Per una volta la Meloni l‘ha avuta vinta: dopo aver per oltre un anno subito le prepotenze e le prevaricazioni di Conte, senza reagire, insieme all’autocrate della Lega, occupando le aule della Camera e del Senato, la sceneggiata e lo show, fissati e stabiliti per domenica 13 settembre, nella seguitissima “Domenica in”, sono stati neutralizzati.

La Meloni, con cui non è possibile concordare nel seppur assai tepido consenso al referendum, ha parlato, di una situazione da “Corea del Nord”. Il leader della Lega, e non certo dell’opposizione, aveva rivendicato, prima del rinsavimento della Rai, ovviamente per sé gli stessi spazi, giorno e rete attribuiti al messaggio di Conte. La conduttrice televisiva, da brava stipendiata, ovviamente e doverosamente ha tenuto bordone al presidente del Consiglio, sottolineando (risum teneatis) che “ha preferito annullare la registrazione del videomessaggio per evitare che la scuola diventi occasione di polemiche”. Ci vuole solo la Venier per credere nelle giustificazioni dello “statista” pugliese, pronto, come suo solito, a strumentalizzare la scomparsa del povero ragazzo, barbaramente trucidato a Colleferro da due “figli del sistema”.

Intanto è arrivata finalmente una dura reprimenda di Mattarella, dopo lunghi mesi di sopportazione. Ha constatato che il testo della legge di conversione del decreto legge 2020, n. 76, “contiene diverse disposizioni, tra cui segnatamente quelle contenute all’articolo 49, recante la modifica di quindici articoli del Codice della strada, che non risultano riconducibili alle predette finalità e non attengono a materia originariamente disciplinata dal provvedimento”.  Il Capo dello Stato ha impartito al capo dell’esecutivo una lezione di diritto costituzionale, non acuta ma fondata su analisi addirittura elementari. E’ da non perdere:

«Nella sentenza n.247 del 2019, la Corte [Costituzionale] ha osservato che “la legge di conversione è fonte funzionalizzata di un provvedimento avente forza di legge ed è fonte caratterizzata da un provvedimento di approvazione peculiare e semplificato rispetto a quello ordinario. Essa non può quindi aprirsi a qualsiasi contenuto, come del resto prescrive, in particolare, l’art. 96 –bis del regolamento della Camera dei deputati. A pena di essere utilizzate per scopi estranei a quelli che giustificano l’atto con forza di legge, le disposizioni introdotte in sede di conversione devono potersi collegare al contenuto già disciplinato dal decreto – legge, ovvero, in caso di provvedimenti governativi a contenuto plurimo, “alla ratio dominante del provvedimento originario considerato nel suo complesso” (sentenza n. 32 del 2014)».

Mattarella offre una spiegazione sulla promulgazione da assumere – chissà per quante occasioni su di essa si è taciuto – emblematica e pietra angolare: «Ho proceduto […] soprattutto in considerazione della rilevanza del provvedimento nella difficile congiuntura economica e sociale, invito tuttavia il Governo a vigilare affinchè nel corso dell’esame parlamentare dei decreti legge non vengano inserite norme palesemente eterogenee rispetto all’oggetto e alle finalità del provvedimento d’urgenza. Rappresento altresì al Parlamento l’esigenza di operare in modo che l’attività emendativa si svolga in piena coerenza con i limiti di contenuto derivanti dal dettato costituzionale”.

Rilevato e sottolineato che il richiamo conclusivo andava rivolto solamente al governo e non all’assieme delle Camere, essendo note e sperimentate da sempre la sordità e la chiusura assolute della maggioranza, quanto tempo ancora dovremo attendere perché il Presidente siciliano si accorga che la misura “è colma”?