Siamo veramente dei fenomeni. Siamo riusciti a creare un giallo anche nella combattuta vicenda di Expo 2015. La kermesse apre il primo maggio, gli organizzatori subito parlano di oltre 200.000 presenze. Ma si vocifera di circa 50 mila. Un buon inizio, per una manifestazione che ha già causato litigate, arresti, ombre sugli appalti e che ha fatto felice, almeno sino all’apertura dei cancelli, solo il ristoratore meno famoso d’Italia, ma certamente il più ricco ed il più “imparentato” con i piani alti.

Poi, man mano che trascorrono i primi due mesi, arrivano le prime modifiche commerciali. Da un biglietto, d’ingresso, rigidamente fissato in oltre 30 Euro, si scivola ai pacchetti a 20 o 21. Poi si apre l’Expo di sera, quasi di pomeriggio: dopo le 19 con cinque euro si entra. Quindi gozzoviglioni, persone che non se lo possono permettere e perdigiorno di mestiere, possono entrare pagando un sesto degli altri. Alla faccia della strategia commerciale!
Ma non basta, verso la fine di giugno gli anziani non pagano, chi parcheggia nei sontuosi autosilos, fino a quel momento vuoti come una gelateria al Polo Nord, ha il biglietto di ingresso gratis.
Se a valutare tutto questo, ad un terzo della vita della manifestazione, fosse un serio economista non potrebbe che dedurre che le presenze sono scarse e che, per questo, la dotta dirigenza stia correndo ai ripari. Allettando cittadini comuni, nipoti, suocere e, persino, i loro lontani cugini di Altamura a visitare la kermesse.
Però, se dichiarassero per davvero come stanno le cose magari proveremmo dispiacere. Ma lo proveremmo a ragion veduta e non intuendo o interpretando. Invece no, non vogliono dare dati. E se li danno puzzano di cifre drogate.

Visto che questi capetti da avanspettacolo continuano a dire che, per girare per Expo, occorre fare a gomitate per quanta gente entra. Ma non spiegano perché, davanti a questo fenomeno di delirio di massa, abbassano i prezzi e fanno entrare gratis chi parcheggia.
Dovremmo fidarci di quei capataz che hanno messo in piedi un sistema disorganizzato fino all’inverosimile? Lunghissime e assolate passerelle per arrivare alle entrate. Parcheggi lontani come la Mecca, edifici fatti così e così con servizi igienici da cercare con il GPS. Per non parlare della cartellonistica, spesso senza senso, incomprensibile e tale da far nascere il desiderio di possedere la classica sfera di cristallo.
In compenso ci sono le navette interne, che però girano solo in tondo sulla circonvallazione. Quando un po’ di gente c’è davvero, vanno in crisi e obbligano i poveri utenti a comportarsi come le acciughe nella classica bottiglietta del supermercato.
Meno male che c’è il design, sicuramente bello e frutto di grandi matite. Quello allieta l’occhio. Lo stomaco, poi, viene certamente allietato da un sacco di leccornie. Ma lo stesso non si può dire per il portafogli, un caffè con la brioches è un piccolo chock. Una pizza un trauma. Un pranzo vero e proprio una tragedia economica da gettare sul lastrico un finanziere di Wall Street.
L’unico che continua a sorridere è ristoratore meno famoso d’Italia; anche se, ed a quanto si dice, l’autorità degli appalti non condivida più di tanto il suo senso dell’umorismo.
Insomma, un Expo tutto bello da vedere, ancora più bello quando se ne parla. Anche se, la sostanza è un’altra cosa.
Ma, questa, è l’Italia!

Un’Italia che ha creato un Expo di stand consegnati in ritardo, di ambasciatori e consoli che tagliano nastri mentre gli operai, col berretto di carta e la cazzuola in mano, sono ancora al lavoro. Per non parlare di tutti i meccanismi, per così dire, della logistica e dell’emergenza. Non si sa con chi parlare, non si sa chi debba comandare, non si sa chi sia in condizioni di prendere una decisione. Sia dal punto legale, che da quello psichiatrico.
Ancora una volta il Paese che ha insegnato al mondo a fare (quasi) tutto, deve imparare dagli altri anche a rifornire di carta igienica le toilette.
Ma questi capi Expo, spocchiosi, roboanti ed insulsi come pochi, alla fine di colpe ne hanno fino ad un certo punto. Sono solo – e come sempre – la proiezione ortogonale di questa classe dirigente politica che è piccola, piccola. Molto più piccola del borghese (piccolo, piccolo ma pieno di dignità) di Alberto Sordi.
Una classe dirigente che, dicevamo, si è impadronita di un potere che non merita e che, per questo, riesce solo ad avere il prestigio che merita: un nulla. Al cubo, ovviamente.