L’influenza non è l’unico male di stagione che imperversa in questo periodo. Anche quest’anno, come avviene puntualmente verso la fine di ogni gennaio, è arrivato un altro virus altrettanto fastidioso e molto più grave del precedente: il negazionismo delle foibe.

Un subdolo agente patogeno che attacca i cervelli deboli cercando di influenzarli nocivamente e che trova condizioni ideali per il suo sviluppo nell’ignoranza e nella stupidità. Come tutti i virus viene veicolato da un organismo ospite che, essendo già presente nell’ambiente, tenta di diffonderlo iniettandolo a tutte le vittime con le quali riesce ad entrare in contatto. Nel caso della malaria questo squallido compito è svolto dalla zanzara anofele; nel caso delle foibe, invece, l’organismo ospite si chiama ANPI.

La causa scatenante del morbo è il 10 febbraio, vale a dire la Giornata del Ricordo istituita da una legge dello Stato per celebrare la tragedia dei massacri delle foibe e dell’esodo Giuliano Dalmata.

E’ questa ricorrenza a provocare la diffusione del contagio grazie soprattutto alla particolare virulenza che assumono i comportamenti dell’organismo ospite all’avvicinarsi della data fatidica.

L’ANPI, principale veicolo del contagio, è un’organizzazione di pseudo reduci formata in realtà, per la stragrande maggioranza, da gente che della guerra civile non ha mai nemmeno sentito parlare.

Per ovvi motivi anagrafici quelli che l’hanno vista sono oramai in pochi; tutti gli altri per essere proclamati “partigiani” devono solo pagare 15 euro per la tessera e dichiararsi “antifascisti”, in una qualsiasi delle mille accezioni (sbagliate) del termine inventate dalla sottocultura della sinistra.  L’organismo patogeno ANPI non prospera solo con i soldi delle tessere e del 5×1000, ma si nutre anche di danaro pubblico: dai 65.000 euro del 2012 ai 107.000 del 2017 per un totale di 573.450 euro nel periodo elargiti, in crescendo, dal ministero della Difesa drenando le sempre più scarse risorse a disposizione delle associazioni combattentistiche ed ai quali si aggiungono sovvenzioni a vario titolo da parte di regioni e comuni.

Una mangiatoia nella quale prosperano (e incassano) anche improbabili sodalizi similari come l’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna o l’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti che non si sa bene chi siano e che cosa rappresentino.

Quest’anno l’infezione è partita dall’ANPI di Rovigo, ma avrebbe potuto essere una qualsiasi delle 1.482 sezioni sparse sul territorio nazionale.

“Eh sarebbe bello spiegare ai ragazzi delle medie che le foibe le hanno inventate i fascisti, sia come sistema per far sparire i partigiani jugoslavi, che come invenzione storica. Tipo la vergognosa fandonia della foiba di Basovizza…”.

Queste sono le parole, deliranti, comparse sul sito dell’ANPI di Rovigo e subito rimbalzate dappertutto.

La presidentessa locale, tale Antonella Toffanello, si è subito affrettata a nascondere la mano: “è un intervento scritto non so neppure da chi, ma ne prendiamo le distanze. Non rappresenta il nostro pensiero”, precisando che “era una discussione interna, non una dichiarazione ufficiale” come se discutere in questo modo, violando una legge dello stato, all’interno di un’associazione che riceve danaro pubblico fosse meno grave.

Il bello però deve ancora venire.

Come di diceva, il morbo del negazionismo prospera e si sviluppa dove regna l’ignoranza e il caso di Rovigo non fa eccezione.

Nel penoso tentativo di giustificarsi la presidentessa Toffanello (che evidentemente non sa che i partigiani comunisti della Divisione Natisone dalla fine del 1944 facevano parte dell’Esercito popolare di liberazione di Tito e collaboravano quindi con gli infoibatori) indica le fonti “storiche” alle quali fare riferimento:  “La Nuova Alabarda” dove “se ci si prende la briga di leggerli, si potrà scoprire che il numero degli infoibati a Basovizza è infinitamente inferiore a quelli propagandati; tanto che abbiamo invitato a leggere il dossier prima di commentare, ma è evidente ciò non è avvenuto”.

Toppa peggiore del buco, perché questa “Nuova Alabarda” non è una fonte storica primaria o una autorevole rivista di studi storici.

E’solo un giornalino militante, privo di qualsiasi attendibilità scientifica e non, gestito da una sedicente “ricercatrice storica” che ad ogni ricorrenza salta fuori puntualmente tirata in ballo da qualche sezione ANPI (come stavolta) o da qualche maldestro sindaco del PD che tenta di organizzare improbabili dibattiti storici o improvvisati convegni di studio.

Si tratta di Claudia Cernigoi, sedicente “ricercatrice storica” in realtà di mestiere impiegata all’Agenzia delle Entrate, titolo di studio maturità scientifica, giornalista pubblicista attiva nel variegato sottobosco della sinistra estrema.

Dalla sua “biografia autorizzata” apprendiamo che “negli anni ’70 è stata iscritta al Partito di Unità Proletaria per il comunismo aderendo successivamente al progetto di Democrazia Proletaria […] tra il 1999 ed il 2000 è stata iscritta a Rifondazione comunista, ed il motivo della successiva “non iscrizione” (e non “uscita”, come alcuni scrivono) va individuato nel fatto che non vuole essere iscritta ad un partito in modo da poter sentirsi libera di collaborare con le più svariate componenti politiche nell’ambito della sinistra”.

Evidentemente tutt’altro che oberata di lavoro all’Agenzia delle Entrate la Cernigoi si è dedicata alla (manipolazione della) storia, se vogliamo chiamarla così, in particolare all’argomento delle Foibe: “Operazione foibe a Trieste; “La memoria tradita”; “Operazione foibe tra storia e mito” “L’ombra di Gladio. Le foibe tra mito ed eversione”; “La “foiba di Basovizza” sono i titoli dei suoi discutibilissimi e marginali lavori, pubblicati da sconosciuti editori di area e che nessuno storico di professione ha mai ritenuto seri, utili, attendibili o dotati di un minimo fondamento.

In pratica, come già altri negli anni passati, l’ANPI di Rovigo ci indica come riferimento “scientifico” sul tema delle Foibe il lavoro, improbabile e squalificato, di una militante politica dell’estrema sinistra che, priva di qualsiasi idoneo titolo di studio, viene promossa sul campo “ricercatrice storica”.

Non l’unica, per la verità; la Cernigoi agisce di conserva con un’altra “storica” immaginaria: Alessandra Kersevan, ex insegnante di lettere alle scuole medie, riciclatasi anche lei come autore di saggi negazionisti privi di fondamento storico e respinti dalla comunità scientifica.

Rispetto alla precedente questa almeno è laureata, in filosofia con una tesi sul Partito Comunista Italiano nella Resistenza (il buongiorno si vede dal mattino), e pare che oltre che “storica” (le virgolette sono d’obbligo) sia anche una cantante specializzata in “musica locale popolare, partigiana e di rivolta”.

Un altro nome che in questi giorni ritroveremo spesso, mano a mano che ANPI e similari cercheranno di diffondere il contagio negazionista.

Nel frattempo parrebbe che nemmeno quest’anno la massima carica dello Stato possa presenziare alla cerimonia di Basovizza (la “vergognosa fandonia” dell’ANPI).

Eppure la presenza simbolica del presidente della Repubblica, molto sensibile nei confronti di certe tematiche “umanitarie”, sarebbe essenziale se non indispensabile proprio per far capire da che devono stare i cittadini italiani su una questione del genere.