Secondo una recente previsione dell’Istat, nel 2065, un terzo dei residenti nel nostro Paese sarà di origine straniera: più di 14 milioni i cittadini di altri Paesi e altri 7,6 milioni quelli diventati italiani. Di fronte a questi dati c’è chi plaude all’inevitabile meticciato, a fronte di un’Italia vecchia e sterile, “costretta”, per mantenere l’ equilibrio demografico, a bilanciare con massicci arrivi migratori la scarsità di culle ed una presenza sovrabbondante di ultrasessantacinquenni.

I numeri, oggettivamente inquietanti, sul “ricambio etnico”, previsto, per l’Italia, tra meno di cinquant’anni, invitano ad un’assunzione di responsabilità non derogabile.

Accettare/esaltare il meticciato come ultima spiaggia di una Nazione ormai al tramonto ovvero individuare un possibile percorso identitario in grado di invertire la rotta ?

Nel primo caso basta sedersi ed aspettare, bruciando le residue riserve. Con i numeri attuali (una media di un figlio per ogni italiana in età feconda) il rischio di estinzione dell’Italia è inevitabile. Secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è infatti di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il Paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica.

Il tema ancor più che relativo alle politiche sociali, è antropologico e culturale.

Al fondo di tutto c’è un gap politico e comunicativo sulla questione demografica che non può essere sottovalutato. Oltre i numeri, oggettivamente allarmanti, ancora più allarmante è che nessuno sembra volersi fare carico del problema. Pochi ne parlano. I mass media ne fanno appena cenno. Il mondo della cultura tace. Nessun talk show gli dedica attenzione. La politica non se ne preoccupa. Quando va bene si possono ascoltare le solite, stanche e ripetitive critiche sulla mancanza di politiche per la famiglia e sulla crisi economica: troppo poco per trasformare in un caso il crollo demografico, creando il necessario allarme nazionale sulle ricadute spirituali, sociali ed economiche di tale crollo. Inutile allora lamentarsi sull’invadenza dell’immigrazione, sui suoi costi , sul lento, ma costante mutare delle nostre città, costrette a subire, quartiere dopo quartiere, una vera e propria mutazione antropologica, premessa di trasformazioni sempre più profonde e traumatiche.

Prendiamone atto, in discussione c’è l’esistenza stessa del nostro Paese: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani. Decisamente una brutta prospettiva …

A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di   una nuova cultura dell’accoglienza alla vita e delle politiche in grado di favorirla, tornando a vedere nei figli più che un costo una grande risorsa, spirituale e materiale, su cui credere ed investire, pena il lento tramonto del nostro essere Nazione. La finis Italiae è dietro l’angolo. Fare finta di niente significa essere complici di questa fine annunciata.