Il dibattito aperto e acceso che sta accompagnando l’appuntamento di sabato e domenica a Roma con l’Assemblea dei soci della Fondazione Alleanza Nazionale fa emergere un dato inequivocabilmente positivo. Esiste ancora, a distanza di anni, un mondo, ridimensionato e frammentato quanto si voglia, ma vivo e capace di parlare di politica con l’ambizione di progettare ancora qualcosa.

La premessa è necessaria perché sbaglierebbe chi oggi vede nelle prese di posizione, anche quelle più appassionatamente polemiche o urlate, una riproposizione di contrapposizioni correntizie ormai preistoriche. La segmentazione che caratterizzava la vecchia Alleanza Nazionale e che catalogava le sue classi dirigenti e scomparsa nei fatti, perché non c’è più l’oggetto del contendere e nelle coscienze dei tanti “ex” ormai passati attraverso il bagno di realismo dato dalle singole e differenziate scelte dei dirigenti di allora.

Se è vero che però esiste ancora la voglia di fare politica e dare una casa comune alla “destra diffusa” che al di là e al di fuori degli ex aderenti/simpatizzanti/elettori di An, c’è ancora ed ha dimensioni importanti nel Paese, è pur vero che partire dal dibattito sulla Fondazione per ridargli corpo e anima è un errore tattico e tecnico.

Un errore tattico perché il “Big Bang” che qualche anno fa ha proiettato la classe dirigente di via della Scrofa in ogni direzione lungo percorsi di autonoma salvezza non è stato la causa dell’attuale debolezza della destra, ma l’effetto di un deterioramento dei rapporti interni ad un mondo che aveva troppo rapidamente scoperto di non privilegiare più l’adesione ad una gerarchia di valori, in un momento in cui nemmeno gli interessi comuni potevano essere un collante, visto il declino elettorale di An prima e del centrodestra di governo dopo.

Le fratture esistenti si sono via via approfondite e pensare di riunire la destra per “mozioni” anziché per “emozioni” è un esercizio, data per scontata la buona fede, di inutile velleitarismo. Molti dei dirigenti che aspirano ad essere protagonisti della “rinascita” con questa metodologia, non concedono nemmeno il saluto prescritto dalle secolari buone maniere a interlocutori con i quali pretenderebbero di costruire ex-novo Alleanza nazionale. La foto di ex-colonnelli, maggiori, capitani e tenenti (in qualcuno di questi ruoli ci iscriviamo anche noi personalmente, a scanso di equivoci) di quella che fu An scattata al termine della due giorni di Roma, fosse anche per immortalare un momento unitario, oggi avrebbe i colori color seppia delle immagini dei nostri bisnonni.

Avviare il percorso di rifondazione partendo da quella che è stata chiamata sinteticamente “cassa” o “bottino” dai più ostili al progetto, è un errore perché trascura l’additivo più importante, cioè l’emozione, la narrazione, la suggestione di un progetto ancora oggi credibile e ancora di più perché tratta, per forza di cose, di un argomento delicato e divisivo. Argomento reso ancora più scivoloso dai tecnicismi che derivano dalle nuove norme sul finanziamento ai partiti.

La domanda da porsi allora è un’altra, e cioè: esiste un mondo che, a prescindere dai beni della Fondazione, crede davvero di potere costruire in Italia un partito forte, erede del patrimonio ideale e culturale della destra? Anche perché il momento sarebbe propizio, dato il quadro politico attuale che ci dà un panorama desolante nel centrodestra, con Forza Italia in rapida dissoluzione e l’Ncd ormai saldamente aggrappato ai jeans di Renzi. Oggi ci sono una classe dirigente in libera uscita e tanti gli elettori in cerca di riferimenti nuovi che sceglieranno a prescindere dalla piega che prenderà la vexata quaestio di questo week end. Alla fine i delusi degli “azzurri” o gli orfani e i nostalgici del Pdl andranno da qualche parte, Fondazione o no, Alleanza nazionale o no.

Costruire un soggetto politico capace di aggregare la destra diffusa è possibile, oltre che auspicabile, ma bisogna partire da altro. Occorre mettere da parte la spada di Damocle di una assemblea che, al di là delle intenzioni, rischia di avvelenare e parcellizzare ulteriormente e definitivamente il nostro mondo e, al contempo, sgombrare il campo dalle malignità di chi vede nel dibattito la voglia di spartirsi le spoglie, o il “bottino” di An.

E’ necessario che anche Fratelli d’Italia abbandoni la tentazione dell’autosufficienza e si interroghi su cosa le ha impedito di renderla attrattiva per pezzi di classe dirigente potenzialmente coinvolgibile. Giorgia Meloni ha finora dimostrato coraggio nel momento della fuoriuscita dal Pdl e capacità nel difendere uno spazio elettorale, ma oggi deve prendere consapevolezza che la sua azione politica deve fare un salto di qualità e convincersi che ne ha tutto il diritto, ma anche il dovere, dal momento che è il leader dell’unico partito erede di An nel Parlamento. Se davvero esiste ancora un comun denominatore tra i dirigenti ovunque collocati ma provenienti da via della Scrofa, allora si inizi da un preambolo che incardini la volontà di partire. Giorgia Meloni, invece, prenda il coraggio a due mani, senza esitazioni, e avvii lo stesso percorso che Pinuccio Tatarella, più che Gianfranco Fini, avviò nel 1993. FdI sta alla nuova destra come l’Msi stava ad Alleanza nazionale. Ma per realizzare l’allargamento, non basta stabilire la data di un congresso a tre mesi e dare in pasto ai “ritardatari” un nome nuovo, no. Sa di manovra di piccolo cabotaggio.

Pensa in grande, cara Giorgia, prenditi un anno, lancia una costituente, rimetti tutto e tutti in discussione e fai capire al mondo che apri per davvero, da Palermo a Trieste. Coinvolgi, con nuove strutture, gli intellettuali, i professionisti, le categorie che hanno voglia di dire qualcosa ma che hanno perso ogni speranza e riferimento. Costringi tutti ad inseguirti senza il chiodo fisso dell’Italicum o delle rendite di posizione. Una volta raggiunto l’obiettivo allora sì, pensiamo al rapporto che il nuovo soggetto deve avere con la Fondazione. Ma solo dopo aver dimostrato, dopo quello che avremo fatto, di essere degni eredi dei sacrifici, anche dolorosi, di chi ci ha preceduto.

Puoi e possiamo farcela tutti, anche quelli che oggi sembrano più ostili. Perché nell’acqua alta si naviga meglio e si arriva lontano. Ai tanti dirigenti che ritengono che l’alfa e l’omega della destra coincida con questo week-end consigliamo di deporre testi di diritto, codici, foglietti A4 per mozioni e tabulati di iscritti. Non servono a nulla. La destra o rinasce da un’emozione o muore per una mozione.