Come si sa, dietro alla invasiva e rumorosa retorica resistenziale che ciclicamente invade il dibattito politico, i media e le piazze spesso c’è solo ignoranza, sia in senso etimologico – cioè non la non conoscenza dei fatti – sia in senso proprio, cioè l’essere rozzi e incolti.

Se una volta questa “ignoranza” era indotta da un preciso disegno politico, la necessità per il PCI stalinista del dopoguerra di creare un mito legittimante, avulso dalla vera storia ma sapientemente alimentato da intellettuali militanti, di area o anche solo fiancheggiatori, nella inconsistente sinistra di oggi resta solo l’ignoranza tout court.

Gli irreali “partigiani” dei nostri giorni, esaltati da un antifascismo caricaturale e stereotipato lontano da una sia pur minima conoscenza della storia, e i loro burattinai credono che per glorificare la loro immaginaria resistenza basti cantare Bella Ciao (essa stessa un falso storico, la vera canzone partigiana era Fischia il Vento) e strombazzare vecchi slogan. Lo dimostrano due divertenti episodi.

Poco prima del 25 aprile i Giovani Democratici, cioè i giovani del PD, decidono di celebrare l’imminente fausta ricorrenza pubblicando sulla loro pagina Instagram la foto di un partigiano armato fino ai denti che bacia la fidanzata accompagnata dalla didascalia “Eppure il vento soffia ancora”.

Peccato che il “partigiano” della foto sia invece un milite di una Brigata Nera in perfetta uniforme, camicia nera e berretto col teschio inclusi, in partenza per un rastrellamento. Un abbaglio plateale che chiunque, con un minimo di attenzione e di conoscenza dalla materia, sarebbe stato in grado di evitare. Ma come si sa per certa gente la superficialità, alimentata dall’ignoranza, è la regola.

Ben più serio ed anche più interessante il secondo caso, che nel suo piccolo riunisce, con esito decisamente comico, tutti i più tipici ingredienti della artificiale vulgata resistenziale.Il 18 maggio cadeva l’anniversario della morte del gappista comunista Dante di Nanni, ucciso a Torino nel 1944 dopo un’azione finita male. I comunisti duri e puri del compagno Marco Rizzo decidono di commemorarlo degnamente postando un’immagine dell’epoca che ritrae un uomo attorniato da partigiani e cittadini, secondo loro Dante Di Nanni.

Peccato che quell’uomo non sia affatto il giovane gappista torinese ma nientepopodimeno che Giuseppe Solaro, segretario della federazione fascista di Torino, comandante della Brigata Nera Ather Capelli, fascista rivoluzionario e grande sostenitore della socializzazione delle imprese. In pratica il capo dei Fascismo repubblicano torinese.

La foto lo ritrae, dignitoso e sereno, poco prima di affrontare una morte atroce, minuziosamente documentata da una sequenza di immagini notissime pubblicate centinaia di volte, il che rende particolarmente ridicolo e grossolano l’errore dei compagni comunisti, frutto evidente dell’ignoranza di cui si diceva.

Solaro si era rifiutato di lasciare Torino con il grosso delle forze fasciste, che il 27 aprile avevano sgomberato indisturbate la città, ed era rimasto forse per partecipare all’ultima resistenza dei franchi tiratori.

Catturato il 28 per una delazione, la mattina dopo viene condannato a morte con un finto processo durato pochi minuti e di cui non esiste nessuna traccia scritta. Prima dell’esecuzione, annunciata trionfalmente dalla radio, viene esposto al pubblico ludibrio sul cassone del camion che con un lungo giro lo porta sul luogo dell’esecuzione; la foto utilizzata a sproposito dai compagni del nuovo Partito Comunista documenta per l’appunto uno di questi momenti.

Lo show partigiano arriva al gran finale in Corso Vinzaglio, nel luogo in cui tempo prima erano stati impiccati per rappresaglia 4 partigiani e dove, richiamata dalla radio, si era riunita una grande folla di curiosi.

Solaro cerca di parlare alla gente ma lo riempiono di botte e mezzo intontito viene impiccato ad un ramo che però si spezza; oramai agonizzante viene definitivamente appeso ad un altro ramo, ma non è finita. Il cadavere viene tirato giù dall’albero, attaccato per il collo ad una traversa del camion e portato in processione per la città; in segno di scherno gli infilano una sigaretta in bocca. Il macabro spettacolo si conclude al Ponte Principessa Isabella: il cadavere viene gettato nel Po e contro di esso i partigiani presenti danno vita ad uno squallido tiro al bersaglio.

