Naturalmente il Cav. dagli occhi azzurri e dagli occhiali neri l’altra mattina avrebbe dovuto dire ai suoi in Senato: “Fermi tutti. Si vota Grasso presidente: Renato si fa da parte, farà il capogruppo.

Votando Grasso, tanto più in polemica con l’elezione settaria alla Camera della Boldrini, che rappresenta un’anticchia fanatica ed estremista dell’Italia racchia che vota per Vendola, realizzeremo risultati importanti: fallisce la manovra di Bersani verso i grillini, che la candidatura di Renato invece rafforza al massimo, e addio sogni di gloria per Palazzo Chigi; noi ci diamo un’incipriata utile, e sottolineiamo in mezzo a tanto baccano processuale che non ce l’abbiamo con la magistratura in sé, ma solo con quella estremista e forcaiola, perché Grasso è pur sempre uomo d’equilibrio, mi ha dato un Oscar per la lotta alla mafia, lo abbiamo opposto a Caselli per la procura nazionale, facendo perfino una legge;

daremo una mano al partito dell’inciucio, dimostrando che in questo Parlamento di noi è difficile fare a meno. Insomma, inseguire il consenso di Monti a Schifani e il sogno di vincere è una cazzata. Votare Grasso a sorpresa è un’idea eccellente, me l’ha suggerita Machiavelli in una visione appena entrata nella mia testolina”.

Non è successo, e io so perché. Hanno votato Schifani. Un suicidio. Però le mie superficiali letture machiavelliane non mi impediscono di dire che Pietro Grasso, il quale merita tutto il rispetto nella sua funzione di presidente del Senato, e lo avrà, è come profilo politico e civile il tipo di italiano che meno al mondo è fatto per piacerci.

Luciano Violante fu mezzo golpista, ha fatto politica in modo pesante, ha ristrettezze di veduta etica imbarazzanti, ha anche verseggiato, ma in confronto è un gigante di dottrina giuridica, di argomentazione razionale, di discorsività e comprensione politica.

Gian Carlo Caselli, come ha ricordato Massimo Bordin ieri alla Radio Radicale, ha fallito il processo Andreotti, il che non è poca cosa, e ha allevato una generazione di fanatici, alla fine entrando in collisione con il succitato Violante, perché tra i due c’è una differenza di grado o di qualità; ma se comparato a Grasso, Caselli è un capolavoro di tenuta, di consistenza, di convinzione personale, di perseveranza, non un esempio inquietante di ambiguità in ogni campo.

Grasso da tempo è sostanzialmente fuori servizio, come certi ascensori. La carica di procuratore antimafia lo avrà anche avuto tra i più fattivi attori della lotta a Cosa Nostra, ma nei ritagli di tempo tra una presentazione e l’altra di libro, quando non era di rigore la scrittura di inutili pamphlet à la mode de Savianò, quando lo permettevano le partecipazioni televisive plurime.

Su quale linea? La più biforcuta possibile. Oscar a Berlusconi alla “Zanzara” di Giuseppe Cruciani (Radio24): atto dovuto, visto che il governo Berlusconi, ciò che Travaglio dimentica per gola, i mafiosi li faceva a pezzi, ma pur sempre atto compiacente e prudente, nel senso deteriore del termine. Però non c’era conferenza pubblica (inutile) nel corso della quale Grasso non facesse scivolare una, due, tre allusioni al doppio livello delle stragi, ai mandanti occulti e cazzate simili, buffonate di cui l’Italia dovrebbe ridere e piangere, invece di applaudire stordita da anni di pomposità retorica e di agende rosse e misteri buffi.

Eppoi, cose che tratteggiano il profilo di un furbastro, la cui sicura conferma viene dalla fisiognomica, Pietro Grasso sbandierava il suo passato inquirente, la solita amicizia con Giovanni Falcone (quanti amici quell’uomo solo), risultati che hanno sempre molti padri. Ma alla fine nella sua Palermo l’unica operazione giudiziaria di grido da lui compiuta è stata quella di incastrare, derubricando l’accusa di favoreggiamento mafioso a quella di favoreggiamento semplice, il povero Totò Cuffaro.

Una preda dolce e facile, di cui tutti sapevano che ai mafiosi della sanità e del sistema di consenso regionale al massimo poteva offrire una intercettazione e un cannolo, chissà se intuendo chi erano davvero, perché come Mirello Crisafulli sull’altra sponda politica era il tipo di siciliano che ama la società in cui vive, e se la principale organizzazione criminale ha un’estesa ramificazione e presenza familiare e sociale, e politica, io la “lotto” – come dicono nell’isola – con mezzi politici acconci, e pazienza per i marciatori giacubbini. Questo doveva essere detto.

Che bisognava votarlo per machiavellismo, che è un parvenu della politica ma una vecchia volpe, un soggetto inautentico, una carriera giudiziaria e una fulminante carrierina politica inconcusse ma tremendamente ambivalenti. Per lodare il presidente del Senato, se dura, ci sarà tempo.

Passiamo alla Boldrini. E’ come alla Rai. Questo Bersani con i suoi giovani turchi, al fine di ripristinare l’autorevolezza della politica, ma solo a patto che gli sistemi una sedia sotto il culo, sbatte giù dalla finestra ogni razionalità politica. Scelte sempre uguali, alla Rai come in Parlamento. Un magistrato e una della società civile, oddiomio, un Colombo (Gherardo) e una Tobagi. Un vero leader emiliano, con aggiunta di panna e pasta all’uovo, contraddizione in termini come sapeva Palmiro Togliatti, che gli emiliani li sposava ma non avrebbe mai immaginato di insignirli della carica di leader del Pci. Un operaio no. Una bella sindacalista grassa no.

Un uomo di partito con i coglioni no. Società civile. Roba giusta per le apologie di Repubblica, le manovrette degli opinionisti, le cazzate sulla casta. Roba di serie B, espressione politica di inferiorità e di complessi di psicologia del profondo subalterna. La Laura Boldrini ha un peccato originale anzi due o tre: si è candidata con Vendola, ha preso il 3 virgola 2 per cento, ha fatto pratica di assemblee nella famosa palude dell’Onu (dove pare siano un po’ avvinazzati).

Doveva stare tra i banchi a fare pratica, gavetta, non essere celebrata come matricola della Repubblica, insieme a Grasso, all’inizio della legislatura che si spera la più corta della storia. Abbiamo già avuto, e vergogna a noi, e a me personalmente, che l’abbiamo consentito, il caso della Irene Pivetti. Mi spiego? Comunque, massimo rispetto per l’alta carica dello stato.

Un momento. Inoltre la Boldrini è umanitaria. E ho detto tutto, io che sono un animale.

 

Giuliano Ferrara – Il Foglio