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		<title>50 anni dopo la battaglia di Algeri: Sarkozy indossa l&#8217;elmetto</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 00:23:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Valle</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Punto]]></category>
		<category><![CDATA[Il punto]]></category>
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		<description><![CDATA[A cinquant’anni dalla sua fine, la guerra d’Algeria torna a scuotere e dividere la Francia. Come una ferita mal cicatrizzata, come un trauma rimosso e mai risolto, l’ultimo grande conflitto coloniale di Parigi lacera nuovamente anime e sentimenti. Nell’avvicinarsi degli anniversari si ravviva puntuale la “battaglia delle memorie” — inevitabilmente contrapposte — intrecciata al ricordo dei tanti orrori che in quell’infuocato ‘62 accompagnarono la vittoria dei militanti del FLN. Ma non solo. Per i francesi ripercorrere i fatti d’Algeria — sette anni d’illusioni, tradimenti, eroismi, follie — e cercare di storicizzarli significa ripercorrere uno dei passaggi più controversi e amari della storia della V Repubblica e, soprattutto, confrontarsi criticamente con la figura e l’eredità del suo fondatore, Charles De Gaulle. Facciamo un passo indietro. Il 19 marzo 1962 la Francia — ancora forte sul campo ma politicamente sconfitta — firmava gli “accordi di Evian” e il 3 luglio ammainava, dopo 130 anni di presenza, le sue bandiere. Algeria era indipendente. “La page est tournèe”, fu il commento lapidario di De Gaulle. Da almeno due anni per il generale — ormai convinto dell’obsolescenza politica del colonialismo — l’antico possedimento rappresentava solo un peso politico ed economico intollerabile per una Francia moderna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A cinquant’anni dalla sua fine, la guerra d’Algeria torna a scuotere e dividere la Francia. Come una ferita mal cicatrizzata, come un trauma rimosso e mai risolto, l’ultimo grande conflitto coloniale di Parigi lacera nuovamente anime e sentimenti. Nell’avvicinarsi degli anniversari si ravviva puntuale la “battaglia delle memorie” — inevitabilmente contrapposte — intrecciata al ricordo dei tanti orrori che in quell’infuocato ‘62 accompagnarono la vittoria dei militanti del FLN. Ma non solo.</p>
<p>Per i francesi ripercorrere i fatti d’Algeria — sette anni d’illusioni, tradimenti, eroismi, follie — e cercare di storicizzarli significa ripercorrere uno dei passaggi più controversi e amari della storia della V Repubblica e, soprattutto, confrontarsi criticamente con la figura e l’eredità del suo fondatore, Charles De Gaulle.</p>
<p>Facciamo un passo indietro. Il 19 marzo 1962 la Francia — ancora forte sul campo ma politicamente sconfitta — firmava gli “accordi di Evian” e il 3 luglio ammainava, dopo 130 anni di presenza, le sue bandiere. Algeria era indipendente. “La page est tournèe”, fu il commento lapidario di De Gaulle.</p>
<p>Da almeno due anni per il generale — ormai convinto dell’obsolescenza politica del colonialismo — l’antico possedimento rappresentava solo un peso politico ed economico intollerabile per una Francia moderna e nuovamente protagonista nonché una minaccia costante per il suo regime. Dopo la rivolta dell’aprile 1961 dei parà e dei legionari d’Algeri — i fascinosi “centurioni” immortalati da Laterguy nei suoi romanzi —, il rischio di guerra civile era una possibilità più che concreta. Lo stesso esercito che nel ’58 aveva riportato al potere De Gaulle era diviso, fuori controllo e se gli scrupoli dei capi putschisti avevano evitato lo scontro aperto, dopo il fallimento del golpe segmenti consistenti dell’Armée erano passati alla clandestinità sotto le insegne dell’OAS. Da qui la decisione dell’inquilino dell’Eliseo di chiudere in fretta (e ad ogni prezzo) il capitolo algerino.</p>
<p>Un scelta su cui, ieri come oggi, le opinioni divergono radicalmente. Per gli ammiratori del presidente Evian rappresentò un mirabile esercizio di realismo politico; per i poteri forti transalpini la fine della guerra fu il volano per l’espansione e la crescita finanziaria dell’Esagono; per la comunità europea (i “pieds noires”), i mussulmani filo francesi (gli “harkis”) e i combattenti d’Algeria il 19 marzo significò un tradimento, una resa ignominiosa. Una catastrofe.</p>
<p>Mentre la Francia, scrollatasi il fardello dell’impegno militare, si apprestava a vivere il suo boom, un milione e più di francesi d’oltremare (cristiani, islamici, ebrei) furono abbandonati — nel disinteresse di Parigi — alle terribili vendette del Fronte di Liberazione Nazionale. “La valigia o la tomba” fu l’unica alternativa concessa dai vincitori ai vinti. Ai “pieds noires” e agli “harkis” non rimase che la fuga, l’esilio, la miseria. Il silenzio.</p>
<p>Storie crudeli e, per mezzo secolo, ignorate, taciute. Le vicende algerine infastidivano il potere gollista, imbarazzavano la sinistra mitterandiana, indispettivano i comunisti e davano forza a Jean Marie Le Pen, l’unico a ricordarle e a rivendicarne le ragioni.  Meglio perciò la sordina, l’oblio. Ai “rimpatriati” — un eufemismo per non parlare di esuli —, una comunità negletta ma coesa e numerosa, i vari governi riservarono qualche bel discorso, vaghe promesse e delle elemosine. Nulla di più.</p>
<p>Il tempo è però implacabile, gli anniversari sono eventi ineludibili e se poi le ricorrenze coincidono con le elezioni per l’Eliseo, gli effetti possono essere imprevedibili. Lo sa bene il presidente uscente che, dal suo trono traballante, scruta preoccupato l’avanzata di Marine Le Pen nell’elettorato dei “rimpatriati” dall’Africa settentrionale e i loro discendenti: un blocco di oltre tre milioni di elettori, ovvero il 7,3 della popolazione, tradizionalmente orientato a destra.</p>
<p>Nel 2007 la comunità — convinta dal suo dinamismo e dal suo anticonformismo — premiò in massa Sarkozy a scapito del vecchio Le Pen. Un exploit notevole ma oggi difficilmente ripetibile; in questi anni il marito di Carlà ha più volte deluso la galassia “pieds noires”: molte promesse non mantenute, qualche gaffes di troppo e — soprattutto — nessun riconoscimento ufficiale al dramma vissuto dai coloni e dagli “harkis”. Un atteggiamento intollerabile per le sensibilità della diaspora “algériniste” che, secondo un recentissimo studio, si sta riorientando massicciamente verso la bionda candidata del Front National, sbalzando nei gradimenti “Sarkò” addirittura dietro ad Hollande, lo sbiadito candidato socialista. Con crudo realismo, Lionnel Luca, deputato governativo e personaggio di punta della diaspora, ha commentato: «È ingiusto accusare Nicolas di non aver fatto nulla, ma la guerra d’Algeria, i “pieds noires”, non sono parte della sua cultura, “ça n’a jamais été son truc”… In ogni caso senza il sostegno dei “rimpatriati” la partita è persa in partenza».</p>
<p>Ma Sarkozy è un tipo caparbio, spregiudicato e per nulla rassegnato. Anzi. Nella sua strategia elettorale proprio il controverso cinquantennale può diventare l’occasione per riavvicinare la comunità degli esuli e recuperare preziosi voti a destra. Non a caso la manovra, abile e culturalmente provocatoria, è coordinata da Gèrard Longuet, attuale ministro della Difesa con un passato giovanile nelle file della destra nazionalista. Memore delle sue battaglie per “l’Algérie Française” combattute sotto le croci celtiche di “Occident”, l’antico militante ha aperto un cauto ma efficace processo di revisione storica. Per una volta senza sconti, senza ambiguità. Per nessuno.</p>
<p>Qualche esempio. Su impulso del ministro, lo storico Jean Jacques Jordi ha potuto indagare negli archivi di Stato ancora secretati e consultare documenti riservati, visionare carte proibite, rivelare segreti sepolti. Una concessione eccezionale (i dossier dovevano restare chiusi sino al 2062) da cui è nato un libro terribile come “Un Silence d’Ètat” (edizioni Soteca-Belin).</p>
<p>Con gran scandalo del circo mediatico, il lavoro di Jordi — un intellettuale di sinistra, un anticolonialista dichiarato — ha rivelato l’altra faccia del conflitto, il volto crudele degli indipendentisti e i loro metodi criminali: rapimenti, stupri, torture, omicidi di massa… Una politica del terrore, una vera e propria campagna di “pulizia etnica” contro la popolazione europea e i settori islamici lealisti. Una catena di orrori. Uno per tutti: nei faldoni si è trovata la conferma del sequestro di decine di europei e l’uso vampiresco dei loro poveri corpi, dissanguati sino all’ultima goccia negli ospedali del FLN.</p>
<p>Ma gli archivi segreti non hanno risparmiato nessuno. Nemmeno il potere, e per la prima volta la Repubblica ha ammesso i suoi peccati. Sulla base di documenti ufficiali e in netta discontinuità con la narrazione gollista, “Un Silence d’Ètat” ha fatto luce su uno dei lati più crudeli e ingloriosi del conflitto: la connivenza, nei quattro mesi che intercorsero tra gli “accordi di Evian” e il 5 luglio 1962, tra Parigi e i rivoluzionari algerini. Come le carte raccontano, all’indomani del fatidico 19 marzo le autorità francesi chiusero gli occhi, le orecchie, il cuore sul destino di un milione e più di connazionali, condannandoli ad un atroce mattanza tra Orano, Costantina, Algeri. In quella primavera, sotto lo sguardo impotente dei soldati chiusi nelle loro garrite, i “giustizieri” del FLN si accanirono con ogni mezzo contro una popolazione civile ormai indifesa. Un massacro.</p>
