Qualche piccolo pensiero biricchino e controcorrente dopo il GP 2017 di F1 di Monza e, di seguito, dopo il GP del Giappone. Dal mio taccuino:

  1. Il GP di Monza. La Ferrari ha perso, ed ha perso male. La Casa del Cavallino, solo per la storia che si porta appresso, oltre 30 secondi di distacco non se li può permettere. Mai. Tanto meno se li può permettere su una pista veloce come Monza. Ferrari, nella storia, accusò qualche volta deficit di telaio, specie nei confronti dei “garagisti”, come Enzo Ferrari chiamava i patron delle scuderie inglesi a partire da Lotus. Ma il motore e la trasmissione delle F1 di Maranello sono sempre stati elementi di spicco, come lo erano sulle GT. Vedere, oggi, con capitali giganteschi investiti, le rosse farsi sfilare dalle Mercedes come un 500 al semaforo, fa capire che tanto e tanto, negli anni si è perso. In compenso la gestione degli ultimi lustri, mentre perdeva cavalli, faceva guadagnare presunzione e fumosità.

Anche il Commendatore pretendeva, complici i suoi modi di fare autoritari, di essere sopra gli altri. Ma, lui che la vita se l’era guadagnata, non parlava mai in prima persona, ma parlava sempre della sua Fabbrica. Ed era quella che voleva mettere davanti a tutto ed a tutti.

Poi, ratione aetatis, vennero quelli con le chiome al vento e la vita passata nei locali di lusso, tra minigonne e champagne. Magari celebrati come bravissimi in tutto, ma sostanzialmente bravissimi solo a parlare di progetti siderali e sogni in arrivo da costellazioni favorevoli. Sogni che non dovevano mai essere turbati da voci fuori dal coro, come quella del sottoscritto che – anni fa – ricevette pesantissime pressioni (odoranti di brillantina) per non pubblicare un articolo scomodo a “belli capelli”. Pressioni che poi ebbero come risultato un sonoro niet! Infatti l’articolo uscì, e qualche capello si sbiancò.

I fatti, però, la raccontano diversamente. Hanno vissuto, ed ancora lo fanno, sui fasti di un marchio reso grande da altri. Reso grande da chi passava in “Fabbrica” anche le notti. Magari solo per stare di fianco e spronare e maltrattare i tecnici al fine di tirare fuori un po’ di coppia in più o un paio di cavalli dai mitici dodici cilindri. Come, anche se molto meno romanticamente, fanno tutti i giorni a Stoccarda o a Weissach. Questi signori si sono permessi il lusso di voler gestire l’eredità morale di chi gestiva una realtà artigianale con quattro soldi (si doveva rivende le vetture da corsa per stare a galla!), ma dotato di una passione talmente potente da obbligare, negli Anni ’60, il colosso Ford ad investire cifre iperboliche per battere a Le Mans, con la GT40, le Ferrari 330 P3 e P4. Prendendo poi sonore legnate a Daytona. Ebbene, rimettano i piedi in terra, cancellino quell’aria da padroni della Verità e del Verbo che gira troppo per Maranello (constatata personalmente un paio di mesi fa) e mettano a frutto quello che Enzo Ferrari ha lasciato: uno stile di vita ed una filosofia sportiva che loro non hanno mai voluto capire.

Vedere, ieri a Monza, decine di migliaia di tifosi con i visi lunghi, stretti nelle loro illogicamente costose magliette rosse con il cavallino, è stato un vero dispiacere. E certamente un vero dolore di Chi, dal Paradiso, si è dovuto sorbire quasi due ore di arrancamenti dietro un’autentica Cavalcata delle Valchirie.

Ho visto Marchionne, quando arrivò in FIAT, cacciare gli inutili ed i dannosi. In Ferrari lo ha fatto spedendo dal coiffeur chi se lo meritava. Ieri era furibondo, ha detto che gli girava vorticosamente qualche organo. Di bulloni, lo sappiamo, non se ne intende. Quando ha provato a “tirare” con una GT a 12 cilindri di Maranello si è arrampicato su un guard-rail di un’autostrada svizzera. Ma di aziende ne capisce. Eccome. Ci faccia vedere se si sente vicino alla pensione o se, come Enzo Ferrari, vuole vivere come se non dovesse mai morire. Unico modo per far sopravvivere a se stessi i miti ed i sogni.

Ed ora le riflessioni al termine del GP del Giappone:

2. Altre tre gare, dopo la bruciante disfatta di Monza, con la Ferrari nei guai. In quest’ultimo GP, poi, la colpa è andata alla ceramica di una candela. E pensare che Marchionne, dopo le perdite di potenza causate dai distacchi della canalizzazione dell’aria del turbocompressore, aveva proprio parlato di scarsa qualità di certa componentistica. Un uccello del malaugurio o la presa di coscienza di un modo di lavorare pressapochistico?

Intendiamoci, quel tipo di guasto è stato patito anche da chi scrive. Ma negli Anni ’70 e su una Simca 1.000! Francamente paiono scuse. Non sarà, invece, che per tentare di prendere la lepre-Mercedes, forte di un propulsore evidentemente più potente, non hanno dato fondo a quanto poteva esprimere il loro motore, rendendolo fragile e magari causando un tale aumento delle temperature da portare alla fusione degli elettrodi della candela? O di altri particolari che servono all’alimentazione forzata prodotta dalla turbina? Non sarebbe la prima volta. Chi ha corso in moto con motori a due tempi di fatti del genere ne ha visti. Eccome.

Ma, jettatura o candele acquistate dall’elettrauto dell’angolo, quello che non cessa a Maranello è la produzione della spocchia. Talmente elevata da consentire battute al vetriolo (addirittura) a Montezemolo. Il personaggio che, di questi atteggiamenti, ne ha fatta una corrente di pensiero.

Volete una prova? Recentemente abbiamo colloquiato con un dirigente del Cavallino, al quale abbiamo espresso un parere altamente positivo sul comportamento della meccanica della loro 488 GTB, ma un parere piuttosto negativo sulla qualità costruttiva degli interni di una vettura che, con qualche optional da ricco capriccioso, si avvicina ai 300mila euro.

La risposta? “poco male, con il nome che abbiamo….”. Dimenticandosi che la grandezza di quel nome deriva da altri, nati e vissuti in tempi diversi e motivati da passioni che loro neanche si sognano.

Conclusione. Continuino a ragionare in questo modo. La Ferrari sarà per sempre la macchina per i ricchi, ma sarà sempre meno quella per gli appassionati. E si distaccherà sempre di più da chi disse: “Sono peggio di tanti altri, ma non so quanti siano migliori di me”. Era Enzo Ferrari, uno che nel corridoio dell’ufficio aveva allestito una vetrinetta con gli errori tecnici che erano costati cari in gara, compreso uno stupido fusibile della pompa benzina che, nel ’68, fece perdere un GP a Jarama. Uno, però, che svenava il portafogli per non comprare le candele… dall’elettrauto dell’angolo.