“L’errore e’ stato di non fare a pezzi quell’orribile statua del Dazzi. Avrebbero risolto il problema alla radice. Quando uccisero Benito i partigiani sapevano esattamente che se lo avessero lasciato in vita sarebbe successo il finimondo. E cosi’ provvidero a sistemare le cose Lo stesso non fu fatto per Dazzi/Bigio. Un errore.”

Non è, come potrebbe sembrare, la dichiarazione di un militante dei centri sociali e neppure quella del solito fanatico dell’ANPI. E’ invece il sorprendente contributo del presidente della Fondazione Brescia Musei Massimo Minini, gallerista di fama internazionale, grande esperto di arte e uomo di profonda cultura, all’annosa (e penosa) questione del destino della statua di Arturo Dazzi, che i bresciani chiamano da sempre Bigio, rimossa nel 1945 da Piazza Vittoria e da allora giacente in un deposito comunale.

Una polemica riesplosa fragorosamente in questi giorni proprio grazie alla scelta dello stesso Minini, provocatoria e inopportuna ma condivisa e avallata dal sindaco Del Bono, di occupare il basamento predisposto dalla precedente giunta di centro destra per il ricollocamento del Bigio con un’opera di arte contemporanea di Mimmo Paladino, nell’ambito della eccezionale mostra diffusa (peraltro grande ed indiscutibile merito di Minini) che ha portato in città più di 70 opere del maestro.

Una scelta che molti cittadini non hanno apprezzato (il nuovo arrivato in piazza Vittoria è già stato battezzato “Belfagor”, vedi foto) provocando così la scomposta reazione del presidente di Brescia Musei. Dimostrando, una volta di più, come il settarismo ideologico e la mentalità faziosa di una certa sinistra siano in grado di avvelenare qualsiasi discussione e qualsiasi situazione fino a deformare completamente la percezione e il giudizio persino di persone serie e di valore come Massimo Minini.

Solo così si può spiegare l’inaccettabile presa di posizione di cui sopra con la annessa pretesa di imporre il proprio giudizio estetico (“quell’orribile statua del Dazzi”), per di più alterato da un banale pregiudizio politico, quale criterio di valutazione di un’opera d’arte considerata, sbagliando, solo un simbolo politico da distruggere, come si usa attualmente in contrade molto meno civili della Leonessa.

Atteggiamento che sarebbe comprensibile (mai giustificabile) in un facinoroso dei centri sociali o in un fanatico della sinistra più estremista ma non certo in una persona esperta ed appassionata di arte, che non può certo ignorare il valore dell’arte monumentale razionalista/novecentista, la rilevanza del dibattito culturale protrattosi per tutti gli anni ’30 del ‘900 con la partecipazione dei più importanti architetti ed artisti del tempo, italiani e non solo, e la posizione di rilevo della piazza bresciana in quel contesto.

“Il periodo tra le due guerre nel nostro Paese è in assoluto il capitolo dell’architettura contemporanea più studiato nelle principali università del mondo” aveva dichiarato Giorgio Muratore, professore di Storia dell’Architettura Contemporanea alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma, recentemente scomparso, al Corriere della Sera nel 2015, mentre sull’argomento, così come sull’arte del periodo, in effetti, si moltiplicano in tutto il mondo pubblicazioni, saggi, studi e mostre.

E’ assurdo che la sinistra bresciana insista ad ignorare tutto ciò e preferisca continuare ad alimentare in tutti i modi una polemica futile e provinciale diretta a perpetuare un atto di ottusa censura politica contro una statua, unica nel suo genere, colpevole solo di essere stata ribattezzata ad un certo punto della sua vita col nome di “Era Fascista” (originariamente era dedicata “alla Gioventù d’Italia”) e per questo considerata meritevole solo di essere eliminata.

Un atteggiamento rozzo e bigotto (qualche invasato arriva persino ad accusare di connivenza con la strage di pazza Loggia chi sostiene il ritorno del Bigio in Piazza Vittoria) che pone Brescia in una assurda posizione di retroguardia, visto che nel resto d’Italia da anni le opere d’arte del Ventennio vengono recuperate, restaurate e valorizzate senza problemi, emblemi politici (che oramai sono solo storia) compresi.

Ultimo esempio, ex multis, il restauro del grande affresco “L’Italia fra le Arti e le Scienze”, realizzato nel 1935 da Mario Sironi, che rimuovendo la maldestra censura del dopoguerra sta riportando finalmente alla luce l’opera originale, caratterizzata da una fortissima simbologia fascista.