<p>E ancora. Jordi ha ritrovato gli ordini riservati impartiti ai “servizi” (gli orridi “barbouzes”): pur di stroncare ogni opposizione, le “barbe finte” consegnarono ai nemici di ieri i nominativi degli attivisti dell’OAS, degli ultimi ostinati sostenitori mussulmani della Francia e degli agenti infiltrati nella ribellione. Non vi fu pietà per nessuno, ma Parigi mantenne il controllo sul petrolio e sui poligoni atomici del Sahara. In nome della ragion di Stato, del realismo politico, degli affari.</p>
<p>Ma Longuet si è spinto è più in là. Per convinzione o per convenienza (poco importa…), il ministro ha infranto un altro veto gollista. Lo scorso 28 novembre, nel cortile de les Invalides — il sancta sanctourum dell’esercito —, Sarkozy ha decorato con la Gran Croce della Legion d’Onore il colonello Hélie Denoix de Saint Marc, uno dei protagonisti del Putsch del 1961. Una scelta impegnativa. L’ultimo comandante del 1° Régiment étranger de parachutistes, è un eroe vero ma, sino a ieri, anche una figura scomoda.</p>
<p>Di famiglia aristocratica, resistente nel ’41, deportato a Buchenwald nel ’43, nel primo dopoguerra Saint Marc si arruola volontario per l’Indocina, combatte bene, è promosso e decorato. Inviato ai confini del Laos, rompe gli schemi; fa proprie le regole della “guerra rivoluzionaria”, convince le tribù delle montagne e scatena contro i comunisti una guerra di popolo. Un successo pieno, ma improvvisamente arriva l’ordine di ritirarsi e di sbarazzarsi i suoi miliziani. Non servono più.</p>
<p>Saint Marc obbedisce. È un ufficiale, la gerarchia è un valore. Ma qualcosa — ed è un sentimento diffuso nei quadri del contingente — si rompe. Come racconta nella sua autobiografia, “Les Champs de braises” (edizioni Perrin), il comandante non scorderà mai gli sguardi dei suoi camerati vietnamiti abbandonati, l’odore del tradimento. La puzza della vergogna.</p>
<p>In Algeria, Saint Marc assieme a centinaia di giovani ufficiali reduci d’Indocina, cercherà il riscatto, la vittoria. La salvezza dell’anima. De Gaulle, l’uomo in cui credevano, gliela negherà, imponendoli un nuovo raggiro, un’altra abiura. Da qui la rivolta dei “soldati perduti” del ’61, il processo, la condanna. Degradato e radiato, Saint Marc torna in libertà alla fine dei Sessanta e si rivela uno scrittore potente, i suoi libri fanno discutere, diventano best sellers, vincono premi letterari. Sebbene sia ufficialmente un reietto, il comandante è una leggenda per la società militare e i “rimpatriati”; il potere è costretto a riabilitarlo e nel 1978 gli sono resi i diritti civili e militari. Ora, al tramonto della sua via, il conferimento della più alta decorazione della Repubblica fa di Hèlie Denoix de Saint Marc un esempio pubblico.</p>
<p>Il gesto di Sarkozy seguiva di poco la decisione di Longuet di traslare sempre a Les Invalides le spoglie mortali di un altro eroe delle guerre coloniali, Marcel Bigeard. Un omaggio alla Francia profonda e uno schiaffo all’opposizione: la sinistra non ha mai perdonato al defunto generale le sue vittorie in Indocina e in Algeria, il suo deciso anticomunismo, il suo anticonformismo.</p>
<p>Il ministro non solo ha ignorato le proteste ma ha rilanciato, presentando il progetto di una grande mostra sull’Algeria francese in primavera e confermando la cerimonia del prossimo 29 febbraio. Quel giorno, al Memoriale di quai Branly, il presidente inaugurerà un monumento in ricordo dei 1589 europei rapiti dal FLN e mai ritrovati. Atti importanti che i “pieds noires” attendevano da tempo, ma — ed è la domanda di molti — basteranno a convincere la diaspora “algériniste” a rinnovare il suo appoggio a “Sarkò”? Una prima risposta l’avremo dalle manifestazioni previste per il 19 marzo, l’anniversario più amaro della V Repubblic</p>
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		<title>La Russa: “Mobilitazione a sostegno dei marò italiani”</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 17:22:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bene il governo, che si sta muovendo attivando i canali diplomatici, ma occorre mettere in campo una grande mobilitazione dell’opinione pubblica. E’ quanto sostiene il coordinatore del Pdl ed ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, a proposito della vicenda dei marò italiani arrestati in India. Durante una conferenza stampa alla Camera, La Russa ha rivolto un invito “ai sindaci, ai presidenti delle Province e delle Regioni affinché espongano lo striscione che abbiamo preparato”: una grande foto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone con l’appello ‘Salviamo i nostri marò’. “Ci sembra doveroso – ha spiegato la Russa – che i nostri cittadini esprimano vicinanza a due persone che stavano svolgendo il loro lavoro, con la benedizione non solo del Parlamento ma anche della Nato”. La prima cosa da fare ora, secondo i parlamentari del Pdl, è far rilasciare Latorre e Girone. ‘Riportiamoli a casa’, si legge, infatti, sullo striscione che è stato presentato in sala stampa alla Camera oltre che da La Russa, anche da Massimo Corsaro, Filippo Ascierto, Viviana Beccalossi, Giampiero Cannella, Salvatore Cicu, Giuseppe Cossiga, Paola Frassinetti, dal presidente della commissione Difesa del Senato, Piero Cantoni e dal senatore Pierfrancesco Gamba. “La nostra – ha detto ancora La Russa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bene il governo, che si sta muovendo attivando i canali diplomatici, ma occorre mettere in campo una grande mobilitazione dell’opinione pubblica. E’ quanto sostiene il coordinatore del Pdl ed ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, a proposito della vicenda dei marò italiani arrestati in India. Durante una conferenza stampa alla Camera, La Russa ha rivolto un invito “ai sindaci, ai presidenti delle Province e delle Regioni affinché espongano lo striscione che abbiamo preparato”: una grande foto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone con l’appello ‘Salviamo i nostri marò’.</p>
<p>“Ci sembra doveroso – ha spiegato la Russa – che i nostri cittadini esprimano vicinanza a due persone che stavano svolgendo il loro lavoro, con la benedizione non solo del Parlamento ma anche della Nato”. La prima cosa da fare ora, secondo i parlamentari del Pdl, è far rilasciare Latorre e Girone. ‘Riportiamoli a casa’, si legge, infatti, sullo striscione che è stato presentato in sala stampa alla Camera oltre che da La Russa, anche da Massimo Corsaro, Filippo Ascierto, Viviana Beccalossi, Giampiero Cannella, Salvatore Cicu, Giuseppe Cossiga, Paola Frassinetti, dal presidente della commissione Difesa del Senato, Piero Cantoni e dal senatore Pierfrancesco Gamba.</p>
<p>“La nostra – ha detto ancora La Russa – vuole essere un’iniziativa non di parte ma aperta a tutti quelli che hanno a cuore la sorte dei due marò”. Un’iniziativa “rivolta anche all’opposizione e alle forze sociali”. “Ci piacerebbe – ha aggiunto il coordinatore del Pdl – che si mettesse in moto un movimento di opinione che c’è stato per Sakineh (la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e omicidio) o per Simona Pari e Simona Torretta”, le due cooperanti italiane rapite e poi rilasciate nel 2004 in Iraq. “Oggi, a maggiore ragione – ha ribadito La Russa – c’è bisogno della vicinanza e della solidarietà di tutti gli italiani”. Vicinanza e solidarietà che possono essere testimoniate anche in rete, su <strong>Facebook</strong> al link:</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/pages/Salviamo-i-nostri-Mar%C3%B2/366662573352956?ref=tn_tnmn"><strong>http://www.facebook.com/pages/Salviamo-i-nostri-Mar%C3%B2/366662573352956?ref=tn_tnmn</strong></a></p>
<p><strong>IL PUNTO &#8211; </strong>La vicenda che vede coinvolti i marò, già impegnati in missioni internazionali in Afghanistan, Libano, Kosovo e Iraq (“due militari preparati e con una grande esperienza, non gente che ha il grilletto facile”, ha sottolineato La Russa) appare ad oggi confusa nella ricostruzione. “Per ora – ha dichiarato l’ex ministro della Difesa – c’è una sola, inequivocabile, certezza: i fatti sono avvenuti in acque internazionali e quindi i due marò devono essere giudicati dalla magistratura italiana”. La Russa ha inoltre fatto sapere di aver sentito per telefono il ministro degli Esteri Giulio Terzi: “Mi ha riferito che lui era contrario al rientro della petroliera italiana nel porto. Il suo era solo un parere, perché credo non avesse alcuna possibilità di ordinare al comandante della nave di rimanere in acque internazionali”. La ricostruzione dei fatti per i quali sono accusati i nostri militari presenta diversi fattori di incertezza. “Secondo le autorità indiane sono morti due pescatori che non avevano nulla a che fare con i pirati, ma – aveva commentato l’ex ministro in mattinata – non è per nulla certo che siano stati i militari della nave italiana a sparare. Altre navi erano sotto attacco”. Il riferimento è al mercantile greco ‘Olympic Flair’, uno dei punti oscuri di questa vicenda ingarbugliata sotto il profilo giuridico e della dinamica degli eventi. Per certo, le autorità indiane sapevano che il mercantile greco era stato attaccato dai pirati, alle 21.50 locali, a sole due miglia e mezzo dalla costa. Un orario e una posizione compatibili con quanto riferito dall’equipaggio del peschereccio colpito. Tuttavia, gli inquirenti locali hanno taciuto l’episodio, correlando subito l’uccisione dei due pescatori con il presunto attacco subito dalla ‘Enrica Lexie’, avvenuto ore prima e molto più al largo. Ieri l’Icc, la Camera di commercio internazionale, ha ribadito in una comunicazione alla Marina militare italiana il contenuto del suo rapporto reso noto due giorni fa (un attacco da parte di 20 pirati su due imbarcazioni, sventato alle 21.50 locali, a circa due miglia e mezzo da Kochi) e confermato che la nave coinvolta è l’Olympic Flair, ma la Marina mercantile greca smentisce la ricostruzione mentre l’armatore si trincera dietro un secco no comment. La procura di Roma, che ha ricevuto una prima informativa della Farnesina sulla vicenda, ha deciso di avviare una rogatoria internazionale per acquisire le ‘prove’ che le autorità indiane hanno finora negato di produrre: risultati dell’autopsia, proiettili, perizia balistica e quella sullo scafo colpito. Una serie di anomalie e incongruenze che si allunga di ora in ora.  