Da vecchio militante (e sottolineo vecchio a beneficio di chi – scimmiottando Renzi – crede che per fare politica la carta d’identità serva più delle idee) proveniente dall’antica era geologica degli anni ’70, provo a dire la mia sulla questione, che si sta facendo sempre più incandescente, della Fondazione AN da trasformare in un ipotetico nuovo partito di destra.

La prima cosa che mi viene in mente è l’anomalia di un programma (pseudo) politico che parte dai soldi prima che dalle idee.

I baldi “quarantenni” che, da quello che ho capito, hanno lanciato l’idea ci hanno spiegato l’inadeguatezza della situazione attuale, che vede una galassia di frammenti sparsi ed inutili e il piccolo pianeta di FDI che viaggia su una sua orbita dignitosa ma limitata, ma non hanno chiarito che tipo di partito di destra abbiano in mente né di quale destra stiamo parlando.

E’ chiara solo l’idea di scongelare le ingenti risorse della fondazione AN (provenienti, sarebbe bene ricordarlo, anche dell’impegno dei militanti lungo l’arco di vari decenni) per favorire la nascita di un nuovo soggetto capace di recuperare i molti consensi persi dai tempi migliori di AN e con essi una adeguata dimensione politica.

Missione che FDI con il dignitoso ma insufficiente 4% che gli riconoscono, più o meno, i sondaggi non sarebbe in grado di portare a termine.

Se questa analisi è a suo modo chiara, non lo sono altrettanto i valori e la cultura di riferimento che dovrebbero stare alla base di questa specie di rifondazione.

Nel suo lento ma inesorabile processo di implosione la destra post MSI ci ha mostrato nel tempo molte facce diverse: dalla presunta catarsi di AN, dove l’ansia di omologazione e di partecipazione al banchetto hanno cancellato valori e riferimenti, al fiancheggiamento acritico del berlusconismo (che per alcuni continua ancora oggi) sino al fallimento del patetico fantoccio politico di Gianfranco Fini, per arrivare, infine, alla forse tardiva dissociazione che ha portato alla nascita di FDI e agli altri gruppi di opinione che gravitano in qualche modo nell’area.

A quale di questi modelli si dovrebbe ispirare il nuovo soggetto teoricamente generato dalla ipotetica trasformazione della fondazione?

O dovrebbe forse rappresentare qualcosa di nuovo? E se si cosa? Con quale programma, quale cultura politica di riferimento, quale sistema di valori?

Questo, per ora, nessuno lo ha ancora detto; l’unico dato rilevante sembra essere l’obiettivo, ovviamente più che legittimo, di recuperare un adeguato e rilevante peso elettorale, ma per farne cosa? Un’altra partecipazione straordinaria a governi e sottogoverni in una nuove deriva di pura politica di potere?

Leggo poi (non so quanto ci sia di vero) che dietro alla schiera degli agguerriti giovanotti quarantenni ci sarebbero in realtà vecchi colonnelli in cerca di riscatto e di futuro politico in una logica puramente gattopardesca.

Se così fosse l’operazione sarebbe un fallimento prima ancora di nascere.

Una delle cause principali della “destruzione” (come dice Buttafuoco) della destra politica è stata, senza dubbio, l’inadeguatezza e la impreparazione della sua classe dirigente.

Una generazione di valorosi militanti in anni difficili dimostratisi poi clamorosamente incapaci di trasformarsi in classe dirigente, pur avendo a disposizione occasioni storiche e, forse, irripetibili.

Una inadeguatezza ben simboleggiata dalla vicenda di Gianni Alemanno, presunto manovratore della mozione dei quarantenni, responsabile di uno dei peggiori fallimenti politici della destra e colpevole di avere sprecato un’occasione pressoché unica.

Mi riferisco, ovviamente, solo alla pessima prova di amministrazione fornita alla guida della città di Roma, un episodio che peserà per molto tempo sulle spalle della destra politica, non solo romana, e non al brutale trattamento giudiziario al quale è stato sottoposto con le accuse di associazione mafiosa, oggi finalmente cadute, per le quali merita la massima solidarietà, già egregiamente espressa su queste pagine da Marco Valle.

Qualunque credibile proposta politica per la ricostruzione ed il futuro della destra italiana non potrà certo partire dai protagonisti di un passato controverso e fallimentare; eppure sento parlare non solo di Alemanno ma anche di Menia e persino di Bocchino.

Il che farebbe pensare più a operazioni di trasformismo e politica politicante che a strategie di alto livello.

Concludendo considero, nel mio piccolo, completamente sbagliata, se non pericolosa, l’idea di trasformare la fondazione AN in partito politico.

La fondazione deve rimanere tale e svolgere le funzioni ben descritte qui da  Giampiero Cannella.

Un partito politico di (vera) destra esiste già, pur con tutti i suoi limiti ed errori; conviene lavorare per migliorarlo e renderlo più adeguato ed utile, anche se non ci dovessero essere gradi da colonnello o generale per tutti.

Oltre queste due possibilità non vedo nessuna terza via praticabile, ma solo una ulteriore frantumazione in frammenti sempre più piccoli ed insignificanti.