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Un teatrino dell’assurdo, rigorosamente made in Italy. Paolo Di Canio, l’ex calciatore (tra le altre) di Lazio, Milan, Napoli, Juventus e West Ham, è stato mandato via dalla piattaforma satellitare più famosa in Italia e con i tentacoli ben radicati nei principali paesi europei. Conduceva, e con discreto successo, un magazine sul calcio inglese, dove si era contraddistinto per competenza, passione e simbiosi con il pubblico. Un fascista anomalo, quasi “umano”.

La colpa, gravissima, quasi da condanna al patibolo, è quella di sempre. In un paese perennemente in bilico sul cornicione del conformismo cattolico e del moralismo bigotto, dichiarare apertamente e senza remore le proprie idee politiche viene considerato un oltraggio. Soprattutto se non si è schierati dalla parte giusta, quella investita dalle benedizioni “democratiche” e “divine”.

Chi fosse Paolo Di Canio, però, lo sapevano persino a Sky sport. E se il vistoso tatuaggio sul bicipite destro recante la scritta “Dux” è stato il casus belli dell’intera vicenda, restano misteriose le tempistiche della decisione. Il Di Canio “fascista” di oggi è quello “fascista” di ieri. Quello che, dopo un derby vinto, esulta sotto i suoi tifosi con un saluto romano. Quello che, da novello allenatore nella “Perfida Albione”, non rinnega le sue origini, ma prova a sviscerarle ad un pubblico ostile, il più delle volte prevenuto e fermo a nozioni scolastiche inficiate dal corso della storia.

Un’icona sportiva che non si è mai piegata al compromesso, alla banalità delle frasi fatte. Paolo Di Canio ha diviso – ancor prima che sul piano ideologico – su quello sociale e sociologico. Da una parte, infatti, si sono schierati antifascisti d’epoca, bacchettoni e parrucconi orfani della balena bianca, “webeti” del terzo millennio e residuati bellici di associazioni fantasma.

A suo favore, invece, si sono alzate voci inaspettate. Tra tutte, quella di Andrea Scanzi. Antifascista puro, penna brillante e uomo dotato di un sarcasmo fuori dalla norma. “Di Canio si è dimenticato di mettere la giacca, non è un problema di ideologia ma di cravatta. Welcome to Italy” – ha rimarcato con corrosività e pungente ironia il noto giornalista de “Il Fatto Quotidiano”.

Essere, non apparire. E chi ne ha fatto uno stile di vita, seppure in un contesto ostile, non farà un passo indietro. Forse due avanti, testa alta e petto in fuori. In fondo – raccontano – sarebbe bastato indossare una camicia.