Ma perché i politici si mettono a fare gli storici? Per vanità, presunzione, propaganda? È un mistero. La risoluzione approvata dal Parlamento europeo il 19 settembre scorso sull’equiparazione di comunismo e nazifascismo, prendendo le mosse dal Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939, noto come “patto di non aggressione” tra la Germania nazista e la Russia stalinista, non è soltanto di una banalità sconcertante, ma la  prova  evidente di come si tenda a manipolare eventi storici di enorme importanza al fine di sterilizzare tutto ciò che non rientra nel “politicamente corretto”.

In un testo di ottanta pagine, infatti, non c’è una sola riga che spieghi – ma chi e perché avrebbe potuto e dovuto farlo tra i parlamentari europei? – i prodromi, le cause, lo sviluppo e l’affermazione in Europa non tanto dei regimi fascisti e comunisti, quanto delle ideologie che – comunque la si pensi – hanno preparato il loro avvento  ed hanno con il concorso di masse imponenti di uomini e di intere nazioni, spaccato il mondo e dato luogo a inenarrabili sofferenze individuali e collettive, insieme a mutamenti nell’ordine sociale, nella modernizzazione delle strutture civili, nell’affermazione del primato della politica anche se stravolta in maniera inaccettabile in molti casi.

Non si possono fare i conti mettendo insieme in un’unico calderone visioni del mondo e della vita tanto dissimili soltanto perché vi si ravvisa l’impronta totalitaria,  peraltro indiscutibile per ciò che concerne lo stalinismo,  il nazismo ed il maoismo, a tacer di altri “derivati” anche moderni del comunismo, senza separare altri sistemi  più propriamente afferenti all’autoritarismo (come ha dimostrato Hannah Arendt) o a quelle dittature “morbide” che non recano i marchi d’infamia delle tirannie accertate. E quanti tra i regimi  non democratici (in verità di tale fatta ve n’erano ben pochi nei primi decenni del secolo scorso) sono stati immuni da pratiche come il genocidio, le carestie programmate, la cancellazione di popoli e nazioni? Moltissimi in verità e dunque oltre che ingiusto  è ridicolo accomunarli a quelli che invece si sono distinti proprio per la pratica di abnormità disumane del genere.

È certamente  facile sostenere l’equazione che parifica fascismo e comunismo oggi. Ma si rende un buon servizio alla verità? Al massimo si cloroformizza l’opinione pubblica che in tal modo le  viene sottratta la possibilità – forse questo è l’intendimento dei politici – di farsi un’opinione, giusta o sbagliata che sia, dell’avvento del comunismo e del fascismo in Europa ed in buona parte del mondo (anche di quest’altro aspetto non secondario si dovrebbe tener conto).

La risoluzione non mette un punto fermo, ma lascia invece molti punti sospensivi nel nome – ci par di capire – di quella stolida formuletta buona per tutte le occasioni: la memoria condivisa. Che, nel caso specifico, dovrebbe essere di condanna senza appello delle ideologie che hanno indiscutibilmente caratterizzato buona parte del Ventesimo secolo.

Le cose non stanno così. La memoria non si costruisce a tavolino. Ognuno ha la sua e risolto il problema che dalla democrazia non si torna indietro, per quanti sforzi oggettivamente vengano fatti per affossarla anche oggigiorno, non ci si dovrebbe politicamente invischiare in pericolose destrutturazioni culturali sulla base di una mielosa e  paritetica condanna con un documento che non tiene conto di nulla se non dell’ovvia e oltretutto semplicemente sottintesa esaltazione della libertà, cosa che non ci aspettavamo dal Parlamento europeo tanto è insita nel nostro modo di essere e di pensare.

Quando lo storico tedesco Ernst Nolte pubblicò il suo famoso saggio sull’avvento del  fascismo come reazione al bolscevismo, si scatenò una “guerriglia” tra gli studiosi che ebbe il merito (oltre al demerito da parte di alcuni di formulare accuse improprie all’indirizzo di Nolte) di introdurre la discussione sulle più importanti (per le conseguenze da esse scaturite) ideologie del Novecento. E si comprese che la reductio ad unum non era possibile. E si percepì pure, perfino da parte di chi era aduso a mescolare tutto senza discernere le differenze sostanziali in fenomeni complessi, che il fascismo propriamente detto, vale a dire quello italiano, era profondamente diverso ed addirittura antitetico rispetto al nazismo e che gli autoritarismi spagnolo e lusitano nulla avevano a che fare con l’hitlerismo, mentre i cosiddetti “fascismi sconosciuti”, per lo più balcanici e sudamericani erano ancora altro rispetto a quello mussoliniano. Poi sono state approfondite le distinzioni nel campo comunista, comprese quelle tra il sovietismo ed il maoismo e più genericamente nei regimi asiatici e poi ancora, nel dopoguerra, in quelli africani.

Una materia complessa, come si vede ad un semplice volo d’orizzonte, che non può essere ingabbiata nelle semplificazioni politiche denotanti, tra l’altro, una tendenza a favorire la diffusione del “pensiero unico” che proprio perché tale si può qualificare come anticamera di un “neo-totalitarismo” segnato dall’omologazione comportamentale e dall’invasività tecnologica.

Il Parlamento europeo ha perso una buona occasione per mostrare quale deve essere il compito per cui è stato istituito.

Il Dubbio, 25 settembre 2019