Come tutti i convertiti tardivi anche Beppe Sala, lo Zelig di Palazzo Marino già city manager della giunta Moratti quando stare dalla parte del centrodestra berlusconista era un buon affare, deve continuamente dimostrare ai compagni di strada la fedeltà alla sua nuova e molto profittevole fede politica distribuendo in continuazione plateali dimostrazioni di dedizione ed entusiasmo per la causa.

I suoi eccessi di zelo politicamente corretto ricordano quelli dei cristiani rinnegati che, dopo essere stati rapiti dai pirati barbareschi, si convertivano all’Islam per salvare la pelle.

Costretti ad un fanatismo esagerato per superare la diffidenza dei padroni Turchi, scoprivano ben presto che accanirsi contro i loro simili poteva essere un formidabile strumento per fare carriera ed ottenere privilegi.

Come il famoso e terribile Uluç Alì Pascià, al secolo Giovan Dionigi Galeni, nato in Calabria nel 1519 e fatto prigioniero dal corsaro Khayr al-Dīn Barbarossa nel 1536 a Le Castella, dalle parti di Isola di Capo Rizzuto, proprio quando aveva deciso di diventare monaco.

Messo al remo, rinnegò la religione cristiana e divenuto musulmano iniziò a sua volta la carriera di corsaro imperversando nel Mediterraneo con feroci e spietate scorrerie di cui erano vittime le comunità della costa siciliana e calabrese, cioè i suoi vecchi concittadini.

Un’attività di grande successo condotta sulla pelle dei suoi ex correligionari grazie alla quale divenne dapprima comandante della flotta di Alessandria, poi pascià di Tripoli ed infine bey di Algeri.

In fondo il percorso politico di Sala ricorda un po’ quello di Uluç Alì Pascià: parte da una posizione chiave in un’amministrazione di centro destra, poi grazie al renzismo, allora nel suo momento migliore, approda da “tecnico” ad un incarico importante come quello dell’EXPO (non privo di incidenti di percorso debitamente silenziati) e da lì, ancora saldamente schierato con Renzi, ottiene la candidatura a sindaco planando per inerzia sulla poltrona più alta di Palazzo Marino più per gli errori e la miopia del vecchio centro destra, oramai esaurito e senza idee, che per meriti propri.

Basti pensare che Sala vince le elezioni del 2016 per un pugno di voti, meno di 5.000, raccattandone in tutto appena 224.156, molti meno dei 273.401 con i quali la Moratti era stata sconfitta da Pisapia, che ne aveva avuti ben 91.706 più di lui.

Una volta accomodatosi al comando della città molla prontamente Renzi, oramai in disgrazia e quindi nocivo, per buttarsi, come direbbe Totò, a sinistra-sinistra, bisognoso di dare un senso politico alla sua presenza e fiutando l’aria che tirava, e tira, nei salotti borghesi del centro storico.

E’ qui che lo troviamo ancora oggi, sempre attento a confermare, più realista del re, la sua fede politicamente corretta tra pugni chiusi, Che Guevara, buonismo immigrazionista, strizzatine d’occhio ai centri sociali e, ovviamente, antifascismo da avanspettacolo. Dando sempre l’impressione di uno che recita una parte che ha imparato a memoria senza capire bene quello che dice.

Ne abbiamo avuto un bell’esempio, nell’intervista-passerella a Piazzapulita, dove un mite e premuroso Corrado Formigli, rientrato in modalità agnellino dopo avere fatto la voce grossa con la Meloni, gli ha dato l’opportunità di sciorinare alcune delle sue perle di saggezza.

Io mi sento un antifascista militante e non mi stancherò mai di esserlo” ha proclamato, ad esempio il primo cittadino meneghino.

Non male per uno che fino a pochi anni fa viaggiava con l’etichetta di “tecnico” senza avere mai manifestato idee politiche di alcun tipo, men che meno di questo tipo.

