Sta tenendo banco l’ennesima querelle scatenata da Mario Balotelli, centravanti che sin dagli esordi ha sprecato il suo talento calcistico, preferendo farsi notare per le bizze: finito così in forza al Brescia (nulla di male, ci concluse la carriera niente meno che Roberto Baggio, ma dopo aver vinto di tutto un po’; mentre questa parentesi in provincia conferma che Marione è una promessa mancata), è stato sbeffeggiato da 20 tifosi dell’Hellas Verona, si è ritenuto in diritto di accusare di razzismo tutta la città scaligera, che sì, ha una tifoseria nota per gli atteggiamenti feroci; ma ha oltre 250mila abitanti e una tradizione culturale di prim’ordine.

Il politicamente corretto permette quindi che un professionista che non ha mai fatto il suo dovere, per negare di essere il solo responsabile dei propri strapagati fallimenti, si schermi accusando di razzismo non solo chi paga il biglietto dello stadio e quindi il suo stipendio, ma tutta una città. Si potrebbe dire: pazienza. Dall’alto della loro tradizione, i veronesi possono farsi una ragione dei capricci d’un campione mancato.

Ma non è tutto qui: tralasciando quanto la dica lunga, sullo stato di salute del “maschio occidentale”, che un marcantonio carico di privilegi non riesca a reggere i versacci di qualche tifoso annoiato; il calcio fornisce più esempi di quanto la dittatura del politicamente corretto stia attanagliando ogni aspetto della società attuale.

Torniamo indietro di qualche settimana: nel Manchester City giocano due amici fraterni, Bernardo Silva che è un centrocampista portoghese, e Benjamin Mendy che è un difensore francese d’origini senegalesi. Si sono incontrati nella stagione 2016/17 al Monaco, nel campionato francese; e nella successiva si sono trasferiti assieme nella Premiere League, al Manchester City. Due amiconi, di quelli che si dicono tutto, e si scambiano scherzi e battute anche pesanti.

Succede che in una partita contro il Watford (la società che ebbe per presidente Elton John), Silva si scateni e partecipi con tre reti al devastante 8-0 finale. Galvanizzato dalla tripletta (impresa eccezionale, per chi di ruolo fa l’ala), Silva scopre i dolcetti Conguitos: arachidi coperte di cioccolato, reclamizzate decenni fa da un “negretto”, disegnato dallo spagnolo Férez in riferimento all’origine congolese del cacao utilizzato. Silva ride, perché il pupazzetto gli ricorda Mendy; allora posta su Twitter una foto dell’amico ancora bambino assieme al “conguito”, chiedendo: “Guess who?”, indovinate chi mi ricorda?

Non sarebbe nulla di tragico – in un mondo retto non diciamo dalla perfezione, ma almeno dal buonsenso. Mendy, memore anche di quanto l’amico gli sia stato vicino nel brutto periodo dell’infortunio, ci ha riso su.

Non il sacrosanto popolo del web, i minorati che pensano di cambiare il mondo con i commenti sui social network (e mai occupandosi di questioni e/o personaggi seri, e sempre dalla parte del pensiero unico), che hanno ricoperto di ingiurie l’ala del City: ma come si permette? A nulla sono servite le difese della società, dell’allenatore Guardiola, dei compagni che da mesi assistono al fortissimo legame tra i due, dei tifosi: gli attacchi dei gendarmi sempre connessi ai social network e raramente al mondo reale hanno sentenziato che il calciatore doveva chiedere scusa per uno scherzo che non ha offeso la sua “vittima”, ma ha mandato su tutte le furie sfaccendati totalmente estranei alla vicenda.

Bernardo Silva ha così dovuto fare penitenza in pubblico, chiedendo scusa a chiunque sia rimasto destabilizzato dalla sua burla; si è però permesso un tweet recriminatorio: “can’t even joke with a friend these days…”, non si può nemmeno scherzare, di questi giorni… No, caro Bernardo, non puoi: lo ha stabilito il Ministero dell’Amore!