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       26 giugno 1988. Domenica. L’aereo della TWA che mi sta portando verso gli Stati Uniti è a circa un’ora e mezza dall’aeroporto JFK di New York. E’ la prima volta che vado negli USA e sono innegabilmente incuriosito. Il volo da Roma è stato lungo, ma non lunghissimo e certamente tollerabile.
       Una giovane hostess, non particolarmente carina ma professionale, distribuisce i moduli da compilare per l’immigrazione, specificando che dovranno essere inseriti dentro il passaporto. Sto facendo l’International Visitor Program (IVP) del Dipartimento di Stato USA, ergo so che ci sarà un funzionario incaricato ad aspettarci e che godremo di un canale d’ingresso assolutamente privilegiato, ma non mi pare certo il caso di sottolinearlo all’hostess, per cui mi metto a compilare il modulo con grande attenzione.
       Per tre quarti, il modulo è la solita noiosaggine burocratica, ma il lato divertente arriva nel finale: “E’ mai stato iscritto a un partito comunista?”. Ci rifletto un po’ su, ma mi pare davvero di no…
       Domanda successiva [ricordo a memoria, dunque ci possono essere inevitabili imprecisioni]: “E’ mai stato iscritto a un partito fascista?“. Mi vengono in mente i miei trascorsi nelle organizzazioni giovanili missine, ma giungo a una conclusione assolutamente “costituzionale”: la Carta fondamentale della Repubblica italiana vieta la ricostituzione del partito fascista, ergo come avrei potuto essere iscritto ad un’organizzazione che è assolutamente vietato ricostituire? Sogghigno, comunque, perché – nel caso – ho sempre apprezzato il valore della menzogna, in politica…
       Poi viene il bello: “Ha partecipato o in qualche modo concorso all’Olocausto ebraico?”. Trasecolo e penso: “Idiota di un burocrate estensore di moduli, ma non vedi, dalla data di nascita, che sono nato nel 1950? Come avrei potuto?”
        E poi si tocca il culmine dell’idiozia: “E’ consapevole delle conseguenze che potrebbe avere una sua risposta positiva a tale domanda?” Eccome che ne sono consapevole, al punto che, se anche fossi il Dottor Mengele, risponderei ovviamente di no. Ve lo immaginate un tedesco di una certa età, diciamo che potesse avere 20 anni nel 1945, dunque nato nel 1925, avere 63 anni nel 1988 e recarsi in America per confessare la sua partecipazione all’Olocausto? Che si sarebbe voluto da lui, una sorta di “coming out” ante litteram? Non so se ridere o se piangere, però trasecolo e sogghigno, e mi immagino tutta una serie di situazioni assolutamente folli, quelle che evidentemente i burocrati dei controlli di frontiera non sono riusciti ad immaginarsi, nel loro zelo penosamente normativo. Mi vedo qualche alto funzionario del sistema securitario nazionalsocialista che, in preda a fregola liberatoria, si imbarca su un volo diretto verso gli Stati Uniti e confessa la sua partecipazione all’universo concentrazionario, freudianamente in attesa della inevitabile punizione…
       Conservo un nitido ricordo di quel volo e di quella esperienza, e del fatto che – per gli ottusi burocrati di tutti i Paesi – rispondere con un sì o un no ai loro sciocchi quesiti può decidere o meno delle responsabilità di un singolo. Nessuna norma è mai riuscita a normare la realtà. Se poi è concepita con tanta soave intelligenza, figuriamoci…