Non porta alcun contributo di chiarezza la notizia, diffusa dal sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura al termine dell’incontro con l’omologo indiano Preneet Kaurche, che “i due paesi convengono sul fatto che l’incidente è avvenuto in acque internazionali” . Il riconoscimento, a quanto si apprende, non cambia la situazione di stallo. Secondo la sezione 4 del codice penale indiano, infatti, un reato commesso “ovunque” contro un cittadino o una imbarcazione indiani può essere perseguito in India. Quindi, anche fuori delle acque territoriali. Parlando alla stampa, Kaur ha dichiarato: &#8220;Loro hanno la loro interpretazione, noi abbiamo la nostra. Per quello che ci riguarda – ha aggiunto – qui in India noi ci muoveremo in base alle nostre leggi”.  Intanto, è stata presentata all’Alta Corte del Kerala l’istanza per la l’annullamento del provvedimento di custodia dei due marò per i quali lunedì scorso il giudice KP Roy aveva disposto la custodia cautelare fino al 5 marzo. Non si esclude che il magistrato possa disporre per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone anche la detenzione in carcere.</p>
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		<title>‘Scacco allo zar&#8217;: Le vacanze rivoluzionarie di Lenin a Capri</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 13:27:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono ancora molti i punti oscuri che avvolgono il crollo dell’impero zarista, la genesi della Rivoluzione bolscevica e la figura del suo ‘cervello’ indiscusso, Vladimir Ilič Uljanov, detto Lenin. Poco o nulla sono stati esplorati, fino ad oggi, i periodi trascorsi dall’icona del comunismo mondiale tra il 1908 e il 1910 a casa nostra, nella cornice di Capri, la ‘Perla del Mediterraneo’. L’ufficialità sovietica cancellò quasi questo momento dalla biografia del padre della Rivoluzione, forse perché poco consono all’iconografia dell’immaginario comunista e perché a Capri avvennero fatti decisivi per le sorti del comunismo. Un capitolo di storia di fondamentale importanza sul quale viene gettata nuova luce per merito del nuovo libro di Gennaro Sangiuliano, “Scacco allo Zar – 1908: Lenin a Capri, genesi della Rivoluzione”, in questi giorni in libreria pubblicato per Mondadori. Non un romanzo storico ma la ricostruzione analitica del periodo trascorso da Lenin nell’isola dell’Arcipelago Campano in un saggio suffragato da riferimenti documentali e bibliografici. «I soggiorni di Lenin a Capri – spiega Sangiuliano &#8211; sono stati derubricati a un elemento biografico marginale, mere vacanze, invece sull’isola avvengono fatti importanti propedeutici alla Rivoluzione bolscevica. Lenin affronta le complesse questioni del finanziamento, la spartizione del bottino delle rapine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono ancora molti i punti oscuri che avvolgono il crollo dell’impero zarista, la genesi della Rivoluzione bolscevica e la figura del suo ‘cervello’ indiscusso, Vladimir Ilič Uljanov, detto Lenin.</p>
<p>Poco o nulla sono stati esplorati, fino ad oggi, i periodi trascorsi dall’icona del comunismo mondiale tra il 1908 e il 1910 a casa nostra, nella cornice di Capri, la ‘Perla del Mediterraneo’. L’ufficialità sovietica cancellò quasi questo momento dalla biografia del padre della Rivoluzione, forse perché poco consono all’iconografia dell’immaginario comunista e perché a Capri avvennero fatti decisivi per le sorti del comunismo. Un capitolo di storia di fondamentale importanza sul quale viene gettata nuova luce per merito del nuovo libro di Gennaro Sangiuliano, “Scacco allo Zar – 1908: Lenin a Capri, genesi della Rivoluzione”, in questi giorni in libreria pubblicato per Mondadori. Non un romanzo storico ma la ricostruzione analitica del periodo trascorso da Lenin nell’isola dell’Arcipelago Campano in un saggio suffragato da riferimenti documentali e bibliografici.</p>
<p>«I soggiorni di Lenin a Capri – spiega Sangiuliano &#8211; sono stati derubricati a un elemento biografico marginale, mere vacanze, invece sull’isola avvengono fatti importanti propedeutici alla Rivoluzione bolscevica. Lenin affronta le complesse questioni del finanziamento, la spartizione del bottino delle rapine che chiamavano espropri. E soprattutto a Capri, l’isola dei Krupp, iniziano quei contatti con i vertici militari della Germania imperiale che sfoceranno in cospicui finanziamenti».</p>
<p>Il padre della Rivoluzione bolscevica giunge a Capri con la sua amante, la franco-russa Inessa Armand, donna sofisticata, impegnata politicamente, alla quale il capo comunista riserverà un posto di primo piano nella nomenklatura del partito. A Capri c’è già una folta colonia di intellettuali russi, guidata dallo scrittore Maksim Gor’kij. Vivono sparsi sull’isola ma si concentrano la sera a villa Blaseus, una meravigliosa dimora con vista sui Faraglioni.</p>
<p>Lenin è lì ufficialmente per un periodo di riposo, dopo le tensioni del congresso di Londra, dove ha fissato la sua egemonia e quella dei bolscevichi sui menscevichi. In realtà è sull’isola per affrontare questioni cruciali che devono essere risolte proprio a Capri, le dispute ideologiche e politiche con Aleksandr Bogdanov, coltissimo e stimatissimo intellettuale che minaccia la leadership di Lenin nel partito. C’è una spinosa questione economica legata alla divisione fra le varie fazioni dei proventi delle rapine organizzate da Stalin, somme ingenti che garantiscono agiatezza ai capi bolscevichi e controllo politico del partito.</p>
<p>Ma c’è di più, a Capri soggiorna spesso l’aristocrazia militare tedesca portata a far vacanze sull’isola dai Krupp, la famiglia di industriali dell’acciaio e delle armi. Qui potrebbero essere iniziati quei contatti fra tedeschi e bolscevichi che sfoceranno nei finanziamenti dello Stato maggiore prussiano a Lenin e soprattutto nell’operazione del trasferimento segreto in Russia con un treno piombato per far scoccare la Rivoluzione. Gli inglesi intuiscono e sono preoccupati, Giolitti sornione capisce e fa finta di nulla, anche perché la presenza di Lenin in Italia è un piccolo tributo pagato al Partito Socialista Italiano che si è rafforzato nel primo Novecento.</p>
<p>La vita caprese di Lenin è lo spaccato, evidente anche in una celebre foto, di una élite rivoluzionaria aristocratica non dissimile negli stili di vita, ma anche nella sostanza, dal potere che lavorava per abbattere. Il capo bolscevico prepara in un clima idilliaco le mosse che metteranno in scacco lo Zar, quel grande fatto, tra i maggiori del secolo scorso, che produrrà effetti a catena e una grande tragedia.</p>
<p>«Il leninismo – osserva Sangiuliano &#8211; è un tema ancora attuale, non solo sotto una prospettiva meramente storica. I comunisti, soprattutto quelli italiani, hanno tentato l’operazione di dividere lo stalinismo e il leninismo, caricando solo sul primo le responsabilità della tragedia collettiva del Socialismo reale. La verità è che Lenin è propedeutico a tutto quanto avverrà dopo e fu lui ha dare i primi ordini di fucilazioni di massa».</p>
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		<title>Demagogie d’arte e cultura: quando les étoiles imitano Carlà</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 12:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Marotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Facite Ammuina]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano è alle prese con un paradosso epocale. Vittime del proprio status rivendicano diritti sociali inimmaginabili. A Milano risiede Carlà o Carla Fracci? Dicotomie da ultimo atto di un’opera stantia. La Fracci non ci sta. Via della Spiga senza sconti d’affitto non vale una città che l’ha resa grande. Le felici primavere passano e gli aumenti d’affitto colpiscono anche la classe, rigenerata, del chiedere ad oltranza. Poco importa se il quadrilatero della moda-demodé non sortisce effetti d’amore verso una città, capace di donare e ricevere natali ricchi di patrimonio artistico e culturale. 