Per celebrare l’eroismo partigiano i neo comunisti del partitino di Marco Rizzo non potevano fare una gaffe più assurda di questa, ala quale cercano di rimediare precipitosamente ma troppo tardi per riuscire a nasconderla.

Anche la storia di Dante Di Nanni, quello vero, offre spunti interessanti.

L’agiografia partigiana lo ha consegnato alla memoria collettiva con un inverosimile racconto degno di uno scadente B Movie, fedelmente riportato nella enfatica motivazione della medaglia d’oro al valor militare e ripreso acriticamente (altro errore, stavolta non rettificato) anche dai compagni della foto sbagliata:

“[…] Circondata la casa nella quale aveva trovato rifugio, all’intimazione di resa rispondeva con supremo disprezzo aprendo il fuoco ed impegnando battaglia. Per diverse ore sostenne da solo la lotta contro soverchianti forze nemiche uccidendo e ferendo numerosi militi fascisti e tedeschi. Esaurite le munizioni, per non cadere vivo nelle mani del nemico, si affacciava alla finestra e, salutato il popolo che fremente si era raccolto intorno al luogo del combattimento, al grido di “Viva l’Italia” si lanciava nel vuoto con il pugno chiuso suggellando la sua indomabile vita col supremo sacrificio.”

Una scena immortalata anche nella lapide posta dall’ANPI sul luogo del fatto e che concentra in poche righe tutti i canoni della artificiale mitologia partigiana contribuendo ad ispirare molti altri racconti resistenziali.

Le cose, in realtà, sono andate molto diversamente: Di Nanni, ferito dopo un’azione andata male, viene scovato dalla GNR in un covo dei GAP; spara gli ultimi colpi, ferisce quattro militi ma è circondato e non può sfuggire alla cattura. Prova a nascondersi nella tubazione dell’immondizia ma, scoperto, si arrende e viene subito passato per le armi ad appena diciannove anni.

Una fine dignitosa e tutto sommato anche valorosa, date le circostanze, che però al suo comandante, il tristemente noto Giovanni Pesce, alias Comandate Visone, lo spietato sicario che guidava i GAP di Torino e poi di Milano, non basta anche perché deve nascondere gli errori che hanno portato al fallimento dell’azione.

Non basta nemmeno al PCI che nel dopoguerra deve costruire a suo uso e consumo il mito della Resistenza inaugurando la prassi della manipolazione della storia e del suo utilizzo strumentale a fini politici che dura ancora oggi.

Nella narrazione comunista, messa insieme con molta fantasia da Pesce, la tragica fine di Dante Di Nanni diventa quindi un racconto mitologico ed inverosimile, funzionale all’epopea retorica e trionfalistica che si sta fabbricando e per la quale servono martiri ed eroi popolari.

La versione ufficiale resiste per una settantina di anni, fino a quando un ricercatore dell’Istituto Gramsci, Nicola Adduci, nel dicembre 2012 pubblica un lungo articolo basato su documenti originali e testimonianze dirette, che finalmente ricostruisce la vera storia di Dante Di Nanni e, conseguentemente, delle manipolazioni di cui è stata oggetto.

Si scopre così che molti conoscevano da tempo la verità, ma che per decenni nessuno aveva avuto la convenienza o il coraggio di raccontarla.

Alquanto significativo il commento del presidente del locale Istituto Storico della Resistenza: “dal punto di vista storico le cose sono andate così, è confermato. E ciò non toglie nulla alla figura di Di Nanni, né incrina il suo mito. Adduci voleva pubblicare il suo articolo già parecchi anni fa, ma glielo sconsigliai perché all’epoca non era opportuno, non c’erano le condizioni politiche per farlo e si sarebbe rischiato di perdere di vista il quadro generale della lotta di liberazione. Ora è passato del tempo, si possono accettare anche le vicende contraddittorie della Resistenza e mettere in discussione verità che prima sembrano pacifiche”.

Lo conferma anche uno storico serio (qualcuno c’è) di parte resistenziale come Gianni Oliva: “Non è una novità assoluta, si sapeva da anni che Di Nanni era stato ucciso con un colpo alla testa e non si era buttato dalla finestra. La descrizione fatta da Pesce nel suo libro fa parte dell’epica agiografica del periodo, che richiedeva la creazione di martiri della Resistenza.”

Ovvero l’ennesima riprova che da quella parte manipolare pesantemente la storia, anzi riscriverla a proprio uso e consumo, è pratica reiterata ed abituale e che il valore di una certa vulgata retorica ed inverosimile è pari a zero.

Come dice George Orwell in 1984 “chi controlla il passato controlla il futuro”, anche se la maggior parte dei presunti resistenti odierni riesce solo a cantare Bella Ciao.