Qualcuno, però, dovrebbe spiegargli il vero significato dell’espressione “antifascismo militante” a Milano, visto che quando gli antifascisti militanti avvelenavano la città con un’ondata di violenza sistematica e diffusa ed una lunga scia di sangue lui, dalla tranquilla ed operosa Varedo, non si accorgeva di niente, non vedeva niente e non può quindi sapere di cosa sta parlando.

Se lo sapesse e volesse essere coerente fino in fondo dovrebbe almeno trovare un eskimo e procurarsi una chiave inglese, mise che però non è più in voga nemmeno nelle dorate ed esclusive enclaves alto borghesi e radical chic che frequenta.

Sempre più immedesimato nella parte del sindaco “democratico”, il simpatico Beppe non ha esitato a fare la voce grossa declamando solennemente che “a Milano abbiamo fatto una delibera che impone a chi vuole usare uno spazio pubblico del Comune di firmare una dichiarazione di impegno al rispetto della Costituzione italiana, repubblicana e antifascista. Se a qualcuno non sta bene che vada da un’altra parte”.

L’ignoranza della materia deve avere impedito, a lui ed al servizievole giornalista, di cogliere il paradosso e l’involontaria comicità di una affermazione del genere o se l’ha colta avrà pensato che in fondo lo scopo era solo quello di fare una bella figura antifascista con i compagni, non certo dire o fare qualcosa di serio o di utile.

Se volessimo prendere sul serio questa pagliacciata dovremmo ricordare al sindaco che la Costituzione Italiana è una legge, la legge fondamentale dello Stato, e che, come per tutte le leggi, ogni cittadino è già obbligato a rispettarla senza bisogno di firmare patetici documenti municipali.

Si è mai visto, ad esempio, qualcuno subordinare un servizio pubblico ad una dichiarazione di impegno ad osservare il codice penale?

Chi non lo rispetta si ritrova automaticamente i Carabinieri alle calcagna, mica il messo comunale; di fronte al valore vincolante della legge le trovate creative di un sindaco politicamente corretto contano più o meno come un rutto a tavola.

Questi, però, sono ragionamenti troppo sofisticati e sostanzialmente inutili per quella che è in realtà unicamente una banale trovata pubblicitaria che serve solo ad arruffianarsi seguaci per il proprio tornaconto politico e di carriera.

Le parole chiave della retorica dichiarazione del Beppe sono, ovviamente, quel “repubblicana”, che fa ancora più ridere visto che di monarchici non ne esistono più e, comunque, quando esistevano stavano tranquillamente in Parlamento e nelle istituzioni senza che nessuno avesse niente da ridire, e soprattutto la solita parolina magica, “antifascista”, che non compare in nessuno dei 139 articoli della Costituzione e neppure nelle 18 disposizioni transitorie e finali, ma che una faziosa e ignorante vulgata di sinistra, contraddicendo persino la Corte Costituzionale, utilizza nella polemica politica come un randello per legittimare intolleranza e sopraffazione nei confronti di chi la pensa diversamente.

Ma niente di tutto questo può preoccupare il sindaco di Milano e la sua triviale sottocultura costituzionale da volantino dell’ANPI, non certo da manuale di diritto.

Da abile trasformista buono per tutte le stagioni, a Beppe Sala interessa solo stare a galla e navigare dove è più conveniente; per lui queste sono solo parole vuote, utili strumenti usa e getta senza significati o contenuti particolari, oggi si dice così domani se serve si potrebbe tranquillamente dire il contrario.

Oltre la cortina fumogena delle chiacchiere più o meno “antifasciste” e politicamente corrette ci sarebbero, però, i problemi reali della città, dei quali Sala non parla mai e dei quali non si interessa più di tanto.

Anche perché nella smart city dei salotti progressisti, della moda e dello shopping dipinta dalla narrazione mainstream i problemi, per definizione, non esistono: qui tutto va bene madama la marchesa, Milan l’è semper un gran Milan.