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“Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”. Così scriveva Bertolt Brecht nel 1953 commentando la dichiarazione con la quale il segretario generale dell’Unione degli scrittori aveva bollato la rivolta operaia contro il regime comunista della DDR: “La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito in essa aveva riposto: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela!”.

Basta sostituire “classe operaia di Berlino” con “cittadini Britannici” e “Partito” con “mercato finanziario” ed ecco perfettamente sintetizzata la reazione del pensiero unico liberista e degli interessi economici ad esso collegati al voto popolare che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

La valanga di sciocchezze e manipolazioni che certe elite economiche ed intellettuali hanno riversato sui media in questi giorni non possono che portare alla conclusione di Bertolt Brecht: bisogna sostituire il popolo (o per lo meno impedirgli di nuocere agli interessi costituiti).

Quella che per il drammaturgo, tedesco e comunista, era una beffarda provocazione, per molti economisti e maitre a penser, nostrani e non, è invece una proposta concreta, indispensabile per “aggiustare” (come dicono i mafiosi dei processi) una realtà che sta loro sfuggendo di mano.

Caste di privilegiati, abituati a vivere in ristretti ambienti elitari, economici o intellettuali, faticano a comprendere quello che succede oltre il loro naso, fuori dagli eleganti ed ovattati uffici delle banche d’affari o dalla sofisticata atmosfera di rinomate facoltà di economia.

Per questa gente l’idea che il voto di un banchiere della city che gioca a golf tutti i sabati valga tanto quanto quello di un contadino dello Yorkshire o di un portuale di Liverpool che, invece, al massimo giocano a freccette dopo il lavoro è semplicemente ripugnante, così come il fatto che del Brexit si discuta anche in pub puzzolenti di birra e pieni di fumo e non solo nei consigli di amministrazione che contano o nelle club house più esclusive.

Così la sacrosanta e democratica decisione di un popolo sovrano, che difende il proprio diritto di determinare il proprio destino, diventa una intollerabile anomalia da esorcizzare e possibilmente correggere.

Che nello scambio tra sovranità e (presunti) interessi economici gli Inglesi, fregandosene delle strumentali previsioni catastrofiste messe in giro dai potentati finanziari, abbiano scelto la prima come hanno sempre fatto nella loro storia sembra un atto di lesa maestà.

Così invece di mettere in discussione l’oramai indifendibile dogma del disastroso europeismo reale e i gravissimi errori commessi in suo nome e conto, dall’euro in poi, si preferisce, proprio come il Partito Comunista della DDR nel 1953, mettere in discussione il popolo e le sue scelte non conformi alle direttive, minando esplicitamente i principi basilari della democrazia rappresentativa.

Nessuno si preoccupa delle cause del fallimento, oramai evidente, di un progetto di unificazione europea basato sull’integrazione economica quale volano di una progressiva integrazione politica.

Come osserva Paul Krugman, il Brexit è solo un sintomo dei problemi, molto seri, dell’attuale progetto europeo e della sua concezione affrettata e superficiale: la bizzarria di una moneta unica senza un governo unico dell’economia; la crisi mondiale e la evidente incapacità di gestirla in modo efficiente, scaricandone invece il peso sui paesi più deboli; la “commedia moralistica” che ha colpevolizzato strumentalmente i paesi del Sud Europa per il debito pubblico; la disparità delle condizioni dei vari paesi, costretti, però, in un’unica gabbia economica.

E’ la perdita di credibilità di questa Europa ad avere provocato il Brexit ed a mettere in crisi la inefficiente e assurda impalcatura dell’Unione, che anziché favorire il progresso e il benessere dei popoli del continente ne sta provocando l’impoverimento e il declino.

L’attenzione, però, è tutta concentrata sul dito della scomoda volontà popolare anziché sulla Luna dei problemi dell’UE, mentre le invettive delle oligarchie, finanziarie e non, e dei media al loro servizio sono tutte contro il popolo (bue) di Sua Maestà e contro il nuovo fantasma politicamente scorretto che si aggira per l’Europa: il “populismo”, brutto, sporco, cattivo, egoista e pericoloso.

Naturalmente in questa cagnara non poteva mancare l’Italia che, anzi, onorando la grande tradizione della commedia all’italiana, fornisce alla farsa generale personaggi di grande spessore (comico) che si cimentano in rivisitazioni creative del concetto di democrazia.

Prendiamo, ad esempio, il professor Mario Monti, secondo il quale il problema Brexit sarebbe dovuto ad un “eccesso di democrazia”.

Come dire che ci sono diversi livelli di diritti politici: finche si scherza e si tratta di questioni marginali si può anche fare votare il tramviere di Milano o il pescivendolo di Napoli.

