Non ci è voluto molto perché il neoantifascismo da bava alla bocca rispondesse alla riflessione di Walter Veltroni su Sergio Ramelli. Lo fa da par suo Christian Raimo, squallido e tipico sottoprodotto intellettuale nutrito e pasciuto da quell’impasto velenoso di ignoranza e fanatismo che caratterizza la sottocultura della sinistra più ottusa e retriva.

Insegnante e scrittore, assessore alla cultura del municipio Roma III il personaggio non è nuovo ad esternazioni miserabili, ed è certamente più conosciuto per queste che per le sue trascurabili operette letterarie.

L’ultima volta si era parlato di lui per la lista di proscrizione che, al grido di “l’antifascismo è militante o non è”, aveva compilato e proposto per il Salone del Libro di Torino, dal quale secondo lui avrebbero dovuto essere esclusi alcuni autori in quanto fascisti e razzisti: Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca, Francesco Giubilei e in parte anche Pietrangelo Buttafuoco.

Oggi Raimo si rifà vivo, conquistando un altro quarto d’ora di malsana visibilità, definendo Sergio Ramelli “icona del peggiore neofascismo” ed accusando Veltroni di “lavaggio” e depoliticizzazione della memoria per il taglio non fazioso dell’articolo.

Il suo pensiero è illustrato da un torrenziale intervento sul sito Jacobinitalia.it, quasi illeggibile per l’italiano involuto e i concetti contorti. Un polpettone pseudo intellettuale sotto forma di parafrasi dell’articolo di Veltroni, col quale Raimo mischiando a caso quasi tutti i più banali e ritriti luoghi comuni caricaturali sulla destra vista da sinistra, ne ripercorre a modo suo la storia, dai colonnelli greci a Giorgia Meloni e Casapound, per dimostrare che il ricordo dei caduti è solo una subdola e strumentale manovra (“operazione mitopoietica selettiva e strumentale”) escogitata dal MSI sulla pelle dei ragazzi morti (vengono citati anche Francesco Cecchin e Paolo di Nella e Acca Larenzia) per legittimarsi, manipolare la storia e screditare l’antifascismo.

L’obiettivo è naturalmente giustificare, nemmeno troppo tra le righe, l’accaduto: era tutto logico ed inevitabile perchè “la violenza politica fa parte della militanza” in “un’età trasfigurata dalla militanza anche violenta” nella quale non si deve “dimenticare che c’erano milioni di persone che pensavano di poter trasformare la realtà attraverso una rivoluzione”.

Un guazzabuglio maleodorante di vecchio ciarpame vetero comunista ed estremismo intellettuale da cattivo maestro, linguaggio e concetti che ci riportano a certi proclami e comunicati degli anni di piombo.

Raimo è nato nel 1975, curiosamente poche settimane dopo la morte di Sergio Ramelli, e non ha né visto né conosciuto la violenza politica degli anni ’70, che per lui è solo una specie di passatempo intellettuale, un gioco di società a base di parole tirate come pietre sul “nemico” senza scrupoli e senza giudizio.

La storia è piena di gente come lui, abituata a usare le parole come armi improprie senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, senza mai rischiare niente e restando sempre al sicuro protetti da ambienti politici compiacenti e da circoli intellettuali conniventi ed autoreferenziali.

Per fortuna gli è capitato di vivere in un’epoca in cui le chiavi inglesi sono sparite e a quelli come lui restano solo le parole.