Fatti che sfuggono anche al sindaco Emilio Del Bono (nella cui maggioranza sono in molti a pensarla come Minini e ad auspicare la distruzione del povero Bigio) che come sempre in casi del genere è rimasto silente e defilato limitandosi, verosimilmente, a far cancellare i post incriminati.

A parole il primo cittadino vorrebbe “costruire un percorso con la città” “senza alcun pregiudizio” affrontando l’argomento Bigio con “profondità non tifosa”.

Ma sono solo parole di circostanza contraddette dai fatti.

Quando si tratta di entrare nel merito, Del Bono dimostra in realtà una conoscenza approssimativa e superficiale dell’argomento ricadendo nella più banale narrazione in voga a sinistra.

Ripropone, ad esempio, una delle tante grossolane leggende metropolitane in circolazione, secondo la quale la piazza sarebbe stata concepita da Piacentini senza la statua che sarebbe stata poi imposta direttamente da Mussolini, una sciocchezza smentita da decine di atti e documenti, e si domanda, ignorando evidentemente ciò che avviene nel mondo oltre il casello di Brescia Ovest, “perché nessuna città in Europa ha mai ricollocato una statua rimossa dopo il nazifascismo?”.

Domanda che ha poco senso: senza scomodare l’Europa ed il discutibile (almeno secondo Renzo de Felice) concetto di “nazifascismo”, la risposta è semplicissima e sotto gli occhi di tutti, basta solo guardare a Roma, Milano, Genova, Padova, Latina e nelle molte altre città italiane dove quello che secondo Del Bono in Europa non è mai successo è invece già successo decine di volte e continua a succedere senza che nessuno abbia mai sollevato, come si è detto, i pretestuosi problemi bresciani.

D’altra parte la stele di Palladino, o Belfagor che dir si voglia, sul basamento del Bigio non ci è arrivata per caso.

Nel 2014 il Comune aveva richiesto un parere non vincolante ad una commissione di 5 “saggi” presieduta proprio da Massimo Minini.

La commissione, saltando a piè pari qualsiasi approfondimento e considerazione sul valore ed il contesto storico, artistico e culturale di piazza e statua, si era limitata ad escludere il ritorno dell’opera di Dazzi al suo posto suggerendo la soluzione di “una scultura moderna, alternativa, da mettere in piazza Vittoria […] deve essere fatta da uno scultore importante; essere fabbricata a Brescia per avere un legame con la città più forte; essere finanziata da un privato o da un ente; rimanere di proprietà dell’artista, salvo donazioni; essere una scultura figurativa”.

Guarda caso è praticamente l’identikit della stele di Paladino oltre che il paradigma del background artistico di Minini.

Il quale (come ha riferito lui stesso) ha commissionato a Mimmo Paladino prima di tutto quest’opera, che resterà a disposizione della città per 20 anni, costruendo successivamente col maestro e con finanziamenti privati l’eccezionale evento della mostra diffusa Ouverture (un merito che gli va incondizionatamente riconosciuto indipendentemente dai più che discutibili atteggiamenti che la stanno accompagnando).

Sorge quindi spontanea una domanda: che ne sarà della stele nera quando finirà Ouverture? Minini e il sindaco si limitano a ribadire che l’opera è lì provvisoriamente solo per la durata della mostra, bollando come “polverone” e “chiacchiere inutili” ogni altra ipotesi, anche perché la Sovrintendenza si è sempre pronunciata a favore del Bigio e ha autorizzato solo temporaneamente la collocazione del suo sostituto.

Non si sa ancora, però, o non si dice che ne sarà dell’opera per i successivi 19 anni e rotti che trascorrerà a Brescia, limitandosi a parlare genericamente di un’altra sistemazione.

Come insegna Hercule Poirot troppe coincidenza diventano indizi e qui di coincidenze ce ne sono parecchie; poi si sa che a pensare male si fa peccato ma raramente si sbaglia.

L’ipotesi che l’obiettivo fosse creare uno stato di fatto che inducesse alla indolore sostituzione, magari a furor di popolo, dell’”orribile statua” con la sua alternativa contemporanea non sembrerebbe del tutto campata per aria, anche se per ora il popolo non sembra avere reagito come previsto e anche questo può forse spiegare certe reazioni fuori dalle righe (“le pietre preziose davanti ai porci?” si è chiesto Minini commentando il dissenso dei cittadini).

Se ne riparlerà a gennaio.

Quello che è certo è che dopo 72 anni di prigionia l’ennesima battaglia del Bigio è solo all’inizio.