Poi quando si decide di cose serie come i problemi dell’economia, che nella visione dei tecnocrati elitari come Monti assorbono quasi tutto il resto e prevalgono su qualsiasi altra cosa, non si può rischiare di fare scelte “sbagliate”: meglio o non votare, e lasciare che i “tecnici” facciano quello che ritengono giusto senza rispondere a nessuno, o magari far votare solo la casta degli ottimati/iniziati che potrebbero così decidere quale sia il bene comune e, soprattutto, quali siano gli interessi che devono prevalere.

Tanto poi ci pensa il dio mercato, il moderno Leviatano, oramai adorato anche dagli orfanelli smarriti del marxismo, a mettere le cose a posto grazie alla sua intrinseca perfezione.

Una visione distorta e limitata, forse anche ingenua, che riduce tutto a mere questioni tecniche senza mai riuscire a percepire a reale dimensione e complessità dei problemi e delle loro variabili sociali, politiche, storiche e culturali.

Perché, evidentemente, anche al prof. Monti sfugge il fatto, ben presente invece al premio Nobel Paul Krugman, che il problema Brexit, o meglio il problema Europa, è un problema politico, non economico; è un problema di sovranità nazionale, di diritto dei popoli di determinare liberamente il loro futuro e di inadeguatezza del modello di Europa imposto dalle burocrazie comunitarie, non una semplice questione finanziaria, al di là delle contingenze immediate.

Questioni che riguardano tutti i cittadini e sulle quali tutti i cittadini hanno diritto di esprimersi senza che possano esistere “eccessi”.

D’altra parte lo stesso disastroso governo Monti era nato proprio da una manipolazione del genere sotto la spinta di una gigantesca manovra speculativa (della quale il debito pubblico italiano era solo il pretesto) e solo grazie all’intervento abnorme di un presidente delle Repubblica che, facendo a pezzi la Costituzione materiale del Paese, aveva imposto in nome di interessi extra nazionali un governo (anzi tre) formalmente lecito ma sostanzialmente privo di qualsiasi legittimazione popolare (con i bei risultati che conosciamo).

L’opinione del prof. Monti, per quanto discutibile, ha almeno il pregio della serietà, cosa che non si può certo dire delle bizzarre esternazioni provenienti da Bergamo.

Qui Giorgio Gori, il sindaco locale già alto papavero delle TV berlusconiane negli anni d’oro poi convertitosi alla politica ed ora esponente del renzismo più spinto, propone addirittura di escludere dal voto coloro che, dopo apposito esame, risulteranno male informati: “Elettori disinformati producono disastri epocali per votare servirebbe l’esame di cittadinanza”.

In pratica una riedizione del voto per censo, ma con cultura e informazione come requisiti per il voto invece del patrimonio.

Detto da uno che ha contribuito al progresso culturale nazionale con capolavori come l’Isola dei famosi o L’eredità e con la TV commerciale degli anni ‘80 e ‘90 fa un certo effetto.

Non che una stupidaggine del genere meriti attenzione, ma fa specie vedere a che livello arrivi l’adorazione a tutti i costi della correttezza politica.

Per non parlare del triste destino della gloriosa Città dei Mille in mano a gente di questo spessore.

Per concludere non poteva mancare l’opinione di Roberto Saviano, icona anticamorra professionista, santone del politicamente corretto, eroe del bene contro qualunque tipo di male, che oramai predica su qualsiasi cosa, dal tasso di umidità dell’aria a teorie di fisica quantistica.

Non poteva certo tacere sul problema del giorno, a proposito del quale ci mette in guardia dagli errori del “popolo” ricordando quando il “popolo” inneggiava ad Hitler e Mussolini o all’entrata in guerra.

Argomentazione, per la verità, piuttosto logora e ben poco originale: ricorrere all’invettiva sul Fascismo quando mancano argomenti seri è un vecchio espediente dialettico della sinistra più ottusa.

Non l’unico, peraltro: il nostro eroe non trascura la retorica citando enfaticamente la dichiarazione di Ventotene (un passaggio obbligato della agiografia europea della sinistra italiana) immaginando un’Europa basata sul “principio cardine” dell’”integrazione culturale e accoglienza”, cioè un’Europa che non esiste e non è mai esistita.

Sfuggendo alla dura realtà dell’europeismo reale, ovviamente ben lontano da quello della sua ingenua immaginazione, Saviano non può fare a meno di buttare lì la domanda delle 100 pistole: “Quindi, a ben vedere, siamo sicuri che oggi il Popolo abbia vinto davvero?”.

Come dire che non basta l’espressione del voto popolare, poi servirebbe un’omologazione politicamente corretta in base alla quale decidere se la volontà del popolo sia giusta o meno.

Già, perché la volontà popolare va bene solo quando coincide con le idee e/o i desideri delle elites dominanti e politicamente corrette, sulla base dei valori egemoni, spesso astratti e fuori dalla realtà, da esse stesse stabiliti.

In ogni altro caso il “popolo” è un mostro spregevole e pericoloso che va controllato e possibilmente limitato.

Chissà se il gran sacerdote del moralismo, politico e non, si è accorto di essere rimasto fermo alla DDR del 1953: “Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”.