Le proposte presentate ed ufficializzate dal presidente del consiglio Renzi in materia di riforma costituzionale appaiono sorprendenti, oltre che illogiche, proprio dal punto di vista “democratico” di cui il suo partito reca la denominazione.

Riepiloghiamo in sintesi le sue cinque proposte:

 

       una legge elettorale che impedisce qualsiasi rappresentanza a chi non superi soglie elevate di percentuali e di voti, equivalenti a almeno 1.700.000 voti. In tal modo, perderebbero la rappresentanza in sede parlamentare, considerata l’attuale situazione politica italiana, circa otto milioni di elettori votanti;

       con la stessa legge elettorale si attribuisce un premio di maggioranza elevato e determinante per la fiducia e l’approvazione delle leggi a favore di chi raggiunga solo il 37% dei voti validi, il che vuol dire in sostanza – dopo aver eliminato la rappresentanza di chi non raggiunga le soglie prefissate – assegnare tutti i poteri legislativi a chi rappresenta solo il 28% dell’elettorato!;

       una riforma delle province che non abolisce l’assemblea, non abolisce le giunte, non abolisce le competenze ma abolisce invece l’elezione diretta da parte dei cittadini;

       una riforma del Senato che assume ancor di più aspetti paradossali ed illogici, basata innanzitutto sulla eliminazione del voto dei cittadini, poi sulla nomina di ben 21 persone da parte del presidente della repubblica (ma non doveva essere abolita questa forma di retaggio  monarchico?), infine la presenza dei rappresentanti indicati dalle Regioni e dai Comuni, duplicando così la preesistente “Conferenza Permanente di Stato e Regioni”. Inoltre, questo cosiddetto “Senato” non avrebbe alcun potere decisionale in materia, ad esempio, di bilancio (che vuol dire imposte e tasse) e trattati internazionali (“fiscal compact” e simili). A che serve, allora?

       una riforma dei poteri attribuiti alle Regioni – sia pure in modo esagerato e confuso, ne conveniamo – alle quali, in cambio del ridimensionamento, si offre il contentino ed il titolo onorifico di nominare “senatori”, senza poteri però…

 

 

Da quanto sopra esposto si evince che lo scopo principale di Renzi e di qualche suo occulto suggeritore è sostanzialmente solo quello di eliminare il voto popolare, direttamente od indirettamente. E questo è sempre stato l’auspicio delle “élite illuminate” che sovrintendono ai destini dell’Italia e dell’Europa le quali mal sopportano le fastidiose conseguenze di una consultazione elettorale, tanto da chiamare “populista” chi si la pretende in nome della sovranità che, anche secondo la nostra Costituzione e secondo i sacri testi dell’Onu e dell’Ocse, appartiene al popolo (quando conviene, però; non è la stessa cosa se votano gli abitanti della Crimea o  non votano, ma vale lo stesso, quelli del Kossovo….). Non si sa mai, potrebbe vincere una Le Pen!

Le conseguenze di queste riforme, se fossero approvate, sarebbero gravissime: deciderebbe una sola Camera, a maggioranza precostituita, votando fiducie, riforme costituzionali, imposte e tasse, modifiche di tutto il sistema. A ciò bisogna aggiungere che le proposte di legge e le decisioni “imperative” di votarle vengono prese in solitudine dal Renzi od al massimo fatte approvare dalla Direzione Nazionale del suo partito, composta di 120 persone! Cosa tutto ciò differisce dal sistema legislativo operante nell’Unione Sovietica dove tutto veniva deciso dal “politburò” (ufficio politico) del comitato centrale del Partito Comunista? Neanche sotto il regime fascista avveniva ciò, perché le leggi venivano ampiamente dibattute all’interno dei “corpi intermedi” creati appositamente dal Fascismo per rappresentare le istanze delle categorie, tanto da istituzionalizzarle con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni all’interno della quale, ricordiamo, furono istituite le commissioni permanenti con poteri legislativi, cosa trasfusa anche nel Regolamento delle attuali Camere legislative. Ed inoltre, esisteva il “Senato” di nomina regia il quale interveniva anch’esso nel processo legislativo.

 

A proposito delle categorie produttive, osserviamo che lo schema proposto da Renzi si completa poi con altre iniziative che, anch’esse, tendono ad eliminare qualsiasi forma di partecipazione popolare. Ha abolito le consultazioni con le Parti Sociali sui temi che le riguardano direttamente (sviluppo produttivo, occupazione, pensioni) e di ciò se ne sono lamentati non solo i Sindacati ma anche la Confindustria il cui presidente Squinzi non lascia passare settimana senza critiche al governo; e vuole abolire anche il “Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro” che, al di là della sua scarsa influenza – dovuta però ai partiti che ne ignorano le proposte, e non al lavoro di consulenza da esso svolto – è il simbolo anch’esso dell’esistenza in Italia, al di là della direzione nazionale del Partito Democratico, di associazioni e movimenti che agiscono quotidianamente nella società e nell’economia nazionale.

 

Si giustifica tutto ciò con la “governabilità” ed il risparmio dei “costi della politica”. In realtà, è un inganno ed un falso scopo, perché se si voleva veramente la governabilità bastava fare una legge, solo in parte costituzionale, sulla presidenza del consiglio che gli attribuisse poteri d’iniziativa legislativa rapidi, non sottoposti al vaglio del presidente della repubblica, e la possibilità di nominare e revocare i ministri con un suo semplice decreto. Bastava riformare i regolamenti della Camera, a suo tempo fatti modificare proprio dal Partito Comunista per rallentarne i lavori e provocare il cosiddetto “consociativismo” che ha tanto influito negativamente nell’ultimo ventennio della “prima repubblica”; bastava istituire la “sfiducia costruttiva” per sostituire un governo con un altro già dotato di propria maggioranza, e tant’altro ancora.

 

Ultima considerazione. Il bello è che tutto ciò venga proposto e magari attuato da due anomalie anch’esse “antidemocratiche”. La prima è che questa Camera dei Deputati ha una maggioranza costituita da deputati considerati “abusivi” ed illegittimi dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sulla vecchia legge elettorale: il senso “democratico” avrebbe voluto che i deputati eletti con il premio di maggioranza fossero dichiarati decaduti attribuendo i loro seggi a quelli persi dagli altri partiti che non godevano del premio di maggioranza. L’altra anomalia risiede proprio in Renzi, non eletto neanche deputato ma solo insediato alla segreteria del suo partito dal voto delle “primarie”, peraltro autorganizzato dal partito senza alcuna verifica e controllo da parte di organismi esterni e neutrali.

Quindi, abbiamo deputati “abusivi” e presidenti del consiglio senza legittimazione popolare a termini di Costituzione che decidono riforme fondamentali: ma il nostro presidente della Repubblica, che questa Costituzione (e non quella ideata dall’ex-sindaco di Firenze) ha giurato di difendere, tace? Non emette più quelle quotidiane “note dal Quirinale” che emetteva quando governava Silvio Berlusconi? Sembrerebbe che abbia visto giusto il sociologo torinese Luciano Gullino, autore del libro “Il colpo di Stato di banche e governi per l’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi, ottobre 2013)!