E poi dicono che, in Italia, la giustizia è un’entità ectoplasmatica e claudicante. Falso come una moneta da 350 lire! A Rigopiano, luogo dove crollò un hotel, trascinando nel disastro 29 vite umane, l’italica Dea Bendata (sarebbe la fortuna, ma da noi vale anche per le sentenze) ha fatto il suo corso senza guardare in faccia nessuno. E lo ha fatto, parodiando Virgilio e le sue Bucoliche, iniziando dal mondo campestre.

I fatti: Alessio Feniello, padre di Stefano, una delle vittime del disastro annunciato, si è recato dove era morto il suo ragazzo, ha scavalcato il recinto che delimitava la zona sotto sequestro ed ha deposto un mazzo di fiori. E questo nonostante i richiami delle Forze dell’Ordine. Uno svedese, come un ghanese, uniti dal comune pensiero del buon senso, chiuderebbero la partita con un po’ di commozione per Alessio ed un totale menefreghismo nei confronti del mondo del diritto. Che con il dolore ed il ricordo c’entrano una mazza.


Tutto questo, però, il noto rigore italiota non lo ha potuto fare. Papà Alessio è stato denunciato per violazione dei sigilli di uno stato che non tutela alcun segreto, e condannato penalmente dal giudice pescarese Elio Bongrazio, su richiesta del pm Salvatore Campochiaro, a 4.550 euro di multa.
Probabilmente quei magistrati avevano le mani legate ed avranno dovuto applicare una ferrea norma del C.P. Ma si sono posti un interrogativo: in questo paese le norme sono tutte fatte rispettare? Comprese quelle che riguardano i magistrati che fanno scadere i processi lasciandoli fossilizzare come i denti dei Megalodon o se la cantano con i cronisti mettendo in piazza i fatti privati degli indiziati o non leggono gli atti e decidono in modo sciatto ed illegittimo?


Non è venuto nelle corde del giudicante un sano moto di sessantottina ribellione ed una voglia irrefrenabile di rispettare un dolore e di equilibrare una giustizia che, fra tanti, neanche è stata capace di colpire i prefettizi cialtroni che ignorarono le richieste di aiuto e le interpretarono come degli scherzi. Scherzi pari a quello di ritrovarsi simili figuri sulla sedia dei funzionari di Stato.
Cicerone diceva: “Summum ius, summa iniuria“. Ma il grande giurista, che viveva in una Roma grande quanto lui, non avrebbe mai pensato che i suoi eredi sarebbero stati di questa fatta. Altrimenti avrebbe usato le parolacce. Anche se in latino classico.