Il ritrovamento dei resti di duecentocinquanta nuove vittime del comunismo non ha fatto, al solito, il giro del mondo. Al massimo qualcuno ha potuto leggere di alcuni “anti titini” raccontati come la promozione di un anti calcare di scarsa qualità.

Sono quel che resta di giovani adolescenti – le analisi dicono che erano oltre un centinaio, tra i duecentocinquanta, i quindicenni e diciassettenni – vittime del comunismo sloveno a guerra finita. Trucidati e infoibati, sono stati appena riesumati in una foiba nella foresta di Kocevski, ma senza troppe cerimonie. Le foto di ossa e crani trapanati da proiettili, i bottoni e le piccole croci, non sono la trama del re dei gialli. Ma una pagina di storia che è ancora la grande assente dei manuali e che resta un thriller reale. Se in questi giorni di fine estate viene fuori ancora un orrore tra gli infiniti del boia Tito, ci si domanda perché si parli solo di “titini” e mai di chi fossero e perché andassero a caccia, soprattutto, di italiani, oltre che ai partigiani cetnici anti comunisti.

Il sangue degli innocenti che hanno incontrato il comunismo non si asciuga mai. Adesso, però, sarebbe anche il caso di battezzarlo con il proprio nome, perché “titini” non significa nulla. L’Unione degli istriani, associazione degli esuli italiani costretti alla fuga dalle violenze del generale comunista Tito, ha pubblicato le foto dell’ultimo orrore ritrovato. La riesumazione è stata organizzata dalla Commissione governativa slovena per l’individuazione delle fosse comuni, con a capo lo storico Joe Deman.

Le analisi dei resti – trovai a quattordici metri sotto terra – dimostrano il consueto modus operandi destinato agli infoibati: molti di quei ragazzini furono uccisi con un colpo alla nuca e quindi fatti cadere nelle foiba, trascinando magari altri di loro legati ad essi e ancora vivi.

Pavel Jamnik è il responsabile delle indagini: per lui ad organizzare quell’eccidio fu la polizia segreta jugoslava. C’erano da “ripulire” dagli italiani le zone liberate. La pulizia etnica in quelle zone iniziò il 24 giugno del ’45.

Mitja Ribicic, il numero due della polizia segreta comunista in Slovenia, nel ’69 venne anche decorato dal Quirinale con l’alta onorificenza di Cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana. A suo carico nel 2005 a Lubiana venne aperta un’inchiesta per crimini di guerra, ma incredibilmente non si trovarono prove sufficienti. Solo dopo la sua morte venne fuori che era lui a decidere chi dovesse morire.

Nella foresta di Kocevski sono state individuate 750 fosse comuni, la maggior parte ancora da esplorare. Vicino al confine con l’Italia sono un’ottantina.  E chissà quanti italiani sono nascosti lì in fondo. Quando si parla di “titini” sparisce la storia. La narrazione della dominazione del comunismo sloveno tra deportazioni e infoibamenti diventa incoerente.

Era Ragusa, “la perla dell’Adriatico”, la Dubrovnik dove oggi gli italiani vanno a villeggiare vantando di essere in Croazia. E se oggi la maggioranza degli italiani ignora come sarebbe, senza il comunismo, la nostra cartina geografica, è colpa dei “trinariciuti” e dei loro nuovi discepoli che mistificano ancora la storia giocando con gli aggettivi.

Non esistevano, infatti, i “titini” ma i comunisti. Quegli stessi “rossi” che sventolando la bandiera della CGIL e del PCI, consapevoli molto bene di quel momento storico, la domenica del 16 febbraio 1947, pronti a sassate e sputi, aspettarono il treno dei poveri esuli italiani che provavano a scappare dalle grinfie del comunista Tito, colpevoli di essere italiani. Erano partiti da Pola – l’italianissima città di Pola – con una piccola valigia, il resto dei loro beni se l’erano già presi i comunisti sloveni, e una bandiera italiana. Alla stazione di Bologna vennero accolti da altri italiani, quelli comunisti, che diedero loro di fascisti.

Quel giorno dai microfoni di certi ferrovieri sindacalisti della CGIL e iscritti al partito comunista italiano, fu annunciato: “Se i profughi si fermano per mangiare, lo sciopero bloccherà la stazione”. Poi arrivarono i giovani rossi che da una parte avevano la bandiera con la falce e martello, nell’altra sassi, pomodori e sputi. E gettarono sulle rotaie persino il latte destinato ai bambini in grave stato di disidratazione e il cibo nella spazzatura.

L’Unità, già nell’edizione del 30 novembre 1946, in un articolo di Piero Montagnani, si scagliava contro gli esuli dal dittatore comunista Josip Broz Tito, scrivendo: “Ancora si parla di “profughi”. […] I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”. Quella domenica del ’47, sempre l’Unità, scriverà del “treno dei fascisti”.

Chi oggi titola sugli “anti titini” per i resti degli adolescenti ritrovati nella foresta di Kocevski, è uguale a quei comunisti che aggredirono gli esuli italiani: sta sputando, ancora, sulla storia, sull’onore, sulla verità di un popolo. Ignorare e mentire sulla realtà della storia significa perdere quelle chiavi di lettura che di fatto ci lasciano vittime di burattinai. Significa continuare ad allevare una generazione ignorante e inconsapevole, quindi sempre più vulnerabile.

Lorenza Formicola, Nuova Bussola Quotidiana, 30 agosto 2020