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Dunque: la più grande, la più ricca, la più innovativa, la più “cool” delle aziende del mondo, la APPLE di Steve Jobs – originaria di Cupertino (California) e poi diffusa a livello globale – ha da tempo istituito una società del Gruppo in Irlanda, per servire con maggiore efficienza e velocità i mercati europeo ed africano.

Ovviamente, Jobs non scelse la simpatica isola del Nord Europa perché fanatico sostenitore delle “ragazzine dai capelli rossi” (quella scelta l’ho fatta piuttosto io, anche se Francesca è italianissima); ma lo ha fatto, secondo DOVEROSI criteri imprenditoriali, perché quello è il Paese che offriva lo scenario più accattivante sotto il profilo normativo, burocratico e – soprattutto – fiscale.

La “Mela irlandese” si è così costituita, arrivando in breve ad assorbire il 7% della forza lavoro di quella Nazione, facendo esplodere la produzione, e rappresentando un prezioso “pesce pilota” che ha indotto centinaia di altre aziende di grandi dimensioni a scegliere l’Irlanda per posizionare i propri nuovi stabilimenti e progetti di espansione. E l’Irlanda, avendo grande beneficio dalla presenza dei colossi mondiali, si è ben guardata dal modificare il proprio impianto giuridico e fiscale; anzi, ha piuttosto deciso di incrementare nel tempo appetibilità ed agevolazioni per le aziende che decidevano di investire tra le sue rinomate praterie.

Tutti contenti quindi, le aziende, il governo irlandese, i suoi cittadini e lavoratori.

Tutti contenti, finché tale Margarethe Vestager – ostico rappresentante della Commissione Europea (l’organo politico più disprezzato e misconosciuto nella storia dell’umanità) – ha pensato di decidere, lei danese e titolare di un incarico a Bruxelles, che non le sta bene la legislazione fiscale di Dublino, ed ha arbitrariamente stabilito di comminare una sanzione di 13,5 miliardi di € alla Apple, che l’azienda dovrebbe pagare allo Stato Irlandese a titolo di risarcimento RETROATTIVO per aver goduto di norme fiscali troppo favorevoli. A nulla vale, agli occhi di questa patetica Erinni dell’eurocrazia, la circostanza che le tasse fossero determinate dalla legge (quindi NON parliamo di evasione), e che lo Stato Irlandese NON vuole che Apple paghi quella multa.

Ora, io non conosco gli sviluppi e gli esiti che saranno determinati da questo paradosso, ma so per certo quello che farei – tempo un’ora – se fossi “il Signor Apple”:

1. Determinerei l’immediata chiusura di ogni stabilimento e di ogni negozio o concessionario presente in ciascuno dei 27 paesi (la minuscola è voluta) dell’Unione;
2. Stabilirei in Turchia, o in altra Nazione che ha in animo di “sfanculare” l’Europa, il più grande centro logistico al mondo per la raccolta di ordini, di assistenza e di distribuzione di prodotti richiesti dai clienti europei (una sorta di “super-Amazon” mondiale dell’informatica, per intenderci);
3. Applicherei, ai prezzi dei prodotti dei mercati europei, una giusta maggiorazione per farmi pagare il disagio (magari lucrandoci pure sopra). Tanto, la mandria di smidollati, asservita alle Vestager di turno, non rinuncerebbe per nulla al mondo ai Mac, agli i-phone, agli i-pad, agli i-watch e a tutta la serie di prodotti che ha reso l’azienda di Cupertino il modello di riferimento dell’economia del Millennio;
4. Lascerei gli ottusi sacerdoti delle tasse e della burocrazia a riflettere sul fatto che mercati, danaro, globalizzazione e lavoro si fanno un ampio baffo dei ricatti di una petulante signora e del coro di “benpensanti” tra cui – manco a dirlo – si ascrivono i maggiori quotidiani e telegiornali italiani, che oggi mostrano di fronte a questo sopruso una reazione più esplosiva di quelle che ebbe Rocco Siffredi ai suoi primi incontri con Moana Pozzi;
5. Mi siederei in disparte, a leggere divertito i lanci di agenzia che (Italia in testa) riporterebbero di “accorati appelli” delle organizzazioni sindacali perché “il proprio governo si faccia carico dell’improvviso licenziamento di addetti ed operatori, e della perdita di competitività di fornitori e aziende di servizi complementari”. Tanto, la ricetta Europea è facile: se non c’è più lavoro, se non si produce ricchezza, basta alzare le tasse per mantenere inalterato il gettito delle entrate pubbliche;
6. Assisterei, con aristocratico distacco, al definitivo disfacimento di un sistema imbolsito ed ottuso, perché la mia scelta verrebbe prontamente seguita da tante altre aziende, e l’economia del Vecchio Continente cesserebbe di esistere.

E, sorseggiando una bollicina francese comprata da un importatore parallelo turco, me ne fotterei.