Come sempre quando si tratta di prevaricazioni del potere costituito o di discutibili comportamenti dei potenti o anche di provvedimenti censurabili e inutili non si può non evocare Alessandro Manzoni. E’ lui a fornirci la più efficace rappresentazione della situazione creatasi con il discutibilissimo divieto della fiaccolata in memoria di Sergio Ramelli emesso frettolosamente dalla Questura di Milano su pressione della solita congrega delle prefiche antifasciste.

Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende” dice Don Abbondio ai Bravi che lo minacciano; anche noi siamo uomini di mondo e sappiamo benissimo che è difficile reggere la pressione, mediatica ed effettiva, di gruppi di potenti altamente visibili e ben piazzati nei gangli del potere. Specialmente se dall’altra parte ci sono solo militanti considerati “impresentabili” che si sono messi in testa di ricordare degnamente un avvenimento infame che dopo decenni ancora imbarazza e spaventa e che per questo sarebbe meglio tenere ben nascosto.

“Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio”; la descrizione manzoniana dell’approssimativo rispetto dei diritti dei cittadini ai tempi di Renzo e Lucia calza perfettamente anche al nostro caso.

Come sapeva bene Don Abbondio il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare ed è quindi molto più facile vietare a priori una fiaccolata silenziosa, che mai ha dato problemi all’ordine pubblico, piuttosto che garantire a tutti i cittadini la possibilità di manifestare pacificamente come sarebbe loro sacrosanto diritto garantito (teoricamente) dalla legge.

Neppure l’appello di 60 rappresentanti politici locali e nazionali, tra i quali i vice presidenti delle due camere, ha potuto scalfire la chiusura pregiudiziale delle autorità.

In teoria una decisione del genere non dovrebbe essere influenzata dallo squallido e stereotipato rituale verbale delle zitelle isteriche capitanate dall’ANPI che come al solito, per bocca del suo presidente provinciale Roberto Cenati, agita il manganello dialettico dell’”aperta apologia del fascismo”.

Secondo Cenati “non si può consentire che Milano, a pochi giorni dalla ricorrenza del 25 aprile, venga percorsa da un corteo nero che si porrebbe in aperto contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana e con le leggi Scelba e Mancino”.

Eppure il presidente dell’associazione di pseudo reduci nella quale di veri partigiani ne sono rimasti meno di 1 su 20 oramai dovrebbe avere imparato che apologia e legge Scelba qui c’entrano meno dei cavoli a merenda visto che grazie agli ottusi e maldestri tentativi dell’ANPI di far reprimere proprio le manifestazioni del 29 aprile si è consolidata una abbondantissima ed univoca giurisprudenza che ha inesorabilmente demolito velleità e sproloqui dei finti partigiani. E non poteva essere altrimenti proprio in forza di quella Costituzione con la quale Cenati e quelli come lui si riempiono continuamente la bocca senza, evidentemente, conoscerla adeguatamente.

Che troppo spesso a Milano l’ordine pubblico venga gestito sulla base di pressioni mediatiche e politiche con una specie di concertazione tra autorità e consorterie varie della sinistra è un dato di fatto abbastanza evidente.

E’ di poche settimane fa il surreale comunicato con quale si preannunciava il divieto preventivo di celebrare la fondazione dei Fasci di Combattimento, una manifestazione che non esisteva e non sarebbe mai esistita se non nella testa di chi, alimentando abilmente una squallida gazzarra mediatica, si era inventato il pericolo di un fantomatico “giovedì nero”.

Per non parlare di quando, nel 2017, un’altra inutile cagnara dei soliti noti, capitanati dal sindaco Sala, induceva autorità troppo premurose ad occupare militarmente il Cimitero Monumentale presidiando in forze una cerimonia (ripetuta per decenni senza problemi) di vecchi reduci novantenni e delle loro famiglie ai quali venivano sequestrate persino le bandiere tricolori.

Pochi giorni dopo il rito del presente allo stesso Campo X suscitava la reazione scomposta dello stesso Sala, oltre che di Boldrini e compagni, che tuonava: “tutti quelli che sono denunciabili vanno denunciati, a prescindere dalla ultime sentenze” invocando evidentemente una giustizia sommaria.

Appello prontamente raccolto da chi di dovere facendo fioccare decine di denunce inesorabilmente (ed inevitabilmente) archiviate pochi mesi dopo dal pool antiterrorismo e antieversione (niente di meno…) dalla Procura milanese.

Nonostante le smanie da giustiziere del sindaco fortunatamente qualcuno aveva applicato seriamente la legge senza assecondare il Don Rodrigo di turno abituato ad usare le norme per i suoi comodi manco fossero le gride dell’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitano Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia ricordato da Manzoni nei Promessi Sposi.

In città, volendo, non mancherebbero problemi ben più meritevoli di attenzione come, tanto per fare un esempio, la situazione della Stazione Centrale da tempo terra di nessuno in mano a clandestini, spacciatori e delinquenti vari. Solo che lì presenza dello Stato e legalità non sono graditi, guarda caso dagli stessi personaggi che si scandalizzano a sproposito e strillano per un saluto romano o una commemorazione silenziosa.

Controlli di Polizia ed arresti per loro sono “rastrellamenti” e “repressione”, sintomi di un problema che va negato per non rovinare la favola, lontana dalla realtà, dell’“accoglienza” immaginaria con la quale vorrebbero far credere di avere risolto il problema dell’immigrazione clandestina in città. Ma a quanto pare anche in questo caso le autorità si sono comodamente adeguate.

In questa misera vicenda c’è anche un convitato di pietra, del quale non abbiamo ancora sentito, e probabilmente non sentiremo, la voce. Il Ministro degli Interni, milanese doc, che pure in passato non aveva risparmiato critiche alla gestione dell’ordine pubblico a Milano, a quanto pare non ha ritenuto di intervenire né nel caso specifico né sul contesto più generale.

Di fatto i criteri di gestione dell’ordine pubblico continuano ad essere gli stessi dei governi di sinistra, benevoli ed accomodanti nei confronti dei loro compagni ed inutilmente duri e rigidi, ben oltre il necessario, contro gli altri.

Da questo punto di vista il governo del (presunto) cambiamento non ha cambiato proprio niente, almeno per ora, come dimostra chiaramente questa vicenda. Forse al di là della cortina fumogena dei tweet, dei selfie e delle provocazioni mediatiche invece del cambiamento troveremo Tomasi di Lampedusa che fa compagnia ad Alessandro Manzoni.