Ho letto una recensione su un lavoro di Marco Manuele Paolini, Il ragazzo della Quinta (Mursia, pp. 146), che intendo ripercorrere nei passaggi cruciali prima di svelare l’organo di stampa, su cui è presentato con tutti gli onori, in ossequio alla linea solo apparentemente nuova ma almeno ufficiale del quotidiano, del gruppo politico e del proprietario.

Al centro del libro figurano un ragazzo di nome Filippo Lacerra e un attentato, quello che il 10 febbraio 1944 “prende di mira la Casa del Fascio di Sesto San Giovanni, dove è in corso la riunione per la nomina [sotto il bieco fascismo, a differenza di quanto avviene con l’illuminato berlusconismo, si era nominati e non designati!] del fiduciario”. Con rammarico si osserva che “l’azione in sé è maldestra, e provoca meno danni di quanto i gappisti si proponevano facendo irruzione con mitra e bombe a mano: due repubblichini morti, un altro paio feriti”.

Si incalza poi rilevando che “ben più disarmante è il pressapochismo nella preparazione dell’attentato, che avrà conseguenze catastrofiche per gli organizzatori. I Gap sestesi verranno smantellati quasi per intero dalle indagini successive all’attentato”.

Gli spregiudicati fascisti, privi di coscienza, oltre a “smantellare”, cosa altro avrebbero dovuto fare? Arrendersi e cedere ad avversari di conclamata lealtà e correttezza?

Il recensore, equilibrato ed obiettivo, si cura di spiegare dalle colonne di questo quotidiano, per poco ancora X, che gode di immeritata fiducia da parte degli elettori di destra, che “era un lavoro crudo , quello dei Gap. Non si trattava di combattere a viso aperto, in montagna, affrontando i reparti ben più armati della Rsi [se è così stabilito, certamente sarà stato?] e degli occupanti tedeschi [gli americani con i micidiali loro bombardamenti saranno e restano ancora liberatori], ma di uccidere a sangue freddo, alle spalle. Lavoro necessario, ma che selezionava inevitabilmente un certo tipo di militante, pronto alla freddezza e ai sacrifici della clandestinità [da additare a patrimonio perpetuo delle generazioni future]”.

Luca Fazzo, questo il nome del giornalista, ricostruisce i momenti successivi, lamentando gli azzardi , le scelte incomprensibili e l’epilogo dell’arresto, compiuto con un trattamento, opposto a quello bonario, affettuoso e delicato, riservato dai partigiani ai repubblichini catturati. Fazzo non lo dice ma sembra sottintenderlo, che i due capi dell’operazione “si uccisero in carcere per non cedere alle torture”, praticate esclusivamente nelle carceri della RSI e del tutto sconosciute dalla parte opposta della barricata.

L’organizzazione piano piano si dissolve e solo dopo l’arrivo a Milano del prode Giovanni Pesce potrà registrarsi la riorganizzazione della struttura armata del PCI, visto che gli stessi Gap sono capaci di compiere un attentato su un camion tedesco, impegnato a distribuire aiuti alimentari con la morte di 6 milanesi “in coda per il cibo”.

Fazzi, pur ammettendo inefficienza e pressapochismo, esalta il coraggio mostrato in queste azioni violente e fratricide e segnala una conclusione, quella del ritrovamento dopo mesi delle vittime di esecuzioni di massa, una sorte toccata mille e mille volte a donne, uomini e giovani della RSI.

In chiusura l’indicazione del foglio, in cui è presente questa coerente ricostruzione, ben poco in linea con l’equilibrio storico. E’ il “Giornale” di Berlusconi e di Sallusti, schierato persino a sostegno di Poletti e impegnato a criticare solo Salvini e la Meloni, se non ubbidienti e asserviti.