Piccola premessa: Che cosa inutilmente speravamo nelle ultime ore, in attesa del risultato del voto della Federcalcio. Speranze al vento…

Ci sentiamo in obbligo ad intervenire sulla vexata quaestio dell’elezione di tale Carlo Tavecchio al seggio più elevato della Federcalcio. L’obbligo deriva da un semplice particolare: cioè dal non essere minimamente competenti delle cose del calcio. Chi scrive, l’unica cosa che sa di quel mondo dorato è che il pallone è rotondo. E spesso bicolore: bianco e nero. Il resto appartiene ad un mondo ectoplasmatico che mai abbiamo visitato, tantomeno abbiamo desiderato di farlo. Come dicevamo, lo sentiamo come obbligo perché la vicenda ormai non ha più i contorni della questione calcistica, ma quelli di una questione mista tra il sociale e lo psichiatrico.

Stanno tentando di far fuori questo Tavecchio, approfittando di una sua battuta sui calciatori extracomunitari, forse africani, definiti mangiatori di banane. Che sotto, sotto, tutto questo sia una scusa adottata da quel mondo di accoltellatori ed accoltellati, non abbiamo dubbi. Che tutti quelli che si stracciano le vesti in difesa dei cosiddetti più deboli, magari scuri di pelle ma con Ferrari ultimo modello, se ne freghino del colore della pelle, fosse pure a pois, abbiamo ancor meno dubbi.

Ma che una bella porzione della stampa e dell’opinione pubblica italiana vada dietro a questa nazional-pagliacciata veramente ci disgusta. Questo paese di sepolcri imbiancati proprio non ha memoria, non si ricorda che le cosiddette “faccette nere”, cioè i cittadini delle nostre colonie, in buona parte acquisirono la cittadinanza italiana e furono gratificati non il despotismo tipicamente anglosassone, ma con una serie di opere pubbliche e di interventi sociali che ancora oggi adottano. La storia questo lo sa, ma gli utili idioti che seguono l’onda dell’antirazzismo di maniera no. L’antirazzismo, infatti, deve essere una cosa seria, e serve solo se il razzismo c’è. Come ci fu nel colonialismo razzista e becero di stampo inglese. E si spinse ben oltre la fine della seconda guerra mondiale. Ammesso che oggi sia davvero sparito!

La facciano finita, una volta per tutte, di scomodare temi etici e questioni strappacore per colpevolizzare chi semplicemente si vuole trombare. Al solo fine di consentire a questi ipocriti di posizionare le loro nobili terga sulla poltrona appena sfilata al fesso di turno.

Però, questo Tavecchio ci sembra davvero un frescone. Possibile che uno che pretende di occupare una poltrona importante (e di potere) non si sia reso conto di chi ha intorno? Non si sia reso conto che qualunque sua uscita, felice o infelice che fosse, in questo momento sarebbe servita solamente per sfilargli il posto. Possibile che questo tizio, con la sua veneranda età, non si ricordi che in questo paese dove oggi pronunciare la parola negro fa rischiare la galera, pochi decenni fa ballava e impazziva quando suonavano una canzone di gran moda. I Watussi. Quella che nel testo (con simpatia) parla di un “popolo di negri”.

I tempi e le mode sono cambiati, e chi occupa posti di pubblico rilievo si deve adattare. Come deve adattare le prorie uscite, comprese quelle che non contengono malizia.

Quindi, se verrà, non ci spezzerà certamente il cuore la trombatura di Tavecchio. E tantomeno ci spezzerà il cuore, anzi ne nutriamo la speranza, che insieme a lui vengano trombati – dalla società civile – tutti quelli del suo giro. Gli ipocriti, quelli che si scandalizzano per l’utilizzo infelice di una parola o di una battuta, ma che sono sempre pronti a ritirare la mano quando c’è bisogno di dare degli aiuti concreti. Di questa gente l’Italia ne è, purtroppo, piena.

Ma l’altra parte dell’Italia, quella che ragiona, non segue le mode e sa che cosa è il vero rispetto delle persone, ne è arcistufa.