15 mila euro di aumento di affitto in più l’anno chiesti dal Trivulzio , sono troppi. La Fracci non ci sta. Roma è un lido caldo e Milano un Lido de Paris dove ‘bonheur e champagne’ sono finiti in un dimenticatoio. Vezzi e virtù di una grande della danza italiana, alle prese con piccoli ‘comuni’ conti in tasca di un quotidiano per lei irriconoscibile. Un imbarazzo che coglie impreparati una gran parte dei cittadini milanesi, alle prese con ben altre programmazioni poco operistiche e dai tenori vocali quasi irrimediabilmente smunti. Qualcuno le definirebbe demagogie. Di fatto, è bene pensare di quali specifiche componenti è composta “l’orchestra” più celebre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Milano è alle prese con un paradosso epocale. Vittime del proprio status rivendicano diritti sociali inimmaginabili. A Milano risiede Carlà o Carla Fracci? Dicotomie da ultimo atto di un’opera stantia. La Fracci non ci sta. Via della Spiga senza sconti d’affitto non vale una città che l’ha resa grande. Le felici primavere passano e gli aumenti d’affitto colpiscono anche la classe, rigenerata, del chiedere ad oltranza. Poco importa se il quadrilatero della moda-demodé non sortisce effetti d’amore verso una città, capace di donare e ricevere natali ricchi di patrimonio artistico e culturale. 15 mila euro di aumento di affitto in più l’anno chiesti dal Trivulzio , sono troppi. La Fracci non ci sta. Roma è un lido caldo e Milano un Lido de Paris dove ‘bonheur e champagne’ sono finiti in un dimenticatoio. Vezzi e virtù di una grande della danza italiana, alle prese con piccoli ‘comuni’ conti in tasca di un quotidiano per lei irriconoscibile. Un imbarazzo che coglie impreparati una gran parte dei cittadini milanesi, alle prese con ben altre programmazioni poco operistiche e dai tenori vocali quasi irrimediabilmente smunti. Qualcuno le definirebbe demagogie. Di fatto, è bene pensare di quali specifiche componenti è composta “l’orchestra” più celebre d’Italia. Milano. Talune volte la riconoscenza non è sinonimo d’impervia accettazione e pretese d’antan. La Carlà d’oltralpe, a quanto pare, miete vittime illustri.</p>
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		<title>&#8220;I marò? Nessun errore, hanno fatto il loro dovere Sono tutti soldati esperti&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 11:04:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[«Li ho sentiti al telefono poche ore fa. Volevo confortarli, ma loro mi hanno risposto con due sole parole “Comandi Ammiraglio”. Non era deferenza. Volevano confermarmi che sono soldati, hanno fatto il loro dovere e non hanno paura, perché hanno fiducia in noi e nel Paese. Alla fine, insomma sono stati loro a rassicurare me». Così il contrammiraglio Pasquale Guerra, 53 anni, comandante della Forza da Sbarco, il dispositivo della Marina Militare di cui fa parte il Reggimento San Marco racconta in quest’intervista al Giornale l’ultima sua conversazione con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di Marina in stato di fermo in India. «Sono soldati selezionatissimi, il meglio che abbiamo, sono due volte volontari perché oltre ad aver scelto la professione militare hanno scelto le forze anfibie superando una selezione durissima che lascia spazio in media a solo il 40% dei candidati. Sono espertissimi perché entrambi hanno partecipato a tutte le principali missioni all’estero». Possono aver commesso errori? «È veramente una possibilità estremamente remota. Situazioni di questo genere vengono provate e riprovate in fase di addestramento da oltre 20 anni. Nulla è lasciato al caso. Si studia il comportamento da tenere in caso di avvicinamento alla nave protetta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Li ho sentiti al telefono poche ore fa. Volevo confortarli, ma loro mi hanno risposto con due sole parole “Comandi Ammiraglio”. Non era deferenza. Volevano confermarmi che sono soldati, hanno fatto il loro dovere e non hanno paura, perché hanno fiducia in noi e nel Paese.<br />
Alla fine, insomma sono stati loro a rassicurare me».<br />
Così il contrammiraglio Pasquale Guerra, 53 anni, comandante della Forza da Sbarco, il dispositivo della Marina Militare di cui fa parte il Reggimento San Marco racconta in quest’intervista al Giornale l’ultima sua conversazione con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di Marina in stato di fermo in India.<br />
«Sono soldati selezionatissimi, il meglio che abbiamo, sono due volte volontari perché oltre ad aver scelto la professione militare hanno scelto le forze anfibie superando una selezione durissima che lascia spazio in media a solo il 40% dei candidati. Sono espertissimi perché entrambi hanno partecipato a tutte le principali missioni all’estero».</p>
<p><strong>Possono aver commesso errori?</strong></p>
<p>«È veramente una possibilità estremamente remota. Situazioni di questo genere vengono provate e riprovate in fase di addestramento da oltre 20 anni. Nulla è lasciato al caso. Si studia il comportamento da tenere in caso di avvicinamento alla nave protetta di un barchino veloce. Si provano ripetutamente tutte le procedure, dalla chiamata via radio ai flash con i grossi riflettori Panerai. Quando si arriva all’“extrema ratio” prima si mostrano le armi, poi si sparano raffiche in aria e infine si spara in mare in maniera evidente».</p>
<p><strong>Un errore potrebbe essere avvenuto in questa fase?</strong></p>
<p>«Sparare al largo è facilissimo. La possibilità di un errore è molto, molto remota».</p>
<p><strong>Leggendo il rapporto dei suoi marò che idea s’è fatto?</strong></p>
<p>«Il rapporto è assolutamente lineare, congruente con l’attività svolta dai nuclei di protezione. Sparare quattro cinque colpi in aria e quattro cinque colpi in acqua a distanza di sicurezza è una banalità per militari esperti di quel livello».</p>
<p><strong>In una situazione di presunto attacco di pirati chi decide l’uso delle armi?</strong></p>
<p>«Il capo squadra in base di regole d’ingaggio riconosciute e approvate prima di partecipare a queste attività. Una di queste prevede colpi di avvertimento in acqua&#8230;».</p>
<p><strong>Sulla base di quel rapporto dove si trovava la petroliera?</strong></p>
<p>«Fin dal primo rapporto era inequivocabile che si trovava a circa trenta miglia dalla costa».</p>
<p><strong>Chi può garantirlo?</strong></p>
<p>«La compagnia ne ha sicuramente la certezza matematica perché segue con il Gps le proprie unità. Il nostro capo team che oltre a esser militare è anche marinaio non ha fatto altro che recuperare sui sistemi di bordo i dati sulla posizione».</p>
<p><strong>Per le autorità indiane i suoi uomini sono sicuramente colpevoli&#8230;</strong></p>
<p>«Fino a oggi non ho visto alcuna prova. Il punto di partenza è che i miei uomini si trovavano su un’unità mercantile battente bandiera italiana e quindi per loro vale esclusivamente la giurisdizione italiana. Poi se è stata fatta l’autopsia vorrei conoscerne i risultati. Hanno detto che sull’imbarcazione sono arrivati dei colpi. Se ne hanno recuperato qualcuno potrebbero fare delle perizie balistiche».</p>
<p><strong>Come valuta la decisione di consegnare i nostri soldati agli indiani?</strong></p>
<p>«Io non c’ero. Non mi è noto chi ha preso le decisioni, né quali siano state le valutazioni».</p>
<p><strong>I suoi uomini sono demotivati o tutto procede per il meglio?</strong></p>
<p>«Dire che tutto va per il meglio sarebbe un’esagerazione. Diciamo che procede con regolarità. Siamo pronti a svolgere gli incarichi che ci vengono assegnati».</p>
<p><strong>Cosa le dicono i suoi soldati?</strong></p>
<p>«Parliamo di amici e colleghi&#8230;ovviamente non stanno passando un momento bellissimo. Vogliono che tornino presto a casa. Vogliono sia dimostrata la verità dei fatti».</p>
<p><strong>Cosa si aspetta dalla nostra diplomazia?</strong></p>
<p>«Molta attenzione e molta determinazione».<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Cos’ha detto a Massimiliano e Salvatore quando li ha salutati?</strong></p>
<p>«Siate fiduciosi, la verità verrà galla».</p>
<p><strong>Gian Micalessin</strong> su <em>Il Giornale</em> del 22 febbraio 2012</p>
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		<title>Marcegaglia: &#8220;Fuori dalle aziende quelli che non fanno bene il loro mestiere&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 10:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Leo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro&#8221;. Ecco la dichiarazione di Emma Marcegaglia (Presidente Confindustria) che ha creato nuove polemiche con la Cgil e la polemica Susanna Camusso. Con la parola “ladri” la segretaria Cgil è andata su tutte le furie. Non in grado di leggere questa parola forte in un contesto, pretende ancora una volta delle scuse in pieno attacco di bigottismo acuto. Ormai in Italia pare che tutti debbano delle scuse a Lady Camusso. Usare la parola “ladri” sembra essere adesso un reato: la Marcegaglia quindi dovrebbe smentire le sue dichiarazioni. Ma in realtà la provocazione forte serve a smuovere tutte le coscienze sulla questione della flessibilità visto che gli abusi a riguardo sono vari e tanti che paralizzano il mercato del lavoro, lo sviluppo industriale. Per Fulvio Fammoni(Segretario confederale Cgil) le parole della Marcegaglia offendono il ruolo del sindacato confederale italiano. Ci si rende conto che non sono ancora giunti i tempi maturi per un dialogo serio tra le parti sociali, sia per chi provoca che per chi viene provocato. Anche se la riforma sul mercato del lavoro deve essere fatta in tempi rapidi e in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro&#8221;. Ecco la dichiarazione di Emma Marcegaglia (Presidente Confindustria) che ha creato nuove polemiche con la Cgil e la polemica Susanna Camusso.</p>
<p>Con la parola “ladri” la segretaria Cgil è andata su tutte le furie. Non in grado di leggere questa parola forte in un contesto, pretende ancora una volta delle scuse in pieno attacco di bigottismo acuto. Ormai in Italia pare che tutti debbano delle scuse a Lady Camusso.<br />
