Se a Bergamo la sinistra (nelle sue varie forme) tappa la bocca a storici importanti ma non allineati e minaccia chi mette in scena spettacoli teatrali su temi non graditi come quello delle Foibe, come hanno riferito qui Augusto Grandi e Arrigo Tremaglia, sull’altra sponda dell’Oglio le cose non vanno molto meglio.

I bresciani (di sinistra) non vogliono certo essere da meno degli arcirivali bergamaschi neppure nel campo dell’ignoranza e della faziosità.

Succede così che lo scorso 10 ottobre l’associazione culturale Laboratorio Area 27, gravitante nell’orbita della cultura di destra senza essere affiliata a nessun particolare movimento politico, mette in scena a Salo’, nel cortile del MU.SA., una rappresentazione teatrale ad inviti intitolata “Ignoto Militi” e dedicata alla traslazione del Milite Ignoto (avvenuta nel 1921, precisazione non superflua, come vedremo). Uno spettacolo (anche questo va precisato) prodotto nell’ambito delle celebrazioni del centenario della Grande Guerra con i contributi del relativo comitato ufficiale.

Apriti cielo: tanto è bastato per scatenare le ire del responsabile della locale sezione ANPI, tale Paolo Canipari, il quale non ha esitato a bollare l’iniziativa come “di chiaro orientamento parafascista sebbene camuffata” tanto più “che era prevista la presenza di Ignazio La Russa e Alfredo Mantica” aggiungendo poi che che non si devono “rinverdire con artifici furbeschi stagioni politiche condannate dalla Storia”, espressione che la locale edizione del Corriere ha depurato dalla bolsa retorica traducendola più semplicemente con un bel “si vuol rinverdire la RSI”.

Non è uno scherzo, avete capito bene: uno spettacolo prodotto per celebrare il centenario della Grande Guerra (1915/18) diventa una apologia della RSI (1943/45) solo perché organizzato da una associazione culturale di destra e per la temuta presenza di La Russa e Mantica (in realtà poi nemmeno intervenuti).

Se non avessimo già visto un oscuro burocrate di uno sconosciuto ufficio ministeriale censurare le opinioni del deputato al Parlamento Giorgia Meloni, calpestando alcuni fondamentali principi costituzionali nella quasi generale indifferenza, avremmo pensato ad un colpo di sole o ad una dose anomala di grappa.

Invece nell’Italia di Renzi succede anche questo: una associazione di paese può permettersi di protestare scompostamente e invocare censure perché un deputato in carica, tale per il libero voto popolare, ed un ex senatore vengono invitati ad uno spettacolo teatrale, oltretutto privato.

E non è nemmeno finita qui.

L’appello dell’ANPI alla mobilitazione antifascista viene raccolto (è chiaro che a Salo’ fuori stagione non sanno cosa fare) da altri due  personaggi del luogo.

Uno, un certo Gianpaolo Comini membro, evidentemente lottizzato, del cda del MU.SA. se la prende con il presidente Giordano Bruno Guerri reo di “avere aperto le porte a chi professa orientamenti smaccatamente filofascisti, come è facilmente verificabile su Facebook” aggiungendo poi, a completamento del suo personale e totale distacco dalla realtà, dal buon senso e dal buon gusto, che “se si vuole utilizzare il Musa come cavallo di Troia per certi sdoganamenti politici – vedi quanto sta accadendo a Predappio – è bene che si sappia che le mura della città di Salò sono ben più alte di quelle di Priamo” (niente di meno).

L’altro, il consigliere comunale Giovanni Cicognetti del PD, tuona a sua volta, mobilitando la cittadinanza per il prossimo consiglio comunale, che “è bene che si sappia che Salò non è né sarà terra di conquista e riconquista da parte di nessuno”.

Chiude questa ridicola rassegna di reazioni fuori luogo colui che l’aveva aperta, ovvero il presidente della sezione ANPI, il quale, rincarando la dose, se la prende con il museo colpevole, a suo avviso, di essersi “già distinto negativamente per i pulsanti che propongono due versioni sulla Rsi, come se possa esserci una versione diversa da quella che ha condannato senza se e senza ma il fascismo” invocando come al solito la censura politica della storia.

Questi i fatti che, di per se’, non andrebbero oltre la ridicola farsa di paese se non fosse per la sgradevole analogia con altri e ben più drammatici contesti, quelli nei quali si urlava che “i fascisti non devono parlare” e se parlavano venivano presi a sprangate in testa.

Non che le reazioni alla scomposta isteria antifascista siano state particolarmente dignitose e significative.

Il sindaco di Salò Giampiero Cipani (lista civica), che pure in passato aveva promosso la valorizzazione, a scopo turistico, delle residue testimonianze della RSI, attaccato dall’opposizione PD si è difeso fingendo di cadere dal pero (non so niente, non c’ero se c’ero dormivo) negando persino di avere ricevuto l’invito per lo spettacolo, in realtà consegnato personalmente da Gianluca Bonazzi di Sannicandro, presidente di Laboratorio Area 27, alla sua segreteria in comune.

Giordano Bruno Guerri invece, presidente del MU.SA., nel declinare ogni responsabilità (ma per cosa?) ha dichiarato, a scanso di equivoci,  “amo i partigiani e la Resistenza, prova ne sia che invito l’Anpi a proporre a sua volta iniziative culturali al Musa”.

Certo è che dalle parti di Brescia la Grande Guerra produce strani effetti sulla sinistra locale.

E’ di qualche mese fa il comunicato, retorico e superficiale, con il quale segretario provinciale del PD, tale Michele Orlando, protestava contro la ricollocazione al Liceo Calini della lapide che riproduce il bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918.

La lapide era stata rimossa nel 1945 a causa di due fasci littori che ne ornano la cornice assieme agli stemmi di Trento, Trieste e delle altre città liberate.

Ritrovata di recente in uno scantinato è stata restaurata e giustamente ricollocata al suo posto provocando, ovviamente, le rituali proteste dell’ANPI alle quali ha poi dato manforte il suddetto esponente del PD, secondo il quale rimettendo al suo posto il comunicato del generale Armando Diaz “si assume, non so quanto inconsapevolmente, un atteggiamento revisionista e di riabilitazione del regime fascista che non può essere condiviso” essendo la lapide che lo riproduce “infarcita (sic) di fasci littori (2 ndr) dall’indubbio significato”.

Sarebbe ovviamente inutile obiettare che il bollettino della Vittoria venne scritto quattro anni prima della marcia su Roma, che simboleggia un momento fondamentale della storia dell’Italia e di tutti gli italiani e che i due piccoli fasci littori che tanto urtano la sua sensibilità “democratica” sono solo la testimonianza di un’epoca storica che non si può cancellare né ignorare.

Fortunatamente il maldestro appello del locale burocrate del partito è caduto nel vuoto e la lapide è rimasta al suo posto, almeno sino ad ora.

Purtroppo questa è l’atmosfera “democratica” nell’operosa città di Brescia amministrata da PD, SEL e compagni; una città nella quale, come già ricordato tempo fa su queste pagine, da 70 anni una statua unica nel suo genere, il colosso di Arturo Dazzi detto “Bigio”, marcisce in un deposito comunale perché una micidiale miscela di ignoranza, faziosità e prevaricazione ne impedisce la ricollocazione nella sua sede naturale, Piazza Vittoria, menomando e deturpando assurdamente uno dei più importanti esempi del razionalismo novecentista italiano.