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Se Rosi Bindi è semplicemente una “infame” tanto che si dovrebbe “ucciderla”, perché colpevole di “atti di delinquenza politica” (ovvero averlo indicato come impresentabile alla vigilia delle elezioni regionali), come ci si può meravigliare dell’elogio della “clientela organizzata” che il governatore della Campania Vincenzo De Luca ha riservato al primo cittadino di Agropoli Franco Alfieri (Pd)?

Le recenti sortite del governatore campano hanno ormai chiuso il cerchio: distinguere Vincenzo De Luca dall’imitazione che ne fa Maurizio Crozza è impossibile. Ma questa “fusione” meraviglia solo chi di Vincenzo De Luca ha una conoscenza superficiale: almeno da un ventennio il sindaco di Salerno (ruolo che in pratica De Luca ricopre tuttora, considerato che l’attuale primo cittadino continua a comportarsi da vice e che in città non si muove foglia che Enzo non voglia) nonché governatore della Campania è –politicamente parlando- un impasto (riuscito) di spregiudicatezza politico-amministrativa ed aggressività verbale. Il tutto accompagnato da toni retorici –frutto di una solida preparazione culturale- che ben avrebbero figurato sulle colonne della Pravda.

Da sempre gli avversarsi del momento sono “pinguini”, “cafoni”, “ominicchi”, “cialtroni” e via elencando, mentre della “disinvoltura” deluchiana sono prova evidente non solo la ventennale gestione dell’amministrazione salernitana –troppo lungo raccontarlo qui a chi non conosce la realtà cittadina- quanto i rapidi cambi di campo all’interno del Pd. Un esempio su tutti: la decisione di scaricare Bersani per Renzi in vista del congresso Pd. Eppure De Luca di Bersani è stato uno dei più forti sostenitori, con tanto di mobilitazione delle truppe cammellate in occasione di comizi, manifestazioni di piazza e congressi di partito. Oggi, addirittura, Bersani viene additato quale esempio di scarsa capacità politica –per dir così- da De Luca.

L’occasione è l’ormai famosa riunione con i trecento sindaci campani a Napoli, appuntamento in cui il governatore ordina la mobilitazione totale per far vincere il Sì al referendum, pur ammettendo che della riforma costituzionale a lui non interessa poi granché. “In campagna elettorale -dice il governatore campano nel corso della riunione- non bisogna fare i conti altrimenti regaliamo il Sud ai Cinque Stelle. Mi ricordo un’altra campagna elettorale. Invitai Bersani. Già è complicato fare una manifestazione con Bersani. Gli dissi: ‘Bersà stamm a sentere, non ci presentiamo parlando di crisi, cassintegrati, non deprimiamoli, sono imprenditori, piuttosto fai queste promesse: abolizione del ticket sanitario e pagamento immediato dei debiti della Pubblica amministrazione’. Lui mi rispose: ‘Ma i conti?’. Sapete come finì? Propose di abbassare l’uso del contante da mille euro a 500. Poi vi meravigliate se l’hanno fatto nuovo nuovo. Ma vaffanculo Bersà”.

E sempre nel medesimo contesto c’è un altro passaggio interessante, l’incipit dell’intervento di De Luca, che suona così: “Vi piace Renzi, non vi piace: poi a me non me ne fotte proprio niente”. Ovvero anche il premier, con cui il governatore vanta un solido rapporto, diventerebbe tutto sommato sacrificabile nel momento in cui non dovesse più garantire i flussi di denaro che attualmente convoglia verso la Campania.

Quanto al linguaggio forbito, anche qui nessuna novità: tra gli addetti ai lavori sono celebri i resoconti confidenziali delle riunioni di maggioranza al Comune di Salerno: Beata Vergine e Santi sarebbero stati “invocati” spesso dal grande capo, naturalmente fuori dai canoni tradizionali della liturgia.

L’unica vera novità, per chi segue da tempo Vincenzo De Luca, è la “tribuna” da cui ora il governatore si rivolge alla folla. Se fino a qualche tempo fa erano solo –salvo qualche comparsata nazionale- televisioni locali e conferenze stampa a dimensione cittadina il pulpito da cui diffondere il “verbo”, oggi la ribalta è nazionale. L’unico a non essersene reso conto sembra essere, paradossalmente, proprio De Luca: il suo atteggiamento sembra essere rimasto quello usato nel tradizionale appuntamento televisivo del venerdì su un’emittente salernitana. Qui il leader del Pd (sigla che sta per Partito Deluchiano, non certo Partito Democratico) pontifica su tutti i temi dello scibile umano, senza alcuna interlocuzione reale con il giornalista, ridotto ad asta reggi microfono.

Ecco, De Luca sembra non cogliere la differenza tra un’emittente locale –schierata acriticamente da anni al suo fianco, come buona parte dell’informazione salernitana- ed una rete nazionale. E lo testimonia lo “stile” con cui ha provato a “gestire” il caso Bindi esploso a Matrix: il tentativo di scaricare sui giornalisti la responsabilità delle sue dichiarazioni –un agguato giornalistico, secondo il governatore campano- si è scontrato con una fermezza del conduttore e della redazione praticamente ignote a livello salernitano e campano per De Luca.

Perché alla fine il grande capo –ed è questo il vero limite di un politico indubbiamente preparato e capace- non è mai riuscito ad uscire completamente da una dimensione politica locale. E lo testimonia la sua deludente esperienza da parlamentare. Può trattarsi di Salerno o della Campania, ma è pur sempre di uno spazio politico ben delimitato. E questi continui scivoloni difficilmente apriranno nuovi orizzonti a Vincenzo De Luca che, inoltre, non è certo giovanissimo.

Alla fine l’unica vera ribalta nazionale stabilmente conquistata dal governatore campano è quella che gli ha offerto Maurizio Crozza: difficile credere, però, che sia quella cui De Luca ambiva.