Usare la parola “ladri” sembra essere adesso un reato: la Marcegaglia quindi dovrebbe smentire le sue dichiarazioni. Ma in realtà la provocazione forte serve a smuovere tutte le coscienze sulla questione della flessibilità visto che gli abusi a riguardo sono vari e tanti che paralizzano il mercato del lavoro, lo sviluppo industriale.<br />
Per Fulvio Fammoni(Segretario confederale Cgil) le parole della Marcegaglia offendono il ruolo del sindacato confederale italiano.</p>
<p>Ci si rende conto che non sono ancora giunti i tempi maturi per un dialogo serio tra le parti sociali, sia per chi provoca che per chi viene provocato. Anche se la riforma sul mercato del lavoro deve essere fatta in tempi rapidi e in modo egregio per poter garantire un futuro non paralizzante per i lavoratori italiani ma allo stesso tempo dignitoso. Ma è anche giunto il tempo di far scendere i sindacati dal piedistallo e ricordargli di essere al servizio dei lavoratori per garantire un progresso in linea con i tempi. A quanto pare però, la Cgil ancora una volta, non ci sta.</p>
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		<title>&#8220;Dai congressi emerge una grande voglia di partecipazione&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 23:24:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[La risposta a chi dà il Pdl in crisi di identità e consenso arriva dall’entusiasmo registrato nei congressi che si stanno tenendo in tutta Italia per rinnovare i vertici del partito. Sono ormai alle spalle le polemiche sul tesseramento. Ne è convinto Silvio Berlusconi, che, al termine della cena a Villa Gernetto, dove si è parlato di tesseramento e delle strategie in vista della campagna elettorale per le amministrative, si è congratulato per il grande successo dei congressi del Pdl che hanno visto una grande partecipazione di iscritti ed ha sottolineato come grazie a delle regole ferree i pochi furbetti siano stati esclusi. Un considerazione fatta propria dal segretario del Pdl, Angelino Alfano, che ha ribadito l&#8217;irrilevanza di eventuali tessere false, valendo il principio &#8220;una testa, un voto&#8221;. Il Cav ha messo a parola fine, come già anticipato da Alfano all&#8217;ipotesi di archiviazione del simbolo del Pdl, che anzi &#8220;sarà presente ovunque si vota e potrà contare, ma solo come &#8216;supportò (&#8220;e non certo in sostituzione&#8221;), sul valore aggiunto delle liste civiche, valutando però &#8220;zona per zona&#8221; dove e se presentarle. Soddisfazione è espressa anche dal coordinatore del partito, Ignazio La Russa: “Se uno potesse andare in giro per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La risposta a chi dà il Pdl in crisi di identità e consenso arriva dall’entusiasmo registrato nei congressi che si stanno tenendo in tutta Italia per rinnovare i vertici del partito. Sono ormai alle spalle le polemiche sul tesseramento. Ne è convinto Silvio Berlusconi, che, al termine della cena a Villa Gernetto, dove si è parlato di tesseramento e delle strategie in vista della campagna elettorale per le amministrative, si è congratulato per il grande successo dei congressi del Pdl che hanno visto una grande partecipazione di iscritti ed ha sottolineato come grazie a delle regole ferree i pochi furbetti siano stati esclusi. Un considerazione fatta propria dal segretario del Pdl, Angelino Alfano, che ha ribadito l&#8217;irrilevanza di eventuali tessere false, valendo il principio &#8220;una testa, un voto&#8221;.<br />
Il Cav ha messo a parola fine, come già anticipato da Alfano all&#8217;ipotesi di archiviazione del simbolo del Pdl, che anzi &#8220;sarà presente  ovunque si vota e potrà contare, ma solo come &#8216;supportò (&#8220;e non certo in sostituzione&#8221;), sul valore aggiunto delle liste civiche, valutando però &#8220;zona per zona&#8221; dove e se presentarle.<br />
Soddisfazione è espressa anche dal coordinatore del partito, Ignazio La Russa: “Se uno potesse andare in giro per i congressi &#8211; ha dichiarato &#8211; la cosa  che si nota subito è la grande voglia di partecipazione e soprattutto l&#8217;immagine che emerge è tutto il contrario rispetto alla descrizione di un Pdl rassegnato. Faccio l&#8217;esempio di Brescia – ha spiegato &#8211; dove ci sono state 6 mila persone, decine di migliaia di persone anche a Bologna dove c’erano due liste e la stessa grande partecipazione anche nei congressi unitari”. Un’iniezione di fiducia e di ottimismo. La Russa partecipa insieme allo stato maggiore del Pdl ad un incontro organizzato con Silvio Berlusconi e gli amministratori locali. “Si tratta del primo di una serie &#8211; ha reso noto l&#8217;ex ministro della Difesa &#8211; perché abbiamo intenzione di fare un’altra riunione con i primi 50 coordinatori eletti”. In tutto le figure elette saranno 118 e al temine della stagione congressuale a ranghi completi si deciderà la strategia per le elezioni amministrative. La Russa si è espresso favorevolmente  all’ipotesi di un collegamento di alcune liste civiche con il Pdl, confermando &#8211; come già fatto da Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano &#8211; che il simbolo del partito sarà presente sulle schede alla prossima tornata elettorale. Un’ipotesi che prende corpo e che è sul tavolo dello stato maggiore del partito.</p>
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		<title>E&#8217; morto Fausto Gianfranceschi, ultimo intellettuale reazionario</title>
		<link>http://www.destra.it/e-morto-fausto-gianfranceschi-ultimo-intellettuale-reazionario/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:39:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fu una festa d’addio quella che facemmo poche settimane fa a Fausto Gianfranceschi, senza dirlo a nessuno, nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense per rivederlo e per salutarlo. Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con la affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, mentre ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, L’Amore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fu una festa d’addio quella che facemmo poche settimane fa a Fausto Gianfranceschi, senza dirlo a nessuno, nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense per rivederlo e per salutarlo.<br />
Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con la affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, mentre ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, L’Amore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi bene, evitando ogni solennità ma ben sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti.<br />
La notte scorsa Fausto ha smesso di combattere la sua antica battaglia contro la morte. Cominciò quella lotta assai presto, più di trent’anni fa, scrivendo un libro, Svelare la morte, dedicato alla perdita di suo figlio Giovanni in un incidente stradale. Un testo sincero e coinvolgente contro il tabù della morte, nel nostro tempo ribattezzata scomparsa e rimossa dagli spazi pubblici e comunitari. Fausto combattè per tanti anni con coraggio e perfino con sfottente e cristiana ironia, una lotta estenuante contro la sua malattia. E di recente un altro doloroso e intenso libro aveva accompagnato la tragica perdita di un’altra sua figlia, Federica. Ma non vacillò mai la sua fede, nonostante gli agguati impietosi della vita.<br />
Uomo di destra, sanguigno e diretto, cattolico apostolico romano, non per modo di dire, «reazionario» come ebbe a definirsi in un libro recente, aveva curato per molti anni la gloriosa pagina culturale de Il Tempo diretto da Gianni Letta. Ha scritto saggi e romanzi, diresse per primo Intervento, la rivista fondata da Giovanni Volpe. Era stato da giovane un militante della destra rivoluzionaria e nostalgica, aveva patito il carcere per le sue idee contro il suo tempo, ma non cambiò mai idee. Polemista vivace, pubblicò anche un tagliente Stupidario della sinistra (1992). Gianfranceschi fu uno tra i primi miei riferimenti umani e culturali che conobbi sbarcando a Roma quand’ero ragazzo. Avevo recensito il suo Svelare la morte, un libro che andrebbe ripubblicato insieme all’Amore paterno, come un elogio sofferto e vero della famiglia. Nel saggio Il senso del corpo, Gianfranceschi concludeva con una limpida professione di fede nella resurrezione della carne. «L’umiliazione e la sofferenza fatali della mia carne prepareranno, io spero, la mia resurrezione». Così si è presentato ieri Fausto alla pietà del divino. </p>
<p><strong>Marcello Veneziani</strong> su <em>Il Giornale</em> del 20 febbraio 2012</p>
