“Io non sto con Carola”, la capitana trasformata in eroina per avere violato la legge. E bisognerebbe dirlo forte e chiaro per rompere questa illusione di solidarietà maggioritaria pompata ad arte dalla sinistra, da Ong talebane dell’accoglienza, da una bella fetta della Chiesa e dai pezzi da novanta del facile buonismo radical chic come Saviano, Fazio, Lerner e Murgia.

Ovviamente è passato sotto silenzio un sondaggio del 27 giugno su Rai3, non proprio una rete mangia migranti, che svelava come il 61% degli italiani fosse contrario all’attracco della nave Sea Watch a Lampedusa, ancora prima dell’epilogo forzato deciso dalla capitana.

Se al volante della tua automobile trovi lungo la strada un carabiniere con la paletta che intima l’alt, cosa fai? Accosti e non sfondi il posto di blocco. Se speroni la macchina dell’Arma vieni rincorso armi in pugno e ti arrestano, ancor più se a bordo hai dei clandestini. E nessuno si sognerebbe di alzare un dito in tua difesa con pelose giustificazioni umanitarie.

Carola Rackete ha sfondato il blocco ordinato dal Viminale, violato la legge, speronato una motovedetta mettendo in pericolo la vita dei finanzieri a bordo (guarda il video) e la stanno trasformando in un’eroina dei due mondi. Lo ha fatto per “salvare vite umane” sostengono i fan della talebana dell’accoglienza. Se vogliamo salvare veramente i migranti in Libia, a cominciare da quelli rinchiusi nei centri di detenzione, dobbiamo continuare a riportarli a casa loro come sta facendo a rilento e fra mille difficoltà l’Iom, una costola dell’Onu, difficile da paragonare a SS moderne.

E non andarli a prendere al largo della Libia come ha fatto la capitana, che è indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per bruciare sul tempo la motovedetta libica che stava arrivando ha lanciato i suoi gommoni veloci imbarcando i migranti per prima. Carola si è giustificata sostenendo che i migranti stavano affondando, ma le foto che la stessa Ong ha scattato dimostrano che non era vero. Il gommone galleggiava tranquillamente. Poi, pur richiedendo un porto di sbarco pure ai libici convinta che come sempre non avrebbero risposto, si è rifiutata di riportare i migranti a Tripoli, dopo avere ottenuto l’ok, sostenendo che c’è la guerra. Giusto, ma allora perché non dirigersi verso la Tunisia, il porto più vicino e tranquillo? Se 5 milioni di turisti continuano ad andarci in vacanza si spera che possa essere sicuro per una cinquantina di migranti, che sarebbero stati sbarcati dopo un po’ di giorni di attesa e rimpatriati come fa l’Onu in Libia.

Carola ha puntato dritta sull’Italia perché le Ong estremiste come Sea watch vogliono provocare un caso politico utilizzando come paravento “le vite umane salvate in mare”. I parlamentari della sinistra saliti a bordo della nave in favore di telecamere sono la dimostrazione. L’obiettivo finale dei talebani dell’accoglienza è tornare a spalancare le porte dell’Europa agli sbarchi di massa del passato con 170mila arrivi all’anno in Italia.

La provocazione era evidente quando la capitana, dopo giorni di attesa di fronte a Lampedusa, non si è mai sognata di dirigersi verso la Francia, che ora la difende senza paura del ridicolo, la Spagna oppure fare il giro attraverso Gibilterra e arrivare in poco più di una settimana di navigazione in Olanda, stato di bandiera della nave. O ancora meglio in Germania dove una cinquantina di sindaci erano pronti ad accogliere i migranti, ma il ministro dell’Interno diceva “nein”. E adesso, con una faccia di bronzo unica, il governo di Berlino chiede il rilascio della capitana. Non solo: gli stessi vescovi ed esponenti dei Verdi tedeschi che finanziano con centinaia di migliaia di euro Sea watch per far sbarcare i migranti da noi e non in Germania si scagliano contro l’Italia.

Non si tratta di parteggiare per Salvini o il governo, ma di smetterla di farci prendere in giro trasformando la capitana che ha violato scientemente la legge in un’eroina. Per questo gli italiani, primi fra tutti i moderati dotati di buon senso, dovrebbero dire forte e chiaro “io non sto con Carola”.

Fausto Biloslavo, 30 giugno, Il Giornale