Ancora una volta il noto segugio antifascista Paolo Berizzi piazza un colpo da maestro che surclassa definitivamente quello del Watergate.

Grazie a Berizzi la storia del giornalismo mondiale è a una svolta: di fronte ad un colosso della libera informazione come Repubblica il Washington Post sembra oggi un modesto foglio di provincia e la coppia Bob Woodward-Carl Bernstein due dilettanti. Il direttore del Post Benjamin Bradlee in confronto a Mario Calabresi è un principiante e il suo editore Mrs Graham scompare di fronte ad un gigante come Carlo De Benedetti.

Non pago degli straordinari successi giornalistici già al suo attivo, come la clamorosa scoperta di una spiaggia “fascista” a Chioggia, immediatamente attenzionata da prefetti, questori e forze dell’ordine (inutilmente, ma questo è un dettaglio) e dopo la epocale inchiesta di poche settimane fa sui bottiglioni con la faccia del Duce, il nostro eroe, con grande abnegazione e supremo sprezzo del ridicolo, è riuscito a scovare un altro grave pericolo per l’ordine repubblicano e per la democrazia nata dalla resistenza.

Stavolta in Sicilia a San Vito Lo Capo, provincia di Trapani, dove il male assoluto è rappresentato dal ristorante “Alfredo” nel quale alla fine del pranzo “con la ricevuta arriva il biglietto da visita: l’ immagine di Benito Mussolini, divisa e elmetto, accanto alla spiaggia bianca e al mare cristallino”, come ci racconta l’indomito maestro del giornalismo antifascista.

Dev’essere effettivamente un posto poco raccomandabile, vista “l’esibizione di busti e immagini di Mussolini” con il duce che troneggia su altarini e fotografie appese alle pareti”.

C’era addirittura un busto di marmo fuori dalla porta, poi rimosso per evitare problemi.

“In famiglia abbiamo tutti le stesse idee, ma ormai non si capisce più che cos’è la destra e cos’è la sinistra. Pensi che alle ultime elezioni io ho votato M5S. Dopo Giorgio Almirante di politici seri non ce ne sono più”, dice il figlio del titolare condensando in poche parole una lezione politica che molti detriti destristi e quasi tutti gli immaginari rifondatori della destra politica faticano a comprendere.

Di fronte ad una tale impudenza, possiamo solo augurarci che alla giusta e sacrosanta denuncia del prode Berizzi segua – immancabile e durissima – la repressione dello Stato, che dovrà provvedere a fronteggiare (come già a Chioggia) questa inaudita sfida alla democrazia magari indicando a poliziotti, investigatori, carabinieri, questori, prefetti la vera priorità in una zona ad altissima densità mafiosa: dare la caccia ai famigerati cimeli del Duce, altro che mafia.

Detto questo, confesso tutta la mia invidia: essere pagati per girare l’Italia dall’Alpi a Sicilia alla ricerca di bottiglioni e cimeli del Duce in spiagge e ristoranti alla moda è proprio un bel mestiere, non si può certo dire che Paolo Berizzi non sappia vivere.

E quante opportunità: a furia di girovagare e scoprire pericoli fascisti tra carbonare e bottiglie di vino potrebbe scrivere una Guida Antifascista dei Ristoranti Italiani, tipo Michelin ma con i fasci littori al posto delle stelle e le aquile romane al posto delle forchette, a seconda del grado di Fascismo del luogo. Oppure imitare Guido Piovene e raccontare in un libro (genere fantasy in questo caso) il suo personalissimo viaggio antifascista nell’Italia nera degli accendini e dei portachiavi.

Attendiamo con ansia la prossima puntata della saga del prode Berizzi. Nel frattempo lo ringraziamo per la dritta: un salto da Alfredo a San Vito lo capo ce lo faremo di sicuro.