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		<title>Si ribalta un ‘Lince’: morti tre militari italiani in Afghanistan</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:31:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tre militari italiani sono morti in Afghanistan in seguito ad un incidente stradale questa mattina avvenuto nei pressi della località Shindand. Un quarto militare è ricoverato in ospedale per ipotermia ma non è in pericolo di vita. La tragedia si è consumata nel corso di una missione di recupero di un’unità bloccata dalle condizioni meteo particolarmente avverse quando il ‘Lince’ sul quale erano a bordo i militari si è ribaltato mentre attraversava un corso d’acqua a circa 20 Km a sud-ovest di Shindand. I militari deceduti – come informa lo Stato Maggiore della Difesa – sono il caporal maggiore capo Francesco Currò, nato il 27 febbraio 1979 a Messina, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo, nato il 23 maggio 1983 a Palermo, e il primo caporal maggiore Luca Valente, nato l&#8217;8 gennaio 1984 a Gagliano del Capo (Lecce). Sono le prime vittime italiane del 2012 in Afghanistan. Gli uomini appartenevano al 66esimo Reggimento fanteria Trieste che ha sede a Forlì, inquadrato nella brigata aeromobile Friuli di Bologna e quasi interamente schierato nell&#8217;ovest dell&#8217;Afghanistan. Numerosi i messaggi di cordoglio da parte delle Istituzioni e della politica. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha diffuso una nota nella quale ha espresso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tre militari italiani sono morti in Afghanistan in seguito ad un incidente stradale questa mattina avvenuto nei pressi della località Shindand. Un quarto militare è ricoverato in ospedale per ipotermia ma non è in pericolo di vita. La tragedia si è consumata nel corso di una missione di recupero di un’unità bloccata dalle condizioni meteo particolarmente avverse quando il ‘Lince’ sul quale erano a bordo i militari si è ribaltato mentre attraversava un corso d’acqua a circa 20 Km a sud-ovest di Shindand.<br />
I militari deceduti – come informa lo Stato Maggiore della Difesa – sono il caporal maggiore capo Francesco Currò, nato il 27 febbraio 1979 a Messina, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo, nato il 23 maggio 1983 a Palermo, e il primo caporal maggiore Luca Valente, nato l&#8217;8 gennaio 1984 a Gagliano del Capo (Lecce). Sono le prime vittime italiane del 2012 in Afghanistan.<br />
Gli uomini appartenevano al 66esimo Reggimento fanteria Trieste che ha sede a Forlì, inquadrato nella brigata aeromobile Friuli di Bologna e quasi interamente schierato nell&#8217;ovest dell&#8217;Afghanistan.<br />
Numerosi i messaggi di cordoglio da parte delle Istituzioni e della politica. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha diffuso una nota nella quale ha espresso “i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei caduti, rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese”. Il presidente del Consiglio Mario Monti, “appreso con dolore il grave incidente in Afghanistan nel quale hanno perso la vita tre militari italiani ed esprime il suo cordoglio alle famiglie, partecipando con commozione al loro lutto”. </p>
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		<title>Lettera al direttore/ Le Foibe e la pistola di Togliatti puntata contro la democrazia</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:50:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo Egregio direttore, &#8220;destra.it&#8221; ha puntualmente seguito la polemica sulle foibe, ma forse c&#8217;è ancora qualcosa da dire. Ancora una volta il Giorno del Ricordo è servito a dimenticare la verità. A nasconderla. A farla a pezzi, così da poterne prendere soltanto la parte (piccola piccola) condivisa da (quasi) tutti. Compresi i variegati eredi del Pci. È vero, le foibe furono una pulizia etnica anti-italiana. Si omette di ricordare, però, che quella strage fu soprattutto una pulizia politica, finalizzata ad un preciso disegno: liberare dagli elementi ostili il cosiddetto &#8220;corridoio jugoslavo&#8221;, affinché potesse essere facilitata l&#8217;invasione dell&#8217;Italia del Nord da parte dei comunisti (la rottura stra Stalin e Tito avverrà solo nel 1948). Un progetto che vide l&#8217;adesione totale e convinta del Pci di Togliatti e Longo, che collaborò attivamente con gli assassini jugoslavi affinché le foibe avessero le proporzioni della tragedia che oggi &#8211; finalmente &#8211; tutti  conosciamo. Gli indirizzi degli italiani «da prelevare» erano spesso e volentieri forniti dai comunisti italiani; gli stessi che in quegli anni, come alcuni documenti del Viminale dimostrano, organizzavano i «campi di concentramento regionali per gli oppositori» del nuovo regime che avrebbe dovuto affogare l&#8217;Italia nella dittatura rossa. Tutto ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e volentieri pubblichiamo</p>
<p>Egregio direttore,</p>
<p>&#8220;<a href="http://destra.it/">destra.it</a>&#8221; ha puntualmente seguito la polemica sulle foibe, ma forse c&#8217;è ancora qualcosa da dire. Ancora una volta il Giorno del Ricordo è servito a dimenticare la verità. A nasconderla. A farla a pezzi, così da poterne prendere soltanto la parte (piccola piccola) condivisa da (quasi) tutti. Compresi i variegati eredi del Pci. È vero, le foibe furono una pulizia etnica anti-italiana. Si omette di ricordare, però, che quella strage fu soprattutto una pulizia politica, finalizzata ad un preciso disegno: liberare dagli elementi ostili il cosiddetto &#8220;corridoio jugoslavo&#8221;, affinché potesse essere facilitata l&#8217;invasione dell&#8217;Italia del Nord da parte dei comunisti (la rottura stra Stalin e Tito avverrà solo nel 1948). Un progetto che vide l&#8217;adesione totale e convinta del Pci di Togliatti e Longo, che collaborò attivamente con gli assassini jugoslavi affinché le foibe avessero le proporzioni della tragedia che oggi &#8211; finalmente &#8211; tutti  conosciamo. Gli indirizzi degli italiani «da prelevare» erano spesso e volentieri forniti dai comunisti italiani; gli stessi che in quegli anni, come alcuni documenti del Viminale dimostrano, organizzavano i «campi di concentramento regionali per gli oppositori» del nuovo regime che avrebbe dovuto affogare l&#8217;Italia nella dittatura rossa. Tutto ciò non accadde soltanto perché il rispetto dell&#8217;Urss degli equilibri di Yalta impedì al Pci di fare ciò che &#8211; anche dopo le elezioni del 1948 &#8211; avrebbe voluto.</p>
<p>Un esito che i comunisti italiani prepararono ben prima della fine della guerra, come testimonia l&#8217;eccidio alle malghe di Porzûs, quando il 7 febbraio 1945 i partigiani del Pci fecero strage dei partigiani cattolici e liberali. Ad essere trucidati dai compagni in armi furono altri resistenti, alleati nella lotta di liberazione, ma contrari all&#8217;annessione alla Jugoslavia comunista. Un eccidio sul quale calò una pesantissima coltre di silenzio al fine di far trionfare una serie di falsi storici destinati a diventare veri e propri miti. A cominciare dall&#8217;unità antifascista e dall&#8217;interpretazione della Resistenza come secondo Risorgimento, tutte circostanze che uscivano letteralmente a pezzi da quell&#8217;eccidio e dalla vicenda delle foibe.</p>
<p>È una verità scomoda che i gendarmi della memoria devono censurare due volte: innanzitutto perché smentisce l&#8217;interpretazione minimalista della tragedia istriano-dalmata come &#8220;pulizia etnica&#8221;, puro e semplice odio anti-italiano da rintracciare in una «reazione al fascismo» che non spiega quasi nulla di ciò che accadde. Già nel 1943 &#8211; come ricorda il ricercatore di Lubiana Matej Leskovar &#8211; esistevano liste di persone da eliminare a Trieste (ben 20mila) elaborate insieme da comunisti italiani e sloveni, oltre che accordi sulla divisione dei territori di confine.</p>
<p>In secondo luogo, la verità di un&#8217;operazione politica e non semplicemente etnica va negata in quanto rischia di minare le basi di quel mito della resistenza che, in barba a tutti i revisionismi, continua a non dovere essere scalfito: cioè che il Pci combattè per la libertà e la democrazia. Al contrario, il partito di Togliatti fu una pistola costantemente puntata contro il nostro ordinamento democratico, al punto da organizzare un vero e proprio esercito in armi, un&#8217;organizzazione paramilitare totalmente anticostituzionale &#8211; la famosa Gladio rossa &#8211; la cui vicenda, nonostante gli importanti passi in avanti fatti dalla storiografia negli ultimi anni, è in parte ancora oggi avvolta da fitte nebbie.</p>
<p>È questo l&#8217;autentico peccato originale, il vero falso storico che ha avvelenato &#8211; e continua ad avvelenare &#8211; la memoria e la coscienza della nostra Patria.</p>
<p>Cordialmente.</p>
<p>Vincenzo Nardiello</p>
<p>Napoli</p>
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		<title>Si moltiplica in rete la solidarietà ai marò</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si moltiplica in rete la solidarietà nei confronti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due militari del San Marco per i quali la magistratura indiana ha disposto oggi tre giorni di fermo. Oltre alla politica, si schierano su facebook i commilitoni dei marò trattenuti in India, ma anche i “fratelli” della Folgore e degli altri Corpi dell’esercito. A partire dall’invito a cambiare l’immagine del profilo con una foto del Leone della Marina e la scritta ‘Liberi subito’. Numerose le pagine facebook aperte che parlano della vicenda. Tutti i commenti esprimono sdegno per il comportamento delle autorità indiane e invitano il nostro governo ad agire tempestivamente. “Si va fino in fondo, questo è un affare di Stato”, si legge tra i commenti postati dai commilitoni del gruppo d’elite. C’è chi invita a soluzioni radicali per risolvere lo stallo: “Ministro, invii subito, immediatamente reparti speciali del Battaglione San Marco e Incursori di Marina per liberare i due ragazzi! Con questa gente non si può trattare; hanno fatto entrare la nave italiana nel porto con l&#8217;inganno!”. Altri invitano invece al boicottaggio dei prodotti indiani e alla vendita di tutte le azioni e le obbligazioni di aziende indiane o fondi di investimento che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si moltiplica in rete la solidarietà nei confronti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due militari del San Marco per i quali la magistratura indiana ha disposto oggi tre giorni di fermo. Oltre alla politica, si schierano su facebook i commilitoni dei marò trattenuti in India, ma anche i “fratelli” della Folgore e degli altri Corpi dell’esercito. A partire dall’invito a cambiare l’immagine del profilo con una foto del Leone della Marina e la scritta ‘Liberi subito’.<br />
