Graham E. Fuller è una solida testa pensante che fino a un po’ di tempo fa ha lavorato ai massimi livelli per la Cia, soprattutto in Medio Oriente. Adesso, come si dice, fa l’analista di politica estera, soprattutto di quella americana.

Qualche giorno fa, sul suo blog, si chiedeva se non si sia ormai di fronte ad un cambio sensibile della politica estera di Washington rispetto a quella (più o meno sempre la stessa) dei tempi di Kennedy e poi di Nixon e poi di Johnson e poi di Reagan e poi dei Bush e poi di Carter e poi di Clinton, che poi sarebbe stata, qualora avesse mai vinto, quella di Hillary.

Per Fuller la politica estera di Trump è in grande parte nuova. E attribuisce questa novità al popolo americano che da parecchio tempo (lentamente ma senza interruzioni) sta riscoprendo il senso di un nuovo sentimento nazionale.

A confermare questa novità arriva l’ultimo numero (marzo-aprile) di quella che probabilmente è la rivista di politica estera più autorevole al mondo, il bimestrale Foreign Affairs, fondato quasi un secolo fa, proprio quando l’Italia diventava fascista e il mondo si modernizzava, nel 1922, e che è la voce del Council of Foreign Relations, cioè di chi determina la politica internazionale del Paese più importante del pianeta.

L’ultimo fascicolo di FA è un numero speciale dedicato al nazionalismo, meglio al perché il nazionalismo “funziona”, come dice il saggio più interessante, quello di Andreas Wimmer, professore di filosofia politica alla Columbia University di New York.

Nel 2004 Anatoli Lieven aveva pubblicato “America Right or Wrong: An Anatomy of American Nationalism”, che aveva analizzato il ritorno a quello che lui definiva un conservatorismo integratore, addirittura assimilatore, all’interno della società americana. Un saggio che scandalizzò non poco, perché parlare di nazionalismo americano era, allora, “pietra d’inciampo” per la dominante cultura progressista e internazionalista.

Poi c’è stato Trump, bollato come rozzo populista, che però ha rapidamente riconciliato la base popolare dell’America profonda — quella, per capirci, non degli attici di Manhattam — con il Grand Old Party. Impresa che pareva impossibile.

Da allora è stato tutto uno smantellare i dogmi dei neocon. E giorno dopo giorno Washington ha dato segni di discontinuità. Il tutto in nome di un nuovo sentimento nazionale che non è dunque stato solo un improvvisato slogan elettorale (America first) ma che si rivela una linea perseguita, spesso in modo contraddittorio, ma con apprezzabile continuità (vedi il rapporto con l’Unione europea, ridimensionato rispetto alle relazioni bilaterali con i singoli Paesi; vedi la fuoriuscita da alcuni teatri di conflitti decennali, come l’Iran; vedi il caso-Cina; vedi le relazioni con la Russia di Putin).

Dal momento in cui l’Amministrazione americana ha riconosciuto nuova legittimità alle Nazioni in quanto tali, ci si ricorda inevitabilmente di chi, in Europa, parlava di queste cose parecchio tempo fa, de Gaulle magari e, prima ancora, i profeti (Anfuso) dell’Europa delle Nazioni oltre che di Europa Nazione.

Il saggio di Wimmer fa volare in pezzi la stupida e inutile distinzione tra nazionalismo e patriottismo, tanto cara a Emmanuel Macron.

Per Wimmer l’emancipazione dei singoli individui non si è mai realizzata se non all’interno delle Nazioni. Lo stesso Wimmer ci ricorda che negli ultimi cento anni c’è stata una crescita cospicua del numero delle Nazioni. E questo anche per chiare ragioni sociali: l’eguaglianza delle condizioni di vita da perseguire all’interno e la differenziazione da consolidare verso l’esterno.

Cioè: prima e meglio i miei e poi, ma proprio poi, gli altri. E’ la differenziazione che consente di definire l’umano. I liberali rifiutano la differenziazione fra chi sta al di qua e chi al di là di un confine perché per loro tutto è un mercato e quindi non c’è confine tra Nazione e Nazione o tra Stato e Stato. Proprio il contrario di ciò che dice il nazionalismo. E proprio il contrario della riscoperta della frontiere che oggi sta avvenendo ovunque nel mondo.

Ritrovare il senso delle frontiere e uscire dal liberalismo sono due facce della stessa medaglia.

FA sottolinea come il fenomeno più impressionante di questa “ola” nazionalista sia nell’Europa orientale. A trenta anni dal crollo del comunismo è subentrato il rifiuto dell’individualismo di stampo liberista che i neocon avevano sparso a piene mani nell’aria di Dresda, di Varsavia, di Budapest. E si è scoperto questo nuovo nazionalismo con forti radici tradizionali, anche religiose, e con chiara vocazione sociale.

Nelle pagine della rivista del CFR aleggia una domanda: nel passato le Nazioni sono state forgiate almeno in parte contro un nemico, esterno o interno. Parecchi decenni fa è toccato anche alle Nazioni europee. E ora dove sta il nemico? E’ il flusso immigratorio che viene dal sud del mondo? E’ l’Islam in quanto tale? Oppure è una certa immagine aggressiva dell’Islam? Sono i sabotatori interni della tradizione europea che aprono le porte al nuovo cavallo di Troia che bussa? O è il calo demografico che fa del Vecchio Continente soltanto un continente vecchio, destinato perciò a perire?

La risposta probabilmente è in tutte queste domande messe insieme (Bergoglio permettendo).