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In un mondo dominato dalle finzioni e dalle manipolazioni del politicamente corretto, l’unico surrogato di idea rimasta ad una sinistra culturalmente allo sbando, è logico che ipocrisia e dioppiopesismo la facciano da padrone. Prendiamo, ad esempio, l’episodio apparentemente minore accaduto a Brescia qualche settimana fa.

Un gruppo di ragazzi di Gioventù Nazionale/Fratelli d’Italia manifesta contro le unioni civili e, come da prassi, viene tacciato di “omofobia”, tra gli altri, dal vicesindaco della giunta di sinistra Laura Castelletti.

I ragazzi rispondono a tono con uno striscione che recita “Omofobi ci etichetti, Castelletti ora dimettiti”.

La cosa non va giù ad un dipendente comunale, tale Armando Pederzoli, il quale nella sua pagina Facebook (ennesimo caso di incontinenza molesta da social) non trova di meglio che commentare con le seguenti intelligenti parole: “sono orribili, bisognerebbe metterli a Bergen Belsen” [Ndr: campo di sterminio dove sono morte 50.000 persone tra le quali Anna Frank].

Già il fatto che un dipendente pubblico manifesti apertamente giudizi offensivi su di una pacifica manifestazione del pensiero altrui è alquanto bizzarro.

In un paese serio un atto certamente contrario ai doveri d’ufficio come questo avrebbe come conseguenza certa quanto meno provvedimenti disciplinari se non peggio, visto il concetto evocato.

Non basta: il vicesindaco Castelletti, cui fa capo l’ufficio dove è impiegato il Pederzoli, evidentemente anche lei in preda a frenesia da post, non trova di meglio che approvare con un bel like.

Apriti cielo, ovviamente: l’opposizione attacca e il vicesindaco deve convocare una conferenza stampa chiarificatrice.

E qui viene il bello.

Invece di scusarsi e magari annunciare provvedimenti adeguati contro l’incauto (eufemismo per carità di Patria) burocrate comunale che ha messo in serio imbarazzo il pubblico datore di lavoro che gli paga lo stipendio (anche con i soldi di quelli che vorrebbe spedire in un campo di concentramento) la Castelletti non solo non fa ammenda ma addirittura attacca.

Previa rituale e solenne professione di antifascismo (“non si può dire lo stesso nei confronti di tutti coloro che mi criticano” come dire, quindi, che questi, non essendo antifascisti patentati, hanno meno diritto di lei di parlare, ammesso che ne abbiano) la signora vicesindaco si esibisce in una spericolata e fantasiosa esegesi delle parole del Pederzoli, in realtà più simile ad una disperata arrampicata sugli specchi, spiegando che il like incriminato è stato, naturalmente, strumentalizzato e che per lei con “metterli a Bergen Belsen” deve intendersi non certo la volontà di “internare” quei ragazzi di destra ma solo mandarli in un viaggio educativo per far loro comprendere gli orrori del nazismo.

“Come ho mandato mia figlia di 17 anni in gita educativa con il treno della Memoria nei campi di concentramento allo stesso modo ci manderei quei quattro ragazzini che hanno sventolato lo striscione”.

A parte la ridicola spiegazione cha fa a pugni con la logica e con la lingua italiana (oltre che con l’intelligenza di chi ha letto o ha ascoltato) il vicesindaco di Brescia dovrebbe spiegare perché un gruppo di ragazzi che manifesta liberamente e pacificamente il suo pensiero (l’art. 3 della costituzione sarebbe ancora in vigore, almeno per il momento) debba essere mandato in “gita educativa” a conoscere gli orrori del nazismo solo perché la pensa diversamente da lei e da un suo impiegato.

In altre parole: chi a Brescia non è d’accordo con le unioni civili è per forza “omofobo” e deve essere rieducato finchè non la pensa come vuole il vicesindaco?

Ovviamente possiamo solo immaginare cosa sarebbe successo a parti invertite se, cioè, i ragazzi di FDI avessero proposto lo stesso programma di “gita educativa” a qualche illuminato esponente della sinistra.

Nonostante l’incalzare dell’opposizione, non ci sono state invece reazioni, oltre all’edificante esibizione sopra descritta, da parte della maggioranza in Loggia, men che meno da parte del sindaco Emilio Del Bono, insolitamente silente, che pure qualcosa da dire in un caso del genere dovrebbe averla, se non altro per dovere d’ufficio.

E’ stato anche presentato un esposto al Prefetto, si vedrà con quali esiti.

D’altra parte che la presunta superiorità etica delle proprie convinzioni autorizzi qualsiasi degradazione di quelle degli altri è una vecchia abitudine, purtroppo ben nota, della sinistra (come quella della “rieducazione”, un concetto storicamente molto amato e da essa praticato in varie e ben note forme) e non certo un’invenzione del vicesindaco Castelletti, che si limita ad adeguarsi pedissequamente alla prassi senza porsi troppe domande e senza preoccuparsi troppo del significato delle parole.