Numerose le pagine facebook aperte che parlano della vicenda. Tutti i commenti esprimono sdegno per il comportamento delle autorità indiane e invitano il nostro governo ad agire tempestivamente. “Si va fino in fondo, questo è un affare di Stato”, si legge tra i commenti postati dai commilitoni del gruppo d’elite. C’è chi invita a soluzioni radicali per risolvere lo stallo: “Ministro, invii subito, immediatamente reparti speciali del Battaglione San Marco e Incursori di Marina per liberare i due ragazzi! Con questa gente non si può trattare; hanno fatto entrare la nave italiana nel porto con l&#8217;inganno!”. Altri invitano invece al boicottaggio dei prodotti indiani e alla vendita di tutte le azioni e le obbligazioni di aziende indiane o fondi di investimento che hanno quote indiane. Quindi, un appello al governo: “Mi chiedo cosa aspetta Monti per farsi sentire&#8230; Ai nostri ragazzi ed alle loro famiglie va la nostra solidarietà&#8230;&#8230; PER MARE PER TERRAM SAN MARCO!!!””.</p>
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		<title>Il Pdl alle amministrative con il proprio simbolo</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 11:48:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.destra.it/?p=1679</guid>
		<description><![CDATA[Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri e il coordinatore nazionale Ignazio La Russa mettono a tacere i rumors sulla possibilità di presentarsi senza il proprio simbolo alle prossime amministrative. Confermata l’apertura all’affiancamento di liste civiche, peraltro non una novità, mentre sono allo studio, con diversi scenari, le alleanze con la Lega e con l’area moderata di Casini. “Il Pdl non sparisce dalle amministrative e ci sarà con il suo simbolo – conferma Gasparri a Tgcom24 &#8211; è un partito con più di un milione di iscritti e che si sta consolidando”. Quanto alle alleanze, aggiunge, “valuteremo caso per caso. Con la Lega speriamo di poter confermare la nostra alleanza, al sud invece ci siamo avvicinati a forze locali di moderati e cattolici. Per i candidati sceglieremo caso per caso”. Il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa spinge per una convergenza con Casini, perché “solo se si ricostituisce l&#8217;alleanza di centrodestra si batte la sinistra. Io &#8211; ha aggiunto &#8211; non guardo con terrore ai movimenti di Casini, ma spero che si possa ricostituire l&#8217;alleanza”. La Russa precisa anche la natura di eventuali liste civiche di appoggio e auspica che il rinnovamento del partito sia anche il frutto della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri e il coordinatore nazionale Ignazio La Russa mettono a tacere i <em>rumors</em> sulla possibilità di presentarsi senza il proprio simbolo alle prossime amministrative. Confermata l’apertura all’affiancamento di liste civiche, peraltro non una novità, mentre sono allo studio, con diversi scenari, le alleanze con la Lega e con l’area moderata di Casini.<br />
“Il Pdl non sparisce dalle amministrative e ci sarà con il suo simbolo – conferma Gasparri a Tgcom24 &#8211; è un partito con più di un milione di iscritti e che si sta consolidando”. Quanto alle alleanze, aggiunge, “valuteremo caso per caso. Con la Lega speriamo di poter confermare la nostra alleanza, al sud invece ci siamo avvicinati a forze locali di moderati e cattolici. Per i candidati sceglieremo caso per caso”.<br />
Il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa spinge per una convergenza con Casini, perché “solo se si ricostituisce l&#8217;alleanza di centrodestra si batte la sinistra. Io &#8211; ha aggiunto &#8211; non guardo con terrore ai movimenti di Casini, ma spero che si possa ricostituire l&#8217;alleanza”. La Russa precisa anche la natura di eventuali liste civiche di appoggio e auspica che il rinnovamento del partito sia anche il frutto della stagione congressuale in corso. “Le liste civiche le abbiamo sempre fatte – ha confermato &#8211; basta pensare a Moratti e Formigoni. Chi crede che scomparirà il simbolo Pdl, si sbaglia. Tuttavia, oltre al cambiamento d&#8217;immagine richiesto da Berlusconi, credo che serva anche un impegno diverso sul territorio. Io credo – ha puntualizzato &#8211; che bisogna rafforzare quello che abbiamo, valorizzando quando c&#8217;è di buono all&#8217;interno dei congressi”.<br />
Quanto ai rapporti con il Carroccio, e alla dichiarazione di divorzio pronunciata nei giorni scorsi da Calderoli, La Russa replica possibilista: “L’alleanza è già crollata una volta ed è rinata ancora più forte”, affermando che “c’è molta propaganda nelle posizioni della Lega”.<br />
Per quanto riguarda, infine il ‘dopo Berlusconi’, che ha annunciato di non volersi più presentare come candidato premier, La Russa ha sottolineato: “Credo che Angelino Alfano abbia le carte in regola, mentre riferendosi a Monti, non crede “che andrà oltre questo mandato”.</p>
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		<title>Tre giorni di fermo per i nostri marò. Sale la tensione con l&#8217;India</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 23:38:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sale la tensione tra Italia ed India per l&#8217;uccisione di due presunti pirati da parte dei militari del San Marco al largo delle coste meridionali indiane. La magistratura ha disposto tre giorni di fermo per i due marò implicati nella morte di due pescatori indiani dopo circa due ore d&#8217;interrogatorio condotto dal giudice K.P. Joy nella sua residenza di Kollam. Il magistrato indiano ha fissato un periodo complessivo di 14 giorni di possibile estensione del procedimento. Fra 72 ore, si apprende, il giudice li rivedrà per decidere se eventualmente mandarli in prigione. I due marò italiani restano sotto custodia della polizia di Kollam, ma ora, in un clima di confusione sottolineato dalla delegazione italiana che li accompagna, torneranno a Kochi. Le dichiarazioni che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno reso sono state tradotte da un sacerdote cattolico. In proposito, la delegazione italiana che accompagna i due marò ha chiesto ed ottenuto che non solo le risposte, ma anche le domande poste dal magistrato fossero tradotte in italiano. Davanti al magistrato hanno deposto anche altri testimoni, fra cui il proprietario del peschereccio indiano ed altri pescatori. All’esterno della residenza del giudice prosegue una manifestazione contro l’Italia. La situazione è estremamente delicata. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Sale la tensione tra Italia ed India per l&#8217;uccisione di due presunti pirati da parte dei militari del San Marco al largo delle coste meridionali indiane.</div>
<div>La magistratura ha disposto tre giorni di fermo per i due marò implicati nella morte di due pescatori indiani dopo circa due ore d&#8217;interrogatorio condotto dal giudice K.P. Joy nella sua residenza di Kollam. Il magistrato indiano ha fissato un periodo complessivo di 14 giorni di possibile estensione del procedimento. Fra 72 ore, si apprende, il giudice li rivedrà per decidere se eventualmente mandarli in prigione.</div>
<div>I due marò italiani restano sotto custodia della polizia di Kollam, ma ora, in un clima di confusione sottolineato dalla delegazione italiana che li accompagna, torneranno a Kochi.<br />
Le dichiarazioni che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno reso sono state tradotte da un sacerdote cattolico. In proposito, la delegazione italiana che accompagna i due marò ha chiesto ed ottenuto che non solo le risposte, ma anche le domande poste dal magistrato fossero tradotte in italiano. Davanti al magistrato hanno deposto anche altri testimoni, fra cui il proprietario del peschereccio indiano ed altri pescatori. All’esterno della residenza del giudice prosegue una manifestazione contro l’Italia. La situazione è estremamente delicata. Il ministro degli esteri Giulio Terzi ha assicurato che l&#8217;Italia segue la vicenda dei due marò italiani coinvolti nella morte dei due pescatori indiani “con grande attenzione e ansia”. Il Guardasigilli Paola Severino ha affermato che “tutto quello che viene detto è basato su idee, ma la prova sullo svolgimento dei fatti, versioni che sono totalmente contrapposte tra le due parti, ancora non c&#8217;è stata”.</div>
<div>I fatti si sono svolti lo scorso 15 febbraio. Durante la navigazione in acque internazionali, la nave italiana, la petroliera &#8220;Enrica Lexie&#8221;, sarebbe stata avvicinata da una imbarcazione simile a quelle utilizzate dai predoni del mare che compiono i loro raid al largo delle coste somale. nonostante i ripetuti avvertimenti convenzionali trasmessi dai militari, il natante ha proseguito il suo percorso avvicinandosi alla petroliera. A questo punto i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fucilieri delle nostre truppe da sbarco componenti una squadra operativa istituita per fronteggariare la minacciosa presenza dei pirati nel Golfo di Aden, hanno esploso raffiche contro i presunti pirati. I colpi, secondo l&#8217;accusa delle autorità indiane, avrebbero provocato la morte di due uomini che, sempre secondo Nuova Delhi, non erano pirati ma  pescatori a bordo dell&#8217; imbarcazione che viaggiava poco distante dalla nave italiane.</div>
