogni anno la tassazione sugli stessi redditi già colpiti alla fonte; concetto che dovrebbe essere palesemente incostituzionale in un paese che non fosse viziato dalla sbornia dello straccionismo militante.

“La ricchezza mondiale si sta concentrando nelle mani di una percentuale sempre più ridotta di popolazione

Non è così, dati alla mano. Non è che diminuisce il numero dei possidenti; è che la mai seriamente avversata esplosione demografica delle aree più arretrate del pianeta estende ed estenderà a dismisura il numero dei nullatenenti che non sapranno come mettere insieme pranzo e cena.
Ma anche qui, la mafia che gestisce il fiorente business delle accoglienze (associazioni, ong, sindacati, parrocchie, e quanto altro di peggio offra il panorama dell’internazionale del terzomondismo) considera più conveniente speculare sull’emotività generata dalle disgrazie di gente cui non potrà comunque essere garantita miglior sorte, piuttosto che investire a livello globale per insegnare, introdurre e radicalizzare nei paesi di origine una responsabile cultura del controllo delle nascite.

Si potrebbe procedere per ore, ma mi rendo conto di avere abusato della pazienza del lettore che – faticosamente – fosse arrivato a leggermi sin qui (a proposito, grazie per l’immeritata attenzione).

Concludo affermando che non so se il ricco guadagnerà il regno dei cieli (e per quanto poco mi appassionino i temi della trascendenza, francamente, me ne frego); so solo che se in Europa – ed in Italia in particolare – non si tornerà a incentivare, favorire ed agevolare la produzione di ricchezza, i primi che ne pagheranno socialmente le conseguenze saranno proprio quelli che ricchi non saranno mai, ma che necessitano di un sistema in cui vi sia chi può spendere, consumare, generare lavoro, investire, e consentire livelli di welfare che – viceversa – dovremo dimenticare in meno di una generazione.