<div>Dopo un primo interrogatorio alla presenza del console Giampaolo Cutillo, i due militari sono stati affidati alla polizia locale che ha aperto un&#8217;indagine per omicidio.</div>
<div>Ma attualmente i due soldati sono stati sbarcati e  vengono trattenuti sotto la vigilanza della polizia indiana a Kochi, nello stato meridionale del Kerala, all&#8217;interno di un circolo ufficiali. &#8220;Si trovano in un procedimento che potrebbe portare presto al loro arresto&#8221; ha detto  il console italiano a Mumbai. Le nostre autorità  hanno chiesto l&#8217;autopsia sul corpo dei pescatori indiani, sostenendo che i militari del battaglione San Marco hanno sparato in aria.</div>
<div>Ma la tensione tra Roma e Nuova Delhi sembra destinata a crescere con il passare delle ore. Non lascia tranquilli, infatti, un comunicato della Farnesina che afferma come non ci sia  &#8220;accordo con l&#8217;India sulla gestione della vicenda&#8221;, e che &#8220;i ministri italiani degli Esteri, della Difesa e della Giustizia stanno seguendo gli sviluppi del caso, tenendone informato costantemente il presidente del Consiglio Monti&#8221;.</div>
<div>Nella stessa dichiarazione, il ministero degli Esteri italiano ha precisato che  i due soldati &#8220;sono organi dello Stato italiano e pertanto godono dell&#8217;immunità dalla giurisdizione rispetto agli Stati stranieri perché si trovano sulla Enrica Lexie in base ad una legge italiana e alle risoluzioni Onu sulla lotta alla pirateria&#8221;. Pertanto, sempre secondo le autorità italiane, il fermo effettuato dalla polizia indiana nei confronti dei nostrì marò è un &#8220;atto unilaterale&#8221;.</div>
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		<title>Nichi Vendola: il presidente illusionista</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 21:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Leo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Nichi Vendola sembra voler emergere ogni giorno con un argomento “a piacere” ma sbaglia tempi e modi. Sarebbe troppo facile potersi sempre scagliare contro chi la dice più grossa ma stavolta non esiste un minimo di coerenza sia sullo scenario politico nazionale che locale pugliese, ciò che forse dovrebbe stargli ancora a cuore. Nel pieno del ciclone dei tagli alla sanità pugliese cerca di spostare l’attenzione sull’entità delle spese militari italiane chiedendo delucidazioni a riguardo. Una manovra di bassa lega mediatica e di modesto effetto, fortunatamente. Lancia dal suo sito ufficiale una richiesta di chiarimenti a riguardo, onde evitare una “campagna propagandistica”. Da che pulpito vien la predica, si potrebbe ben dire! Ci si chiede perché spostare l’attenzione sullo scenario nazionale per un problema al margine, quando ci sarebbe da chiarire gli ingenti tagli su sanità pugliese, su piani di riordino pazzi e rinunce sostanziali al diritto alla salute per i cittadini pugliesi ormai senza alcuna speranza. Domande a cui Nichi Vendola, interpellato più volte da folle rabbiose non ha mai dato risposte concrete, anche perché il tempo delle promesse sembra scaduto da tempo. La sciagura Vendola continua a mietere vittime da un carnefice silenzioso o troppo chiacchierone ma mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nichi Vendola sembra voler emergere ogni giorno con un argomento “a piacere” ma sbaglia tempi e modi.<br />
Sarebbe troppo facile potersi sempre scagliare contro chi la dice più grossa ma stavolta non esiste un minimo di coerenza sia sullo scenario politico nazionale che locale pugliese, ciò che forse dovrebbe stargli ancora a cuore.<br />
Nel pieno del ciclone dei tagli alla sanità pugliese cerca di spostare l’attenzione sull’entità delle spese militari italiane chiedendo delucidazioni a riguardo. Una manovra di bassa lega mediatica e di modesto effetto, fortunatamente.<br />
Lancia dal suo sito ufficiale una richiesta di chiarimenti a riguardo, onde evitare una “campagna propagandistica”. Da che pulpito vien la predica, si potrebbe ben dire!<br />
Ci si chiede perché spostare l’attenzione sullo scenario nazionale per un problema al margine, quando ci sarebbe da chiarire gli ingenti tagli su sanità pugliese, su piani di riordino pazzi e rinunce sostanziali al diritto alla salute per i cittadini pugliesi ormai senza alcuna speranza.<br />
Domande a cui Nichi Vendola, interpellato più volte da folle rabbiose non ha mai dato risposte concrete, anche perché il tempo delle promesse sembra scaduto da tempo.<br />
La sciagura Vendola continua a mietere vittime da un carnefice silenzioso o troppo chiacchierone ma mai realistico.<br />
Concentrarsi sulle riduzioni delle spese militari sarebbe si una battaglia da combattere ma non dovrebbe essere una mera provocazione da lanciare su un blog, da poeticizzare in modo demagogico. Resta una delle favole vendoliane alle quali nessuno crede più da un po’.</p>
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		<title>Un Paese che rifiuta di sentirsi popolo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 21:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ludovico Annaris</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Il vero male dell’Italia non è la mancanza di una memoria condivisa che riguarda episodi importanti e dolorosi della storia nazionale ma il rifiuto di sentirsi popolo. Questo accade da sempre e per alcuni e il merito, si fa per dire, è di forze politiche che hanno fatto del cosiddetto internazionalismo la loro bandiera, finendo col vergognarsi delle proprie radici e della propria identità nazionale. Non la Patria ma la classe, non l’Italia ma la contrada, non la verità storica ma l’onorabilità del partito e tutto in base ad una falsa idea di superiorità morale. Insomma, per quanto alcune frange della sinistra abbiano cercato di lavare le proprie vesti nel fiume della modernità la loro pelle è ancora intrisa di antichi pregiudizi. La giornata del ricordo per rammentare a tutti gli italiani la realtà delle foibe che furono una vera e propria pulizia etnica è soprattutto un atto di giustizia storica. La freddezza con cui alcune forze politiche, mai distaccatesi del tutto dal marxismo e dal leninismo europeo, hanno trattato e continuano a trattare questa pagina la dice lunga sui progressi non compiuti e la tara ideologica di cui sono ancora prigioniere. Sulla rimozione storica delle foibe anche la Democrazia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vero male dell’Italia non è la mancanza di una memoria condivisa che riguarda episodi importanti e dolorosi della storia nazionale  ma il rifiuto di sentirsi popolo. Questo accade da sempre e per alcuni e il merito, si fa per dire, è  di forze politiche che hanno fatto del cosiddetto internazionalismo la loro bandiera,  finendo col vergognarsi delle proprie radici e della propria identità nazionale. Non la Patria ma la classe, non l’Italia ma la contrada, non la verità storica ma l’onorabilità del partito e tutto in base ad una falsa idea di superiorità morale. Insomma, per quanto alcune  frange della sinistra abbiano cercato di lavare le proprie vesti nel fiume della modernità la loro pelle è ancora intrisa di antichi pregiudizi. La giornata del ricordo per rammentare a tutti gli italiani la realtà  delle foibe che furono una vera e propria pulizia etnica è soprattutto un atto di giustizia storica. La freddezza con cui alcune forze politiche, mai distaccatesi del tutto dal marxismo e dal leninismo europeo,  hanno trattato e continuano a trattare questa pagina  la dice lunga sui progressi non compiuti e la tara ideologica di cui sono ancora prigioniere.  Sulla rimozione storica delle foibe anche la Democrazia cristiana ha molte responsabilità, infatti la dc  non aveva alcun interesse a mettere a repentaglio i rapporti con la Jugoslavia, così niente di meglio che far dimenticare.  Ancora oggi, tuttavia, nonostante le parole chiare e ferme del Presidente della Repubblica,  non è difficile  riscontrare ancora  atteggiamenti sparsi:  si va dal negazionismo alla minimizzazione come se quelle persone, nostri connazionali,  orribilmente uccise non senza essere state prima condannate ad agonie disumane non fossero carne ma specchi ideologici.<br />
Si tenta così di dire che in fondo il contesto era difficile, che c’era in atto una resa dei conti, che i deportati e gli assassinati non sono migliaia ma poche decine, che gli esuli scacciati dalla propria terra come appestati sono solo un brutto sogno; che in fondo Tito non era il dittatore che è stato ma solo un uomo di Stato magari un po’ troppo decisionista.<br />
La leggerezza e lo scetticismo con cui  alcuni  parlano di foibe o magari   della guerra civile con la caccia all’uomo nel triangolo rosso tra il ’45 e il ’48,  e potremmo continuare con altri esempi,  indicano solo una cosa e cioè che ancora oggi per alcuni non esistono solo vincitori e vinti ma chi è più dignità  e chi ne ha meno   e questo noi non lo accettiamo perché il valore  della persona va oltre qualsiasi appartenenza.  </p>
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